Entriamo sempre più nel merito degli aspetti pratici legati all’attività di progettazione e realizzazione di unità coresidenziali, attraverso il recupero di borghi dismessi ovvero l’individuazione di immobili o complessi agricoli che dispongano della potenzialità per poter essere convertiti ad un utilizzo in sintonia con gli obiettivi di KryptosLife e di tutti coloro che intendono condividerli.

Per attuare quanto programmato sono necessari, ma ciò vale per ogni iniziativa imprenditoriale, strumenti associativi e strumenti finanziari.
Relativamente agli strumenti associativi propendiamo per la classica Srl, oltre che per il fondo, strumento utilissimo argomentando di consociazione di villaggi coresidenziali e di acqua bene comune. Abbiamo scartato a priori la forma cooperativistica poiché, nonostante il gran parlare che se ne fa, non è quello strumento snello e dinamico che si vuol far credere, è anzi uno strumento che ingessa per molti aspetti l’attività operativa. La cooperativa, in buona sostanza, è e rimane uno mezzo di condivisione politica, creare posti di lavoro ma non sempre lavoro, insomma non certamente uno strumento imprenditoriale, soprattutto utile per il ricorso a credito agevolato, sovvenzioni pubbliche, interventi correlati ai piani pubblici di sviluppo.

Relativamente agli strumenti finanziari abbiamo scelto di non ricorrere al credito agevolato a meno che non si tratti di pratiche chiare, semplici, trasparenti, agevoli e che non implichino oblazioni occulte, per non mischiarci né agli inevitabili carrozzoni da circo né ai postriboli di una politica che, oggi, riteniamo generalmente insana.

Riteniamo peraltro opportuno ricorrere il meno possibile anche al credito ordinario preferendo lavorare per noi stessi e non per le banche. E’ anche un fatto energetico: se è vero che crediamo in noi stessi e nella bontà di ciò che, ormai da tempo, facciamo dobbiamo essere noi i primi a credere nelle potenzialità delle nostre risorse. Il viaggio nasce, ancor prima che lungo il cammino, nella mente, si dice… e noi ci crediamo fermamente.

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Oggi praliamo dello strumento finanziario che abbiamo scelto, dopo profonde riflessioni e chiarimenti con chi ci segue sotto i profili giuridico e fiscale: snello, efficace, semplicissimo e senza fronzoli, come tutte le cose vere. Ci sia però consentita una breve premessa: la definizione dei cosiddetti prodotti finanziari è contenuta, insieme a quella di mezzi di pagamento ed alle altre forme di investimento finanziario che non sono strumenti finanziari nell’Art. 1 comma 2 del T.U.F. che riporta un elenco suddiviso in titoli di massa e contratti derivati.

Alla prima categoria appartengono

– le azioni e in genere i titoli rappresentativi di capitale di rischio – quali i certificati rappresentativi del rapporto di associazione in partecipazione – i titoli di Stato, le obbligazioni e gli altri titoli di debito: cambiali finanziarie, obbligazioni di enti locali e certificati di investimento, se negoziabili sul mercato dei capitali;
– i titoli normalmente negoziati nel mercato monetario;
– le quote dei fondi comuni d’investimento;
– i titoli negoziati che consentono di acquisire i titoli precedentemente elencati e i relativi indici.
Nella categoria dei contratti derivati rientrano invece contratti futures, tassi di interesse, valute, merci e relativi indici, contratti di scambio a pronti e a termine su tassi di interesse ed altri che non elenchiamo in quanto non pertinenti a questa trattazione.

La nozione di strumenti finanziari è stata introdotta nel nostro ordinamento dal D.L. 23 luglio 1996 n.415 in attuazione della Direttiva Comunitaria n. 22 del 10.5.1993 relativa ai servizi di investimento, rendendo il concetto di strumenti finanziari più ampio rispetto a quello precedente, valori mobiliari, che assorbe e sostituisce; gli strumenti finanziari costituiscono l’oggetto dell’attività concernente i servizi di investimento, così come in precedenza il valore mobiliare costituiva l’oggetto dell’attività di intermediazione mobiliare.

L’Associazione in partecipazione…
… uno dei contratti tipici disciplinati dalla codificazione civilistica italiana, è il negozio giuridico con il quale una parte, l’Associante, attribuisce ad un’altra, l’Associato, il diritto ad una partecipazione agli utili della propria impresa o, in base alla volontà delle parti contraenti, di uno o più affari determinati, dietro il corrispettivo di un apporto da parte dell’associato. Tale apporto, secondo la giurisprudenza prevalente, può essere di natura patrimoniale ma può anche consistere nell’apporto di lavoro, o nell’apporto misto capitale/lavoro.2549 e seguenti del codice civile

Relativamente ai suoi caratteri distintivi…
… dalla definizione civilistica si desume che l’associazione in partecipazione è un negozio giuridico sinallagmatico obbligatorio a prestazioni corrispettive, dal momento che l’Associante mira a ottenere un apporto per finanziare un’azienda o un progetto, mentre l’Associato intende conseguire un guadagno.
La disciplina civilistica prevede una partecipazione, da parte dell’associato, al rischio della gestione di un’impresa, di un singolo affare o di più affari se dedotti in contratto: questo avviene qualora il risultato della gestione dell’attività oggetto del contratto risulti in perdita. A fronte della partecipazione al rischio è previsto l’obbligo di rendicontazione periodica da parte dell’Associante, che sostanziano un diritto di ingerenza nella gestione da parte dell’Associato.

