Scriviamo questo articolo, in modo non eccessivamente tecnico bensì con un tono volutamente divulgativo, per esprimere dopo numerose richieste ricevute il nostro intento di mettere le nostre esperienze tecnicche, progettuali, negoziali e finanziarie a disposizione di chiunque intenda avvalersene per la realizzazione di un complesso coresidenziale.

Il termine cohousing, utilizzato per definire insediamenti abitativi composti da alloggi privati corredati da ampi spazi destinati all’uso comune e alla condivisione tra i cohousers, sta assumendo sempre maggiore importanza, non solo come forma di risparmio sui costi per l’acquisto di un alloggio ma anche  e soprattutto come desiderio di condivisione improntato alla solidarietà.

Effettivamente il cohousing si sta sempre più affermando come strategia di sostenibilità perché se da un lato la condivisione di spazi, attrezzature e risorse favorisce socializzazione e mutualità, dall’altro può portare alla costituizione di gruppi di acquisto solidale, all’implementazione del car-sharing ed alla localizzazione di servizi che favoriscono il risparmio energetico diminuendo l’impatto ambientale della comunità. Un buon progetto di cohousing non dovrebbe prevedere di accogliere più di trenta nuclei familiari.

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Desideriamo qui affrontare un aspetto importante legato alla strutturazione di nuclei coresidenziali: la cosiddetta progettazione partecipata.

Numerosi sono gli attori che intervengono nello sviluppo di un’iniziativa di cohousing, poiché essa  comporta un iter lungo e complesso, all’interno del quale la futura comunità coresidenziale riveste sin dall’inizio il ruolo della protagonista. E’ del resto non solo logico bensì auspicabile: si tratta della futura casa dove vivranno i futuri cohousers ed è giusto che, in termini di consapevolezza, coinvolgimento e responsabilità siano loro stessi a stabilirne le linee guida a partire dalla progettazione degli spazi, in particolare di quelli destinati all’uso comune.

I modelli di cohousing che offriamo trovano pertanto nella partecipazione il loro principio ed il loro alimento, poiché i nostri interlocutori non sono meri utenti finali bensì veri e propri committenti e promotori, anche ove l’individuazione dell’immobile, dell’area o del borgo da recuperare siano da noi individuati e proposti in via preliminare; I futuri acquirenti, che diverranno cohousers, partecipano pertanto attivamente al processo sin dalla sua fase embrionale investendovi risorse economiche, idee, capacità tecniche e manuali e, non da ultimo,  il proprio entusiasmo.

Un aspetto da analizzare con estrema attenzione, nel caso di autocostruzioni, sono inoltre le effettive capacità tecniche dei futuri cohousers, tenendo presente che qualsiasi attività edilizia dovrà svolgersi sotto la supervisione di tecnici abilitati e maestranze esperte.

Lo sviluppo di un progetto coresidenziale non è mai né breve né agevole, essendo innumerevoli i fattori che intervengono alla sua determinazione ed all’esito finale. Esso consta infatti di più fasi di sviluppo, che se da una parte consentono di frammentare l’iter che porta alla sua positiva conclusione, dall’altra consente pause di verifica ed eventuale sviluppo di nuove idee, purché attinenti alle indicazioni iniziali di massima.

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La primissima fase, inevitabilmente, è tutta nostra: è quella che riguarda l’individuazione e la valutazione di aree, superfici agricole, borghi dismessi, edifici che possiedano le caratteristiche adatte, non solo per accogliervi una comunità coresidenziale, ma anche quei caratteri ambientali, territoriali e di potenziale produttività agricola, eventualmente con l’aggregato della fattoria didattica e dell’attività ricettiva rurale, per poter essere vantaggiosamente proposti sulla base delle esigenze espresse dai promotori della futura comunità coresidenziale.

Una volta stabilito che, in linea di massima, la struttura può ritenersi adeguata, vengono approfondite le sue caratteristiche anche in base all’interesse che suscita tra i promotori e gli aderenti che man mano partecipano al progetto.

A questo punto viene stilato un progetto architettonico di massima, ancora suscettibile di variazioni e modifiche in corso d’opera prima della definitiva presentazione alle autorità competenti. Da quel momento le linee guida sono tracciate.

Da questo momento in avanti il progetto acquista carattere di ufficialità e ne vengono comunicati periodicamente gli sviluppi agli aderenti all’iniziativa; se ne sussistono le premesse, vale a dire se la comunità non è già strutturata, viene inoltre promosso all’esterno per stimolare l’interesse di eventuali ulteriori partecipanti.

