Il Grande Parco della Martesana polmone verde di Milano

Parliamo, com’è nostro costume, di una storia minore ma non per questo meno importante sotto il profilo di quella maturata consapevolezza che porta un numero sempre maggiore di cittadini a volersi riappropriare del territorio e conseguentemente della storia e dell’identità locali.

Dopo numerosi rinvii si è finalmente tenuto il 10 aprile il convegno dedicato al Grande Parco Martesana, rilanciando un progetto risalente all’anno 2008 finalizzato a creare un ambito protetto sotto il profilo ambientale che potrebbe sorgere dalla fusione del Parco delle Cascine di Pioltello con il Parco Cave Est di Brugherio, Carugate, Cernusco sul Naviglio, Cologno Monzese e Vimodrone: 10 milioni di metri quadri di verde agricolo, per il benessere e la salute dei cittadini della Martesana.

Sono intervenuti Paolo Micheli, consigliere regionale del Patto Civico, Giordano Marchetti, assessore al territorio del Comune di Cernusco, Fabiano Gorla della Lista per Pioltello, Roberto Codazzi di Vivere Cernusco e Giuseppe Bottasini candidato sindaco di Pioltello con la moderazione di Ivonne Cosciotti di Vivere Pioltello.

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Il Parco delle Cascine nella Martesana

La storia del parco inizia da lontano, esattamente dal 1983, quando il Parco delle Cascine inizia ad essere sottoposto ad aggressioni speculative che tentano di renderlo fruttuoso non con i frutti della terra bensì con quelli avvelenati del cemento, in piena contraddizione con la presenza di attività agricole e di allevamento anche di eccellenza.

Purtroppo qualche conseguenza non è mancata, particolarmente nel comuni di Segrate e Vimodrone, dove è stata cancellata ogni superficie agricola con l’abbandono e la successiva distruzione di buona parte della cascine in previsione di volumetrie edificatorie, senza trascurare la devastazione operata dall’insediamento di gruppi di Rom con il conseguente abbattimento delle cascine Vallota e Bareggiate, distrutta da un incendio originato da un fornello acceso dai nomadi che la occupavano abusivamente, ma tollerati in quanto rappresentanti di quella cultura altra tanto cara a certi buonisti e politici.

Il Parco delle Cascine confina a Nord, per un breve tratto nel territorio vimodronese con il Parco delle Cave Est, esteso su Brugherio, Carugate, Cernusco sul Naviglio e Cologno Monzese. Entrambi i parchi sono riconosciuti dalla Provincia come PLIS, Parchi Locali di Interesse Sovracomunale ed in entrambi è tuttora presente una significativa attività agricola. In particolare l’area pioltellese, di forma quadrata, estesa su 200 ettari e non attraversata da strade, è particolarmente pregiata dal punto di vista naturalistico.

Le aree insistenti negli altri Comuni sono più frammentate ma complessivamente si estendono per 800 ettari. Fondendolo le due realtà quetse dipenderebbero da ben cinque amministrazioni comunali, alle quali dovrebbe essere sottoposta qualsiasi eventuale proposta di variazione dell’utilizzo  e sarebbe pertanto meno agevole stravolgerne la vocazione agricola e naturalistica.

Come è stato ricordato nel corso del convegno, i PLIS non nascono da una decisione statale o regionale, bensì dalla volontà della comunità locale di salvaguardare le proprie aree verdi ed agricole aggregandole a quelle dei vicini. Esattamente ciò che si propongono i promotori dell’unificazione dei due parchi.

Le tipologie di alberi che compongono i boschi inseriti nei due parchi sono quelle tipiche del nostro territorio: farnie e carpini bianchi, tigli selvatici e ciliegi, olmi campestri e rovere, meli selvatici e peri, gelsi bianchi e neri che tanta parte hanno avuto nella nostra storia anche economica per l’allevamento dei bachi da seta, pioppi nero e salici bianchi oltre a svariate tipologie di arbusti, il tutto a comporre una vegetazione forestale che riproduca ciò che era presente un tempo in vaste aree della Regio Insubrica.

Ad oggi il parco agricolo è stato finalmente bonificato in modo da poter tornare ad essere coltivato, grazie ad una convenzione con alcuni operatori agricoli che rende l’area facilmente e tranquillamente fruibile e quotidianamente percorsa da trattori e carri agricoli all’opera. Un bel colpo d’occhio lo si ottiene attraversando il nuovo ponte ciclopedonale sulla Statale 11 Padana nei pressi del supermercato Esselunga di Pioltello, di fronte al quale è tra l’altro sorto un gattile nato dalla passione di un pensionato. Ed è molto piacevole vedere come i cittadini si stiano riappropriando del Parco prendendo la buona abitudine di farci un giro in bicicletta o a piedi, rispettando la natura ed il lavoro dei contadini.

E per finire, giusto per non lasciare il futuro parco ed il suo vasto territorio di riferimento alla mercè di una mobilità insostenibile, si potrebbe anche ipotizzare una tramvia che dall’aeroporto di Linate colleghi la stazione della metropolitana di Cernusco attraverso l’Idroscalo e San Felice, Pioltello e la sua stazione ferroviaria che sta assumendo sempre maggiore importanza, da realizzare sull’esempio di quella che collega Bergamo con Albino.