Ma nonostante la partecipazione agli utili e al rischio l’associazione in partecipazione si distingue nettamente dal contratto di società, poiché l’attività di impresa è esclusivamente demandata all’Associante, che assume a sé i relativi diritti ed obblighi.
L’Associato ha diritto, alla scadenza del contratto quale corrispettivo dell’apporto fornito, alla restituzione del capitale apportato aumentato, nella percentuale pattuita, degli eventuali utili realizzati.
Se non diversamente pattuito il contratto comporta la partecipazione alle eventuali perdite registrate dalla gestione dell’affare oggetto del contratto, che non può in nessun caso superare l’ammontare del capitale o del lavoro apportato, anche quest’ultimo suscettibile di valutazione economica.
La giurisprudenza ammette l’esclusione o la limitazione della partecipazione alle perdite da parte dell’Associato, addirittura ritenendo ammissibile una clausola che garantisca all’Associato la spettanza di un minimo garantito, pur in presenza di utili esigui o addirittura di perdite. Quanto agli utili è possibile statuire che siano corrisposti in unica soluzione alla scadenza contrattuale ovvero a scadenze intermedie rispetto alla vigenza temporale del contratto, nonché mediante anticipazioni sugli utili futuri, che saranno oggetto di conguaglio in sede di rendicontazione della gestione.

Può così aversi, per esempio, un contratto pluriennale che preveda la rendicontazione annuale degli utili o addirittura la pattuizione di acconti mensili da conguagliare alle scadenze annuali. L’Associato ha diritto al controllo della gestione dell’affare oggetto del contratto, che può trasferire a terzi nelle forme usuali della cessione contrattuale.

Di passaggio…
… poiché non pertinente alla presente trattazione, citiamo il fatto che il contratto di Associazione in Partecipazione si differenzia da quello di lavoro subordinato ma, qualora l’apporto dell’Associato consista in prestazioni lavorative, egli ha diritto alle tutele assicurative e previdenziali, mediante iscrizione all’Inps prevista per i collaboratori; l’obbligazione contributiva grava esclusivamente sull’Associante fatta salva la facoltà di esercitare una rivalsa sull’associato per una quota parziale della contribuzione, nelle forme e nei modi di legge.
Gli aspetti contrattuali legati all’apporto di lavoro sono oggetto di una giurisprudenza di legittimità e di merito letteralmente sterminata, in ragione della diffusione nel sistema economico italiano spesso correlata a fenomeni di irregolarità e di elusività relativamente alla normativa in materia di lavoro subordinato e previdenza sociale. Tanto è vero che i sindacati Filcams-CGIL e NIdiL-CGIL hanno dato vita a partire dall’ottobre 2011 a Dissòciati!, una campagna per smascherare gli abusi legati all’associazione in partecipazione.
Da qualche tempo, inoltre, lo strumento è al centro di un dibattito dottrinale in conseguenza delle modifiche apportate all’Art. 2549 Cod.Civ. dall’Art. 1, c. 28, della L. 92/2012, nota come “Riforma Fornero”. Non ci addentriamo ulteriormente in questo aspetto .

Un raffinato strumento finanzario…
… così è stato da più parti definito il contratto di Associazione in Partecipazione poiché costituisce un tanto semplice quanto efficace strumento di finanziamento dell’impresa, alternativo sia alle operazioni di raccolta di capitale attraverso l’ampliamento della base societaria sia all’indebitamento con soggetti istituzionali esterni.
Rispetto alla prima ipotesi, infatti, i contratti in questione consentono di raccogliere capitale da un soggetto esterno senza dover modificare gli assetti di potere interni all’impresa, cosa che invece necessariamente avviene ogni volta che è richiesto un apporto di capitale da parte dei soci.
Rispetto alla seconda ipotesi, invece, l’associante (tranne che nel caso di cointeressenza impropria) ha il vantaggio di non essere obbligato a restituire il capitale versato dall’associato, poiché elemento essenziale dell’associazione in partecipazione è, oltre alla partecipazione agli utili, anche la partecipazione alle perdite, le quali, in caso di risultati negativi della gestione, ben potrebbero erodere l’intero importo conferito.
In sostanza trattasi di una forma di finanziamento da parte di un soggetto esterno ad una determinata attività, i cui proventi, ove sussistenti, costituiranno la controprestazione dell’apporto.

Appare chiaro fin da subito che il guadagno…
… che spetterà all’associato è necessariamente dipendente dall’andamento dell’affare, pertanto, in relazione alla sua posizione contrattuale, è possibile parlare di contratto aleatorio: ciò perché, almeno nell’ipotesi di associazione in partecipazione (ma, si noti, non di cointeressenza impropria), l’associato potrebbe, in caso di gestione negativa, non conseguire utili ed eventualmente perdere il proprio apporto, dal momento che egli concorrerà anche alle perdite.

“L’Art. 2550 del Codice Civile dispone inoltre che, a tutela della massima trasparenza: l’Associante non può attribuire partecipazioni per la stessa impresa o per lo stesso affare ad altra persona senza il consenso dei precedenti Associati.”

In questa disposizione è stato ravvisato un elemento che ricondurrebbe l’associazione in partecipazione tra i contratti associativi, caratterizzati spesso dal necessario consenso degli associati all’estensione del vincolo ad altri soggetti, senonché dei contratti associativi mancano altri elementi essenziali che impediscono al contratto in questione l’applicazione della relativa disciplina.

Abbiamo gettato il sasso… torneremo quanto prima nuovamente sull’argomento, in modo sempre più specifico.