Finanza etica? E’ possibile

Apriamo questo scritto con un’annotazione personale. La nostra provenienza da esperienze imprenditoriali e professionali ci ha fatto comprendere, una volta giunti d un certo punto del nostro percorso, che nessuna attività può prescindere dal contesto. Ciascuna azione umana risuona, per così dire, in modo universale, mettendo in circolo energie ed attivando risposte negli altri esseri. Abbiamo compreso che la crescita parossistica, la mancanza di rispetto per la natura, prima o poi avrebbero portato a conseguenze gravi.

Abbiamo quindi deciso di dedicare noi stessi e la nostra attività ad un progetto: quello di salvare il mondo. No, non siamo pazzi megalomani, siamo però fermamente convinti – proprio per le ragioni in precedenza addotte – che se ciascuno porta il proprio, modesto talvolta modestissimo, contributo nella consapevolezza che se qualcosa può essere fatto è bene iniziare a farlo senza stare a parlarne troppo, qualcosa potrà accadere.

E’ per questa ragione che abbiamo messo a disposizione le nostre esperienze finanziarie, informatiche, immobiliari e in generale di vita per creare una realtà rispettosa dell’Uomo e dell’Ambiente. Abbiamo deciso di farlo ora, nel bel mezzo di una fra le peggiori crisi economiche della storia, un periodo in cui gli artifici della finanza speculativa hanno svelato la loro pericolosità e la minaccia che costituiscono nei confronti della vita di tutti noi.

Non è facile individuare responsabilità precise, forse in un certo senso sono di tutti noi, e sappiamo che le soluzioni adottate per tamponare la situazione peseranno sulle spalle dei cittadini contribuenti, e dei loro eredi, per decenni.

Mentre scriviamo non possiamo ovviamente sapere come andrà a finire. Sappiamo però che tutto questo, in un certo senso, era stato paventato da quel vasto movimento che da tempo in tutto il mondo lavora per una finanza diversa. Questo movimento, quell’universo che indichiamo col termine di finanza etica che descriviamo nel prosieguo.

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Esaurita questa premessa, siamo lieti che anche quest’anno, dal 5 al 12 novembre, si svolga in diverse città italiane la Settimana dell’Investimento Sostenibile e Responsabile, un’iniziativa promossa e coordinata dal Forum per la Finanza Sostenibile.
Approfittiamo dell’evento per esprimere alcune considerazioni circa la finanza, che può ed anzi dovrebbe essere etica e sostenibile. Si ma come?

Anzitutto riteniamo che la finanza debba generare un profitto. E’ dall’origine e dalla misura dello stesso, oltre che dall’utilizzo che se ne fa che si esprime la vocazione etica e solidale dell’operatore.
Infatti, non casualmente la cosiddetta finanza sostenibile vanta, oltre ai suoi convinti seguaci, anche i suoi acerrimi oppositori. Tra i due estremi una variegata zona d’ombra di tiepido interesse, di moderato scetticismo e di chi semplicemente sta alla finestra a guardare. Insomma, come in tutte le cose terrene.

Giusto per esprimerci con la chiarezza che ci contraddistingue, e per non smentirci, ricorriamo ad alcuni esempi.
Primo esempio, surreale: traffichiamo in armi o stupefacenti, reinvestendo i favolosi profitti che ne derivano nella costruzione di villaggi ecologici o in altre attività ecocompatibili ed all’insegna della solidarietà. Potrà avere una valenza karmica, ma non è certamente un’attività solidale.

Secondo esempio, questa volta connotato alla realtà: decidiamo di coltivare vasti appezzamenti di terreno secondo tecniche biodinamiche e collochiamo i prodotti sul mercato affermando che, oltre che biologiche, le nostre coltivazioni sono all’insegna della solidarietà perché abbiamo garantito un lavoro a n persone; in realtà queste persone sono sottopagate con la scusa dell’ecosostenibilità e della solidarietà. Anche in questo caso non siamto facendo proprio nulla di etico, anzi. E se il primo esempio appartiene alla sfera della fantasia, in questo caso non stiamo purtroppo parlando a vanvera.