Alberto C. Steiner

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La giornata mondiale della Terra celebrata da Google

Accendiamo il pc e sulla pagina iniziale il doodle di Google ci ricorda, con il suo grazioso colibrì rosso animato, che oggi è la Giornata Mondiale della Terra.

E’ un attimo, e a quello del colibrì si susseguono i disegni animati di una medusa quadrifoglio, un macaco giapponese, un camaleonte velato, un pesce palla ed infine uno scarabeo.
Quest’ultimo è sicuramente uno degli animali più misteriosi della storia, da sempre legato a simbologie esoteriche nonché apprezzato ornamento sulla cui forma si sono modellati numerosi gioielli in metalli preziosi e gemme. Ma lo scarabeo costituisce altresì un anello fondamentale nella perpetuazione dell’ecosistema.

Ed è da questa evidenza che probabilmente origina la scelta di Google di dedicare anche al simpatico animaletto il proprio logo animato.

Oggi, 22 aprile, è la Giornata della Terra, istituita il 22 aprile 1970, esattamente un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera, per sensibilizzare il mondo ai problemi della fame, dello sviluppo sostenibile, dell’inquinamento.

La celebrazione intende coinvolgere più nazioni possibili, oggi sono esattamente 175, per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. Dall’originario movimento universitario, la Giornata è divenuta nel tempo un avvenimento educativo ed informativo, utilizzato da gruppi ecologisti come opportunità per valutare le problematiche del pianeta: dall’inquinamento di aria, acqua e suolo alla distruzione dell’ecosistema, dall’esaurimento delle risorse non rinnovabili alle migliaia di specie vegetali ed animali che scompaiono.

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Un esempio macroscopico di tale devastazione lo possiamo vedere in Cina, dove l’inquinamento è diventato talmente insostenibile da determinare l’invivibilità delle aree inquinate (notizia di qualche settimana fa: a Pechino alcune fabbriche hanno dovuto chiudere perché l’eccessivo inquinamento dell’aria impediva fisicamente il lavoro) ma addirittura influenza tutto il Pianeta.

Ed il nostro Paese non può certamente chiamarsi fuori da tali problematiche, a partire dal dissesto idrogeologico originato dalla devastazione, dall’incuria e dall’abbandono del territorio, in particolare di quello montano. Per tale ragione è nata Earth Day Italia, l’organizzazione italiana impegnata a promuovere l’Earth Day e le sue finalità sul territorio nazionale, favorendo lo sviluppo di progetti ed iniziative utilizzando, per esempio, il linguaggio dell’arte come moltiplicatore della sensibilità ambientale, ovvero dando voce e forza al mondo scientifico, istituzionale, delle imprese e della società civile per promuovere innovazione tecnologica e cambiamento culturale.

Celebriamo dunque questa giornata, con spirito gioioso ma non come una festa, bensì come un momento di riflessione e impegno: ne va, letteralmente, della nostra vita e della sua qualità.

ACS

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L’Alta Velocita’ ferroviaria non e’ una alternativa sostenibile al trasporto aereo

Negli ultimi anni l’alta velocità ferroviaria viene spacciata come l’alternativa sostenibile al traffico aereo. Non è vero. Nonostante la sua presunta efficacia, i treni ad alta velocità non rendono affatto più sostenibili gli spostamenti: pensiamo solo al fatto che i passeggeri che passano dai treni a bassa velocità a quelli ad alta velocità aumentano l’uso di energia e le emissioni di carbonio, per tacere dell’impatto ambientale e del taglio delle vene idriche dovuti ai lavori d’impianto.

Secondo l’UIC, Union Internationale des Chemins de Fer, i treni AV: “Giocano un ruolo chiave per lo sviluppo sostenibile e di lotta al cambiamento climatico”. Come viaggiatore ferroviario professionista, che sin dall’infanzia ha coperto regolarmente sulla rete nazionale ed europea lunghe distanze utilizzando indifferentemente ogni tipo di treno da quelli superlusso a quelli più semplici, mi viene da dire che è vero il contrario, ma che anzi i treni ad alta velocità stanno distruggendo la più valida alternativa all’aereo: quella rete ferroviaria a bassa velocità onorevolmente in servizio da decenni.

Sappiamo come l’introduzione di relazioni ferroviarie ad alta velocità abbisogni di costosissime infrastrutture dedicate, essendo impensabile la commistione eterotachica con treni più lenti ancorché su binari dedicati, per le necessità progettuali altiplanimetriche e per la tensione di alimentazione, in Italia 3kVcc  per la trazione ordinaria e 25kVca50Hz per l’alta velocità.

L’apertura all’esercizio di linee AV così concepite comporta invariabilmente l’eliminazione di quelle più lente, più abbordabili dal punto di vista economico, spingendo i passeggeri ad utilizzare le nuove soluzioni più costose o ad abbandonare il treno, relegandolo a collegamenti locali poiché le nuove linee escludono località intermedie. Il risultato è che chi viaggia per lavoro può anche passare dall’aereo al treno mentre, nel contempo, la maggior parte dei viaggiatori viene spinta ad utilizzare le linee aeree sempre più low-cost, le autolinee o addirittura l’auto privata.

Questo concetto non si applica alla Germania, unico paese europeo con un modello misto, dove i servizi tradizionali e ad alta velocità possono utilizzare ogni tipo di infrastruttura. I treni ad alta velocità possono utilizzare tratte ammodernate, mentre i servizi di trasporto merci utilizzano la capacità delle linee ad alta velocità inutilizzata durante la notte. La Germania ha relativamente poche tratte specifiche per l’alta velocità e i treni sono relativamente lenti.