Nel frattempo la manifestazione d’interesse si trasforma in prenotazione, attraverso la corresponsione di un anticipo a sancire volontà ed impegno economico.

Trasformato quindi l’interesse in impegno formale, e questo in contratti preliminari di compravendita, si pone mano alla realizzazione tecnica, senza trascurare un momento fondamentale: la progettazione partecipata che, se inizialmente ha espresso indicazioni di massima, da questo momento condiziona la scelta di soluzioni tecniche e dei materiali.

Va da sé che la progettazione partecipata, aperta a tutti i sottoscrittori dell’iniziativa, è uno strumento che i futuri cohousers utilizzano, attraverso scelte di natura tecnica, al fine di prendere decisioni relativamente allo stile di vita al quale intendono improntare il loro futuro complesso abitativo.
Una volta ultimata la realizzazione ed ottenuti i necessari collaudi e l’abitabilità gli alloggi vengono consegnati ai componenti la nuova comunità ed il cohousing è pronto per iniziare la propria esistenza autonoma.

Ferma restando l’individuazione preliminare delle possibili soluzioni abitative, appare evidente come soltanto i progetti capaci di stimolare interesse possono aspirare ad essere coronati dal successo. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che progettazione partecipata significa che i protagonisti dello sviluppo di un cohousing sono gli stessi cohousers.

Noi professionisti siamo, in un certo senso, soltanto facilitatori che possiedono abilità e competenze tecniche, normative, di negoziazione, finanziarie necessarie all’individuazione di possibili supporti regionali o comunitari qualora ne ricorrano i presupposti, ma sono i futuri cohousers a creare attraverso la loro visione lo spirito, oseremmo dire l’Anima e l’Energia, necessari presupposti per la nascita, lo sviluppo ed il consolidamento della futura comunità.

C’è chi è particolarmente attento alla sostenibiulità ambientale, chi all’utilizzo di energie rinnovabili, chi all’analisi del terreno per verificare quali coltivazioni possano esservi impiantate con successo, chi all’utilizzo dei materiali da costruzione ed alle soluzioni interne, chi richiede spazi da adibire ad un’attività professionale o artigianale, chi è attento alle esigenze dei bambini. La casistica è pressoché infinita. E ad ogni domanda è necessario trovare una risposta.

L’esperienza sui progetti  da noi promossi e portati a termine ci porta ogni volta ad acquisire nuove competenze, nella consapevolezza che non può esistere un modello unico da proporre, magari a moduli, poiché un cohousing è completamente differente, per le sue caratteristiche intrinseche e per lo spirito che lo anima, dal recupero tradizionale di un immobile per civile abitazione.

L’aspetto stimolante di questo lavoro risiede nel fatto che, sin dalla prima fase propositiva, si tratta ogni volta di iniziative estremamente articolate, pregne di sfumature, dove tanta parte dev’essere lasciata al dialogo con e fra i partecipanti affinché esprimano confrontandosi le proprie aspettative. E’ oltremodo interessante osservare come idee, convincimenti e aspettative siano invariabilmente destinate a mutare, amalgamarsi e, fondendosi in un insieme armonico, dar vita attraverso il contributo di tutti a qualcosa di nuovo rispetto a ciò che promotori e partecipanti avevano immaginato individualmente. Ed è bello osservare queste persone, che, dapprima perfette sconosciute fra loro, diventino progressivamente amici, anzi una comunità.

La nostra prima esperienza risale al 2009, con la progettazione di una fattoria didattica destinata ad una conduzione comunitaria in Val di Taro. Possiamo affermare che in questi anni non abbiamo mai visto due casi uguali, ma un tratto è comune: funzionalmente alla bontà ed all’entusiasmo suscitato dal progetto sono gli stessi aderenti a farsene promotori presso amici e conoscenti, utilizzando uno strumento a torto ritenuto arcaico, ma in realtà solidissimo, se il prodotto è valido: il passaparola.

I momenti di progettazione partecipata sono altresì fondamentali perché i partecipanti apprendano a conoscersi, a dialogare e, perché no, a misurarsi esprimendo senza remore aspettative e desideri, cementando un vincolo elettivo che si fa sempre più tenace.

In realtà il processo non si conclude con la consegna degli alloggi perché, inevitabilmente, attraverso la vita quotidiana nascono nuove esigenze o si notano aspetti che nella fase progettuale erano sfuggiti. E ci ritroviamo quindi ad accompagnare la nuova comunità nei suoi primi passi, magari addirittura per un biennio.

Alberto C. Steiner