Terzo esempio: costituiamo un fondo di investimento che con il denaro dei risparmiatori/investitori acquista fonti idriche inutilizzate. Dal fondo origina una serie di società, consorzi, cooperative e quant’altro legate al fondo per un’economia di scala ed un’uniformità normativa ma di esclusiva proprietà dei cittadini residenti nel territorio, nel comprensorio, nel comune, insomma nel bacino d’utenza di fruizione di quell’acqua. Le società, consorzi, cooperative e quant’altro sono proprietarie di ciò ciò che permette l’adduzione delle acque ed il loro smaltimento: condotte, rete distributiva, vasche di depurazione. Il vantaggio per gli utilizzatori/soci consiste nel fatto di sapere di essere gli effettivi proprietari dell’acqua che utilizzano, e che ovviamente pagano, ma a prezzi che corrispondono al costo reale degli impianti, della loro manutenzione, degli stipendi degli addetti. Il fondo, a propria volta, percepisce dei diritti o royalties se così vogliamo chiamarle, che gli consentono di sopravvivere remunerando altresì il capitale degli investitori ad un tasso dignitoso pur se non certamente esorbitante.

Il quarto, ed ultimo, esempio è la fotocopia del precedente solo che al posto dell’acqua c’è il recupero di borghi abbandonati per trasformarli in complessi abitativi in cohousing, magari rurale ed all’insegna dell’ecocompatibilità.

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Questi esempi, compreso il primo farneticante, sono inoltre tutti accomunati da un aspetto: non si parla di immaterialità. Patate e pomodori, acqua e case sono tutti beni concreti. In questo senso la nostra non tanto ipotetica attività finanziaria è la conseguenza di un lavoro reale, di produzione, di costruzione. Non di fantasie o scommesse su questa o quella catastrofe, sul fatto che i pomodori di Tizio potranno valere X e allora li acquistiamo ben prima della maturazione a X-60%, anzi già che ci siamo acquistiamo anche quelli di Caio, Sempronio e Mevio. Così abbiamo il monopolio della produzione di quell’anno e siamo noi a fare il prezzo. Siamo trogloditi finanziari? In effetti non siamo esperti di finanza o, peggio, guru; siamo solo professionisti e imprenditori che ad un certo punto hanno scelto di muoversi in un modo piuttosto che in un altro, nella consapevolezza che la decrescita non può essere legata agli abracadabra del pil: o è pil o è decrescita. E la decrescita o, se preferite, consapevolezza, è ora più che mai necessaria se decidiamo di sopravvivere al futuro che ci aspetta. E decrescita non significa affatto tornare al medioevo o al paleolitico.

Ciò detto, appare quindi ovvio come gli investimenti finanziari, in quanto tali, implichino rendite. E’ vero, non è detto che tali rendite abbiano sempre origine diretta dal lavoro ma si sostanziano come etiche allorché seguono precisi parametri nell’ottica di un’equa riditribuzione della ricchezza generata.
In un mondo perfetto… afferma sempre uno di noi. Ok, il mondo perfetto non esiste, e se si aspetta la perfezione non ci si muove mai. Quindi ci muoviamo, programmando ma contemporaneamente navigando a vista pronti a correggere la rotta ogni volta che sia necessario od opportuno. Ma ponendoci costantemente la questione di affrontare questi temi secondo una matrice di sostenibilità e con meno iniquità possibile.

Ed è qui che accogliamo pienamente la teoria del male minore che, in una logica di sano pragmatismo, costituirà il filo conduttore della Settimana dell’Investimento Sostenibile.
In questa settimana coloro che interverranno: operatori finanziari, imprenditori, esponenti del mondo accademico non parleranno di aria fritta di engagement come nuova opportunità per gli investitori istituzionali, di cambiamento climatico e dei rischi connessi, delle nuove frontiere dell’impact investing e del responsible property investing, della possibile svolta sostenibile del mercato retail e, crediamo con poche speranze di successo, del ruolo dei decisori politici nella promozione di una cultura della sostenibilità in Italia.

“L’Investimento Sostenibile Responsabile” spiegano i promotori dell’iniziativa “è la pratica in base alla quale considerazioni di ordine ambientale o sociale integrano le valutazioni di carattere finanziario che vengono svolte nel momento delle scelte di acquisto o vendita di un titolo o nell’esercizio dei diritti collegati alla sua proprietà. L’ISR si esplica attraverso la selezione di titoli di società, per lo più quotate, che soddisfano alcuni criteri di responsabilità sociale, cioè svolgono la propria attività secondo principi di trasparenza e di correttezza nei confronti dei propri stakeholder tra i quali, per esempio, i dipendenti, gli azionisti, i clienti ed i fornitori, le comunità in cui sono inserite e l’ambiente. Investitori sostenibili e responsabili possono essere sia i singoli individui, che operano direttamente o attraverso la mediazione dei gestori, sia le istituzioni: fondazioni, fondi pensione, enti religiosi, imprese o organizzazioni non-profit”.