Studiando la storia ferroviaria europea appare evidente come la scelta che spinge a realizzare linee AV non è affatto obbligata: partendo dall’ottocentesca Valigia delle Indie Londra-Bombay che attraversava la nostra penisola da Modane a Brindisi per proseguire via mare, e passando dall’Orient Express Parigi-Costantinopoli nelle sue molteplici configurazioni, una sola delle quali, la Simplon via Losanna-Milano-Trieste, toccava l’Italia, arriviamo al 1956, quando venne istituita la rete dei TEE, Trans Europa Express, costituita da convogli dedicati di sola I classe ma non di lusso per i quali venne costruito materiale apposito in una stimolante gara alla comodità ed alla ricerca di soluzioni raffinate e tecnologicamente avanzate, che ha consentito di realizzare convogli estremamente accoglienti e, per l’epoca, tecnologicamente avanzati.

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Gli sforzi tesi ad organizzare veloci servizi ferroviari internazionali europei, sono sempre stati accompagnati da condizioni economiche vantaggiose e da servizi di bordo sempre più accurati.

Se osserviamo le tracce orarie di quei treni, oppure dei rapidi in servizio interno, ci rendiamo conto di come non pochi dei servizi resi in passato fossero addirittura, fatte le debite proporzioni, più veloci delle attuali Frecce. Nel 1937 la coppia di rapidi R90/R95 Torino-Milano-Venezia, affidata a possenti locomotive a vapore l’ultima delle quali conservata al Museoscienza Leonardo da Vinci di Milano, percorreva i 267 km della tratta da Milano a Venezia senza fermate intermedie in tre ore secche. Oggi un Frecciabianca impiega 2h40′.

Un ultimo esempio d’epoca, e poi passiamo oltre: la relazione Milano-San Remo affidata al TEE Ligure Milano-Avignone impiegava 3h50′ con fermate a Voghera, Genova Savona e Imperia (oggi una Freccia impiega 3h38′) ed il suo costo nel 1970 era pari a Lire 4.740 (53 Euro attuali considerato il trend inflattivo) oltre al supplemento di Lire 1.340 (15 Euro) contro un attuale costo di Euro 39,50 in I classe e di 29,50 in seconda. Giusto per avere un riferimento, nel 1970 la paga oraria media di un lavoratore assommava a 597,30 lire.

E’ del resto noto che, se le ferrovie italiane non se la sono mai passata granché bene, il loro peggioramento ha coinciso con la cacciata, negli anni Ottanta, di Mario Schimberni, che ebbe la pretesa di rivedere le spese folli, compresi cavalcavia pedonali realizzati per attraversare le stazioncine di soli due binari dove transitavano sei treni al giorno, per esempio su relazioni indubbiamente fondamentali come la Rocchetta Sant’Antonio – Lacedonia.

Ed oggi assistiamo allegramente allo sperpero di centinaia di miliardi di Euro per realizzare attraversamenti sotterranei in città come Bologna e Firenze, che consentono di risparmiare al massimo dieci o quindici minuti di percorrenza.

L’Europa ha la rete ferroviaria più incredibile del mondo, in grado di condurre ovunque in qualsiasi momento, e un viaggio in treno finisce per essere più divertente e interessante di un viaggio in aereo.

Per quanto non sia questa la sede per cantare le bellezze dei lunghi viaggi in treno, ogni anno diventa sempre più difficile viaggiare in Europa utilizzando i treni ordinari, e la colpa è dell’alta velocità che avanza senza sosta. Poiché sempre più sono le linee ferroviarie soppresse a favore di quelle ad alta velocità, i viaggi internazionali in treno raggiungono costi proibitivi. La cosa strana però è che molti di questi percorsi cancellati erano quasi più veloci, e qualche volta decisamente più veloci, delle più recenti e costose linee ad alta velocità.

Storicamente, le tariffe ferroviarie sono sempre state inferiori a quelle aeree. Ma la comparsa dei treni Av e delle compagnie aeree low-cost nel 1990 ha invertito questo stato di cose. Ricchi e poveri hanno semplicemente scambiato le modalità di viaggiare: le masse viaggiano ora in aereo, mentre le élite prendono il treno. Poiché ci sono sempre meno ricchi in Europa, ciò non comporterà ovviamente alcun risparmio né monetario né energetico, tantomento riduzioni delle emissioni di carbonio.

I treni Av condividono un problema fondamentale con quasi tutte le altre soluzioni high-tech che di questi tempi vengono millantate come sostenibili: sono troppo costosi per diventare la soluzione ideale. Questo spiega perché a fronte dell’installazione di 10.000 chilometri di linee ferroviarie AV, la crescita di passeggeri del traffico aereo in Europa non si è fermata. Dal 1993 al 2013 il traffico aereo in Europa è cresciuto in media del 5,2% annuo. E si stima che cresca di un altro 45% tra il 2014 e il 2030, nonostante l’attuale crisi economica e i nonostante i 20.000 km di linee AV che si vogliono ancora realizzare.

La differenza di prezzi tra biglietti di compagnie aeree low-cost e treni ad alta velocità è così grande che è impossibile pensare a un significativo trasferimento di passeggeri dal trasporto aereo a quello ferroviario.

Nonostante questo, sia l’Unione Europea sia l’UIC persistono nel pubblicare report che mostrano come le persone stiano abbandonando gli aerei per passare ai treni, risparmiando emissioni di energia e di carbonio.

Come può essere? Semplice, come diceva mio padre: la carta riceve di tutto. E giocando con i numeri si può fare quel che si vuole.
ACS

KL Cesec CV 2014.04.08 AV 003

Table una mostra sull’esplorazione del cibo nel corso degli ultimi secoli

Cosa mangiavano i nostri antenati? Cosa mangiamo noi e, attraverso l’apparentemente semplice atto del mangiare, chi siamo?

Ce lo racconta Table, una mostra, anzi una grande installazione artistica, realizzata dall’Assessorato alle Politiche Culturali in collaborazione con Wood*ing che dal 12 aprile all’8 giugno occuperà la sala esposizioni dell’Arengario di Monza.

Spreco alimentare, agricoltura familiare, migliori pratiche di nutrizione e biodiversità saranno i temi affrontati.

L’ingresso è gratuito, come i numerosi laboratori esperienziali a tema. Ne elenchiamo alcuni fra i più interessanti:

  • Dal seme al pane, laboratorio di panificazione artigianale con lievito madre per bambini a partire dai 6 anni;
  • Piante spontanee in cucina, per imparare ad apprezzare e cucinare quello che la natura ci offre stagionalmente;
  • Annusiamo! laboratorio sensoriale sulle erbe per bambini a partire dai 3 anni;
  • La cucina sostenibile, per imparare ad utilizzare in cucina scarti di frutta e verdura; Tisane, balsami e oleoliti, per imparare l’uso delle piante aromatiche e officinali per il benessere personale.

Sono previste inoltre visite guidate a cascine della zona.

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Wood*ing nasce dalle  passioni di Valeria Margherita Mosca: la natura, l’esplorazione e il cibo attraverso l’indagine delle biodiversità e le mutevoli caratteristiche del territorio.

Valeria ha scelto di vivere tra montagne e boschi Valeria per avere la possibilità di studiare la natura e le sue infinite possibilità in materia di scienze alimurgiche, etnobotanica e tradizioni.

Riconoscendo la l’etnogeografia come fondamento gastronomico raccoglie con rispetto ciò che è disponibile stagionalmente, esplorando così il nostro ambiente commestibile e le materie prime spontanee della nostra regione. Indagando le potenzialità nutrizionali e organolettiche, i metodi di raccolta e d’uso, di cottura e di conservazione include nel suo ambito d’interesse anche i prodotti artigianali che ci parlano della storia culinaria della nostra terra e dei metodi di lavorazione nei tempi passati.

Attraverso ingredienti semplici, freschi e spontanei, si generano così sapori che parlano delle nostre origini e del nostro ambiente, creando non solo un concetto di cucina ma anche un vero e proprio modo d’essere nuovo, che ci collega a questo luogo e al nostro tempo.

Anima in Cammino

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Seawer il mostro marino coreano che mangia la plastica

I marinai che solcano le acque del Pacifico lo sanno bene: sempre più frequentemente si trovano a navigare in un vero e proprio mare di spazzatura, originato dal fatto che ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscono negli oceani, arrivando a formare vere e proprie isole di pattume non biodegradabile denominate GPGP, Great Pacific Garbage Patch.

Alcune di queste sono di dimensioni superiori ad un paese come la Francia e, guidate dalle correnti oceaniche, hanno più volte compiuto il giro del mondo costituendo una grave minaccia per migliaia di animali marini e per l’ecosistema.
I rifiuti navigano talmente compatti, com’è visibile nella foto aerea a corredo, da impedire all’aria ed alla luce del sole di penetrare nell’acqua, con tutte le immaginabili nefaste conseguenze.

Per contrastare questo fenomeno il progettista coreano Sung Jin Cho ha ideato Seawer: si tratta di un grattacielo al contrario di forma circolare, immerso nelle acque marine per 300 metri di profindità e del diametro di 550 metri.

La struttura galleggiante, in grado di funzionare come stazione di riciclaggio per l’oceano, è in realtà un foro di aspirazione al cui interno verrebbe inglobata la spazzatura affiorante  a pelo d’acqua. La plastica verrebbe raccolta da appositi filtri, mentre l’acqua verrebbe filtrata e, una volta ripulita, rilasciata nuovamente in mare.

Il progetto, che ha ricevuto una menzione d’onore al concorso eVolo Skyscraper 2014, non solo sfrutterebbe l’energia solare per il funzionamento e per gli spostamenti, ma sarebbe in grado di produrne.

La plastica verrebbe dapprima frantumata e successivamente micronizzata attraverso cinque filtri consecutivi in modo da poter essere recuperata e riutilizzata una volta separata dall’acqua e da qualsiasi eventuale residuo organico.
Le particelle plastiche così raccolte tornerebbero verso la superficie per effetto della loro leggerezza, mentre l’acqua scenderebbe in profondità nella struttura, finendo in appositi bacini di sedimentazione per essere ulteriormente purificata,prima di essere reimmessa in mare.

Sicuramente futuristico, il progetto è stato definito anche visionario. A nostro parere una sola cosa è certa: il notevole costo di realizzazione, che se fossimo più civili e consapevoli avremmo potuto risparmiare, destinando le risorse ad altre iniziative.
Ma ormai siamo alla polmonite, e quella non si cura con l’aspirina…

ACS

Acqua nascosta la misurazione del vero consumo di acqua

Dello spreco idrico abbiamo parlato in diverse occasioni. Naturalmente l’acqua, in senso stretto, non viene sprecata poiché il suo percorso è immutabile. Parlando di spreco intendiamo perciò indicare quel quantitativo di risorse idriche dissipato in attività non strettamente necessarie alla vita umana, ovvero che abbisogna di costosi sistemi di depurazione per ritornare ad essere utilizzabile per l’alimentazione umana, per l’agricoltura e per qualsiasi altra attività.

Ciò premesso, il quantitativo di OroBlu consumato quotidianamente pro-capite, specialmente nel nostro mondo che ancora non riesce ad affrancarsi  dai criteri di benessere e spreco, e non tanto necessario per lavarsi, bere o cucinare, ma necessario per portare in tavola cibo ed oggetti di uso quotidiano e definito come “acqua nascosta”, è enorme.

Si dice che un’immagine valga più di mille parole, ed infatti abbiamo scovato un video, interessante proprio perché elementare nelle sue modalità esplicative, nel quale l’information designer Angela Morelli spiega cosa significhi acqua nascosta e fornisce alcuni consigli per ridurre gli sprechi.

 

Per parte nostra, e senza nulla voler togliere alla validità didattica del video, riteniamo che il consumo di risorse idriche per la produzione di carne alimentare sia senza dubbio da considerare come una delle maggiori fonti di dissipazione. Ma non è né la sola né la principale: abbigliamento, manufatti, pigmenti e tutta una serie di oggetti di uso comune comportano uno spreco ben maggiore e, spesso, inutile.

ACS

 

Crowdfunding il futuro dell’economia sostenibile finanziata in maniera solidale

Il crowdfunding è “l’etichetta” sotto la quale vengono collocati strumenti (assai diversi tra loro) finalizzati a reperire finanziamenti non erogati da una banca o da un istituto finanziario (ma da persone fisiche o altri soggetti), per lo svolgimento di una determinata attività di impresa.

In Italia, tale istituto è disciplinato dalla legge n. 221 del 17 dicembre 2012, la quale ha dettato, all’art. 25, disposizioni dirette a favorire la crescita sostenibile, lo sviluppo tecnologico, la nuova imprenditorialità e l’occupazione, in particolare giovanile, con riguardo alle imprese start-up innovative, come definite al comma 2 del medesimo art. 25.

La normativa in questione disciplina, quanto al crowdfounding, la attività di raccolta di capitali di rischio tramite portali on-line ed altri interventi di sostegno per le start-up innovative, demandando alla Consob il compito di emanare un regolamento di attuazione.

Il regolamento della Consob è stato approvato con delibera n. 18592 del 26 giugno 2013 (pubblicata, unitamente al regolamento, nella Gazzetta Ufficiale n. 162 del 12 luglio 2013) ed ha istituito il registro dei soggetti abilitati a gestire portali (on line) per la raccolta di capitali di rischio per le start-up innovative. In base a tale regolamento, il gestore del portale deve raccogliere e fornire una serie di informazioni relative al progetto (ad es.: sui rischi che l’investimento comporta, informazioni sull’emittente e sugli strumenti finanziari oggetto dell’offerta, la descrizione del progetto e del relativo business plan, informazioni sulla quota di finanziamento eventualmente già sottoscritta da investitori professionali, informazioni sui conflitti di interesse connessi all’offerta, ecc.).

Crowdfunding

Attualmente, sono solo tre i portali accreditati dalla Consob per svolgere attività di crowdfunding: unicaseed.it (portale iscritto nella sezione speciale del registro dei gestori, dedicata a banche ed altri soggetti “istituzionali” di finanziamento), assitecacrowd.com (attualmente nella fase “comung soon”) e starsup.it (portali iscritti nella sezione ordinaria del registro gestori).

E’ da notare come, a fianco di tali realtà, il panorama complessivo del crowdfunding italiano collochi anche altri portali e soggetti che svolgono attività di finanziamento alternative, pur non essendosi registrati presso la Consob.

Al di là delle differenze tra tipologie di crowdfunding, non è ancora ben chiaro se il sistema delineato dalla normativa di riferimento sia in grado di fornire un canale di finanziamento alternativo a quelli solitamente percorsi dalle start up. Certo è che il lodevole intento di trovare un modo per finanziare l’attività di impresa “dal basso” deve fare i conti con almeno tre problematiche non di poco momento.

Innanzi tutto, la scarsa conoscenza degli strumenti di crowdfunding da parte degli stessi imprenditori (la cultura della cooperazione nella attività di impresa è veramente poco diffusa, in Italia, dove, al momento è imperante la tendenza all’individualismo imprenditoriale). Certamente la diffidenza verso soggetti terzi è, poi, un ostacolo considerevole. Infine, occorre anche considerare che l’Italia si è dotata, primo tra tutti gli Stati dell’area europea, di una apposita normativa, che, pur essendo finalizzata a garantire l’investitore, non è detto che sia percepita come un trampolino di lancio da parte dei gestori dei portali registrati.

Attualmente, dunque, il crowdfounding non sembra avere vita facile, almeno nella sua fase di decollo. Rimane il fatto, però, che l’esperienza desumibile da altri Stati dovrebbe far propendere per un progressivo rafforzamento degli istituti di finanziamento sociale, almeno in futuro.

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Articolo di Filippo Maria Salvo su blogtaormina.it

 

La creazione di liquidita’ e’ la chiave dell’economia moderna

Sembra che Henry Ford, negli anni 30, avesse osservato come fosse una buona cosa il fatto che la maggior parte degli americani ignorassero come funzioni davvero il mondo bancario, perché altrimenti “avrebbero dato inizio ad una rivoluzione prima di domani mattina”.

 Il mese scorso è successo qualcosa di notevole. La Banca d’Inghilterra ha rotto il fronte compatto delle banche centrali.
In un documento intitolato “La creazione della moneta nell’economia moderna”, redatto da tre economisti del dipartimento di Analisi Monetaria della banca, hanno dichiarato in maniera inequivocabile che le convinzioni generali riguardanti le modalità con cui lavorano le banche sono sbagliate, e che invece le posizioni del tipo più eterodosso e populista, più comunemente associate a gruppi come ad esempio Occupy Wall Street, sono corrette. In questo modo, hanno di fatto gettato dalla finestra l’intera teoria alla base dell’austerità.
Per rendersi conto di quanto siano radicali le nuove posizioni della Banca d’Inghilterra, considerate il punto di vista convenzionalmente accettato, che continua ad essere alla base di tutti i rispettabili dibattiti della politica.
BankOfEnglandBuilding
La gente mette i suoi soldi in banca. Le banche prestano poi questo denaro a un certo tasso di interesse sia al consumatore finale che agli imprenditori che vogliano investire in qualche attività redditizia. E’ vero: il sistema della riserva frazionaria permette alle banche di prestare somme considerevolmente superiori a quelle che detengono nelle riserve, ed è anche vero che, se i risparmi dei correntisti non bastano, le banche possono farsi prestare altro denaro dalla banca centrale. La banca centrale può stampare tutto il denaro che vuole. Ma deve anche fare attenzione a non stamparne troppo.
Infatti, ci sentiamo spesso ripetere che questo è il motivo principale per il quale le banche centrali sono state rese indipendenti. Se i governi avessero il potere di stampare moneta, sicuramente ne metterebbero troppa in circolazione, e l’inflazione che ne risulterebbe porterebbe l’economia al caos. Istituzioni quali la Banca d’Inghilterra o la US Federal Reserve vennero create per regolare con attenzione la creazione della moneta allo scopo di prevenire l’inflazione. Ed è per questo che è loro vietato dare direttamente il denaro al governo, ad esempio comprando titoli di stato, e finanziano invece l’attività economica privata che il governo semplicemente tassa.
E’ questo che ci porta a continuare a parlare del denaro come se fosse una risorsa limitata, alla stregua della bauxite o del petrolio, a dire che “semplicemente non c’è abbastanza denaro” per finanziare lo stato sociale, a parlare dell’immoralità del debito pubblico o di una spesa pubblica che “svuota le tasche” al settore privato.
Quello che la Banca d’Inghilterra ha ammesso, questa settimana, è che niente di questo è vero. Per citare la loro stessa presentazione iniziale: “Le banche non ricevono i risparmi dai privati per poi successivamente prestarli, sono i prestiti delle banche a creare i depositi“…”In condizioni normali, la banca centrale non determina l’ammontare della moneta in circolazione, e la moneta della banca centrale non è nemmeno ‘moltiplicata’ sotto forma di prestiti e depositi”.
In altre parole, tutto ciò che pensiamo di sapere non solo è sbagliato, è arretrato. Quando le banche prestano, creano soldi. E questo è il motivo per il quale il denaro non è veramente nient’altro che un pagherò. Il ruolo della banca centrale è quello di presiedere questo ordine legale che garantisca effettivamente alle banche il diritto esclusivo alla creazione di pagherò di un certo tipo, un tipo che il governo riconoscerà come valuta legale dal fatto che sarà favorevole ad accettarli in pagamento delle tasse.
Non c’è davvero alcun limite alla quantità di denaro che una banca può creare, a patto che trovi persone che vogliano prendere in prestito quel denaro. Non rischieranno mai di finire senza soldi, per il semplice motivo che, in genere, i loro mutuatari non prenderanno mai il denaro per metterlo sotto al materasso: alla fine, tutto il denaro che una banca presta tornerà indietro in qualche modo in qualche altra banca.
Perciò, per il sistema bancario nel complesso, ogni prestito diventa semplicemente un altro deposito. Inoltre, nel caso le banche avessero bisogno di prelevare denaro dalla banca centrale, possono prenderne in prestito quanto ne vogliono; tutto ciò che fa quest’ultima è determinare il tasso di interesse, il costo del denaro, non la sua quantità.
Fin dall’inizio della recessione, le banche centrali degli USA e della Gran Bretagna hanno ridotto questo costo a quasi nulla. Infatti, attraverso l’”alleggerimento quantitativo” hanno pompato quanto più denaro potevano nelle banche, senza produrre alcun effetto inflattivo. Il significato di tutto questo è che il tetto dell’ammontare della moneta in circolazione non è dato da quanto le banche centrali siano disposte a prestare, ma da quanto denaro siano disposti a prendere in prestito governi, aziende, e cittadini ordinari.
La spesa dei governi ha il ruolo principale in tutto ciò (e il documento ammette, leggendolo con attenzione, che alla fine le banche centrali forniscono denaro ai governi).
Perciò non c’è alcuna spesa pubblica che “svuoti le tasche” al settore privatoE’ esattamente l’opposto. Perché, così all’improvviso, la Banca d’Inghilterra ammette tutto ciò? Beh, uno dei motivi è perché ovviamente è vero. Il ruolo delle banche è per la precisione quello di far andare avanti il sistema, e ultimamente il sistema non è che stia andando molto bene.
E’ probabile che la Banca d’Inghilterra decida che mantenere in vita la versione ‘fantasilandia’ dell’economia che si è rivelata così conveniente per i ricchi, sia semplicemente un lusso che non si può più permettere.
Ma, politicamente, si sta prendendo un rischio enorme. Immaginate cosa potrebbe succedere se i titolari dei mutui si rendessero conto che il denaro che la banca ha prestato loro non proviene in realtà dai risparmi di una vita di qualche pensionato parsimonioso, ma sia invece un qualcosa creato dal nulla da una bacchetta magica in loro possesso, che noi gli abbiamo consegnato.

Storicamente, la Banca d’Inghilterra tende a essere un precursore, esternando quelle che possono sembrare posizioni radicali ma che poi finiscono per diventare la nuova ordotossia. Se questo è ciò che sta accadendo, potremmo trovarci presto nella posizione di scoprire se Henry Ford aveva ragione.

royal exchange bank

Articolo ripreso dal giornale The Guardian e tradotto per Informarexresistere in Italiano da Michele Cucca (ME-MMT)

CondiVivere è anche questo: muore la movida nasce la social street

Qualcuno ricorderà l’articolo pubblicato il 5 febbraio scorso sul nostro blog Riabitare Antiche Pietre intitolato Monza: la pace di una clinica svizzera a due passi dal centro. Ne riportiamo l’inizio.

Avrebbe dovuto diventare la via della Movida, ma visto che a parte uno storico negozio di biciclette, una gelateria, una vetreria artistica, qualche bottega etnochic, due pub (chiusi) e ristorantini tipici (non occorre fissare il tavolo), nonché le immancabili agenzie immobiliari, non si è mai movida, è tornata ad essere la strada sonnacchiosa di sempre.

Anzi, più di sempre: trasformata in isola semipedonale, riselciata in cubetti di porfido, abbellita da qualche vasca piantumata e chiuso il passaggio a livello in passato all’origine di tanti incidenti a incauti pedoni, è diventata un’oasi di tranquillità a due passi dal centro. Stiamo parlando della via Bergamo: strada riqualificata, case ristrutturate che però mantengono l’impronta vagamente Bohèmienne pur se, ad onor del vero, con un’atmosfera serale più ginevrina che parigina.

Cantava de André, nell’indimenticabile Via del Campo: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.
Mi piace immaginare che sia andata così: due persone che una mattina chattano, due nel mortorio del proprio negozio deserto. Ad un certo punto una sporge la testa oltre lo schermo, e vede la faccia dell’altra dietro la vetrina del negozio di fronte. Mollano il computer e si incontrano in mezzo alla strada. Una terza persona che svolgiatamente seguiva la chat da casa propria scende in strada, seguita da una quarta, e da una quinta adirittura in ciabatte. E così decidono di esserci, toccarsi, annusarsi, condividere un caffè per davvero. E di fare qualcosa per evitare di rintanarsi nuovamente dietro la lucina azzurra.

Giornale di Monza

Nella realtà è accaduto che qualcuno, ed in particolare l’associazione Proiezione 180 che si occupa di disabilità e disagio e che, guarda caso, ha sede proprio in una vecchia corte di via Bergamo, ha provato ad importare nel sonnacchioso capoluogo brianteo l’idea della social street nata un anno fa a Bologna. E sembra che ci stia riuscendo.

Per ora c’è una pagina su Facebook, via bergamo socievole, già cult tra i monzesi e destinata a traghettare a costo zero dall’estraneità alla condivisione, dallo striminzito buongiorno tra vicini alla consapevolezza di far parte di un gruppo, con l’obiettivo di trasformare la via in una palestra di buone pratiche, una community del buon vicinato: lezioni di pianoforte in cambio di un’ora di inglese, il materasso che da una cantina trasloca in casa di chi non ce l’ha, seggiolini per bimbi in prestito, sos per computer in panne, contrasto allo spreco alimentare.

Un’ottima occasione utile per risolvere i problemi quotidiani di tutti, tenere la via viva e pulita, aiutare le persone sole e in difficoltà. I cittadini sono stati veramente in gamba organizzandosi in completa autonomia, senza offrirsi per fare da spettatori a tavoli, osservatori, congreghe. Si tratta di una splendida iniziativa, perché è noto che da quando sono spariti i cortili, la tendenza è di interessarsi ognuno ai fatti propri.

E per le ore 19 di mercoledì 26 marzo è stato organizzato un aperitivo, dove tutti potranno incontrarsi, conoscersi meglio, gettare le basi delle innumerevoli iniziative che potranno nascere.

Nascerà anche qualche amore? Perché no, niente di più facile.

Monza Social Street

 

Dynamo Camp una realta’ internazionale nella bellissima Toscana

Ogni anno in Italia oltre diecimila minori sono affetti da patologie gravi o croniche. Se dovessimo dar retta al mito dell’efficientismo, all’ossessione della perfezione dell’involucro ci converebbe buttarli, in quanto difettati.
No, forse è meglio se li curiamo…

Ok, cominciamo da uno dei mostri sacri della bellezza holliwoodiana: sembra che, marinaio nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, vide il fungo atomico di Hiroshima da molte miglia di distanza e che in seguito non amasse affatto parlarne. Dopo aver mietuto numerosi successi come attore e regista, nel 1982 fondò un’azienda alimentare, tuttora esistente, specializzata in produzioni biologiche i cui ricavati vengono devoluti in beneficenza per scopi umanitari ed educativi.

Ma fu anche un apprezzato pilota automobilistico: nel 1995 si aggiudicò la 24 Ore di Daytona mettendo però all’asta il premio, un orologio, che venne battuto per 39mila dollari devoluti in beneficienza.
Nel 2006, infine, venne in Italia per inaugurare la locale sezione della fondazione Dynamo Camp, nata dall’iniziativa che egli stesso attuò nel 1988 per accogliere bambini affetti da patologie gravi e croniche.
Stiamo parlando di Paul Newman.

Dynamo Camp è un luogo dove i bambini con gravi patologie tornano ad essere bambini, un luogo di vacanza dove la vera cura è ridere e la medicina è l’allegria. Dynamo Camp è un luogo magico dove si fa terapia ricreativa, il primo in Italia appositamente strutturato per ospitare per periodi di vacanza e svago bambini e ragazzi malati dai 6 ai 17 anni, in terapia o nel periodo di post ospedalizzazione. In modo assolutamente gratuito intende offrire loro la possibilità di riappropriarsi della propria infanzia attraverso un programma che, in totale sicurezza ed allegria, li porti a ritrovare e acquisire fiducia in loro stessi e nelle proprie potenzialità.

Dynamo Camp

A Dynamo Camp i ragazzi possono sviluppare le proprie capacità sperimentando numerose attività creative e sportive, a contatto con la splendida natura dell’oasi di Limestre, in provincia di Pistoia, affiliata al WWF nella quale il Camp è inserito. Possono condividere momenti indimenticabili con altri ragazzi che hanno vissuto esperienze simili alle loro senza sentirsi diversi. Collaborando e divertendosi traggono reciproco sostegno, spesso scoprendo di poter riuscire laddove non ritenevano di essere capaci, concentrandosi così sulle loro abilità piuttosto che sulle disabilità, e ritrovando autostima e fiducia in loro stessi.

Si tratta infatti di minori che devono sottoporsi a terapie spesso invasive e di lunga durata che li costringono a trascorrere molto tempo in ospedale, e la condizione della malattia li porta ad affrontare paura, stanchezza, effetti correlati alle terapie che spesso vincolano anche la loro socializzazione con i coetanei compromettendo inevitabilmente spensieratezza ed allegria.

Chiunque può contribuire a fare in modo che i bambini trascorrano gratuitamente una settimana a Dynamo Camp. Non dimenticheranno questa settimana di divertimento in un ambiente protetto, dove la massima sicurezza è sempre garantita da un’assistenza medica di eccellenza e dalla costante supervisione di personale qualificato: medici ed infermieri in grado di intervenire tempestivamente, ma non casualmente l’infermeria è discretamente nascosta ed allegramente colorata.

La struttura è attiva tutto l’anno ed offre anche programmi specifici rivolti all’intero nucleo familiare e ai fratelli sani, coinvolgendo così tutta la famiglia che si trova ad affrontare la delicata situyazione della malattia.
Dynamo Camp nasce dall’esperienza di SeriousFunChildren’s Network, che ad oggi ha sostenuto 440.000 bambini, che con le loro famiglie hanno partecipato a programmi di  in tutto il mondo. I Camp sono 17 diffusi in Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Irlanda, Ungheria, Israele mentre 11 sono i Global Parnership Programs, programmi di Terapia Ricreativa promossi dall’associazione in Africa, Asia e Sud America.

Per sostenere l’attività, oltre a donazioni in denaro, beni e servizi, è ammessa la possibilità di prestare servizio volontario per un giorno, un week-end, una settimana: “Entri con la presunzione di poter ‘lasciare il segno’ per poi accorgerti che il segno è stato lasciato proprio dai ragazzi, ‘tatuato’ indelebilmente nel cuore: un bimbo gioioso a cavalcioni del mondo.” ha scritto una volontaria.

Come avviene con i membri dello staff, anche i volontari vengono scelti accuratamente, e ricevono una formazione intensiva prima delle sessioni in modo da garantire ai ragazzi una supervisione adeguata e costante, per regalare loro un soggiorno indimenticabile. Ciascuno può portare capacità ed esperienze: ,shiatsu piuttosto che yoga, reiki o ayurveda, tiro con l’arco ed altre discipline sportive compatibili con lo stato di disabilità, saper far ridere inventando situazioni, giochi e teatri improvvisati. I limiti sono costituiti da cuore e fantasia.

Noi abbiamo deciso di andarci, probabilmente a pasqua. Porteremo Amore e torneremo arricchiti. Chi viene?

Anima in Cammino – Malleus

KL Cesec CV 2014.03.20 Dynamo Camp 004