Verona capitale mondiale dell’acqua nel mese di Giugno

I nostri scarichi domestici potrebbero trasformarsi in una grande risorsa da cui recuperare energia rinnovabile o fertilizzanti, biopolimeri e plastiche biodegradabili. Se ne parlerà in una conferenza internazionale, EcoSTP2014, organizzata da un’iniziativa coordinata tra Università di Verona e Politecnico di Milano.

Progetti, ricerche e risultati nel campo delle cosiddette ecotecnologie per il trattamento delle acque reflue verranno presentati a Verona dal 23 al 27 giugno. “Questa è green economy reale, che possiamo ottenere grazie alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica”, ha sottolineato questa mattina nel corso della presentazione alla stampa Francesco Fatone dell’ Università di Verona.

La conferenza internazionale “EcoSTP2014-Ecotechnologies for Wastewater Treatment” rappresenta una vetrina degli studi e delle prime applicazioni in atto su processi e metodologie di gestione innovative e intelligenti, con un’attenzione particolare alla sostenibilità ambientale ed economica: oltre 250 contributi da 41 paesi, esperti da tutto il mondo che si riuniranno nella città di Verona.

Parallelamente si terrà il meeting plenario del network internazionale Water2020, che promuove lo scambio di esperienze e informazioni tra ricercatori e professionisti di tutta Europa sul tema di una rinnovata concezione di “impianto di depurazione”, per la migliore qualità dell’effluente restituito all’ambiente, il recupero di risorse rinnovabili (biogas e bioidrogeno), il contenimento dei costi e dei consumi energetici, l’efficienza della gestione.

P1000053Tante quindi le realtà coinvolte, non solo operatori del settore ma anche amministrazioni pubbliche, enti di controllo, aziende, gestori del servizio idrico e professionisti. Non a caso erano presenti questa mattina in sala anche Massimo Mariotti, presidente Acque Veronesi e Alberto Tomei, presidente Azienda Gardesana Servizi, Angelo Cresco, presidente Depurazioni Benacensi e Paolo Rocca, direttore tecnico ARPAV. Ma anche l’Ordine degli Ingegneri di Verona e il Consiglio dei Geometri.

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EcoSTP2014 è un appuntamento internazionale di interazione fra scienza, tecnica, gestione e innovazione della depurazione delle acque reflue; è inoltre occasione di confronto tra ricerca applicata – di carattere spiccatamente ingegneristico – e operatori del settore, quali amministrazioni pubbliche, enti di controllo, professionisti, aziende e gestori del servizio idrico.

“Sarà un convegno scientifico ma anche un importante momento di confronto per studiare con tutti i protagonisti del settore, tra cui l’Università vuole fare da fondamentale collegamento, le reali possibilità di applicazione finale, “, hanno sottolineato oggi i promotori dell’iniziativa.

Per maggiori informazioni e contatti: www.ecostp.org

Comitato organizzatore: Università di Verona, Politecnico di Milano, Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR, Consiglio di Bacino Veronese, Acque Veronesi, Azienda Gardesana Servizi, Ordine degli Ingegneri Verona – con la collaborazione del Comune di Verona.

 

Articolo ripreso dal sito VeronaGreen.it

I consorzi turistici del Lago di Garda aderiscono al progetto Green Line

Sono 60 le realtà economiche ed associative del Garda veronese e del Baldo che hanno aderito al nuovo progetto Green Line, presentato in questi giorni a Caprino Veronese, nella sede dell’Unione Montana del Garda Baldo.

Il nuovo portale del turismo green www.gardagreentourism.eu raggruppa oltre 350 strutture dell’entroterra Gardesano e delle aree limitrofe: un’iniziativa che vuole riunire i territori attorno ai laghi Garda, Iseo, Idro e Ledro in un’unica una strategia di sviluppo turistico centrata sulla ruralità (Natura, tradizioni, sport, prodotti locali e accoglienza).

Una proposta turistica complementare a quella tradizionale, capace di attrarre nuovi visitatori ma anche di affascinare chi abita in questi luoghi spesso ignorandone il potenziale.

 Il progetto è iniziato a dicembre 2012, promosso da alcuni Gruppi di Azione Locale (GAL), enti finanziati dall’Unione Europea per favorire e sostenere lo sviluppo rurale e la collaborazione tra territori. Capofila è il GardaValsabbia, cui si uniscono il GAL Baldo Lessinia, il GAL Colline Moreniche del Garda, il GAL Gölem (Sebino) e la Comunità Alto Garda e Ledro (Trentino).

La “linea verde” tocca i 4 punti cardinali disegnando una nuova geografia del Garda, oltre i confini amministrativi e sempre più connesso con l’entroterra.

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L’intera offerta è oggi messa in rete e presentata in un catalogo che verrà distribuito nelle più importanti fiere internazionali e sul territorio, in collaborazione con i Consorzi turistici. Ogni realtà aderente viene presentata con una scheda descrittiva dettagliata, con le attività proposte, le peculiarità, le caratteristiche che la rendono “green” e i contatti. Cinque le sezioni in cui è organizzato il catalogo:

1) Natura e l’ambiente;
2) Cultura e tradizioni;
3) Prodotti eno-gastronomici;
4) Sport ecocompatibile;
5) Accoglienza.

Nelle prossime settimane il catalogo verrà pubblicato anche nell’edizione inglese e tedesca. In programma anche la realizzazione di una Green Card, uno strumento che aprirà le porte delle eccellenze della ruralità e permetterà di scoprirne i protagonisti.

Articolo ripreso dal sito VeronaGreen – autore: Redazione

La certificazione “Biodiversity Friend” protegge il Consorzio Tutela Vini Soave

Cresce l’impegno delle aziende vitivinicole veronesi verso le produzione integrata, il biologico, il biodinamico e la biodiversità. Nel corso dell’evento Soave Preview 2013, organizzato dal Consorzio Tutela Vini Soave dal 22 al 24 maggio, è stata presentata la certificazione “Biodiversity Friend”.

Una tre giorni dedicata all’anteprima dell’annata 2013 di questo vino per raccontare ad un pubblico di buyer, importatori e giornalisti il Soave e il suo territorio. L’origine, lo stile e i valori i tre i temi principali a cui erano dedicate le singole giornate (vedi programma in allegato). Grande spazio è stato dato alla qualità biologica dei suoli della zona e sono stati organizzati percorsi sostenibili per scoprire il territorio.

Con lo scopo di valutare gli impatti ambientali delle attività agricole sulla qualità degli ecosistemi e sulla biodiversità, la World Biodiversity Association onlus ha sviluppato nel 2010 la certificazione”Biodiversity Friend”. L’obiettivo è di fornire un quadro completo delle interazioni di un prodotto o di un servizio con la diversità biologica del territorio.

La valutazione considera dodici azioni relativamente a:
– metodi a basso impatto per il controllo dei parassiti e delle malerbe,
– ricostituzione della fertilità dei suoli,
– uso razionale delle risorse idriche,
diffusione di siepi boschi e specie nettarifere,
– conservazione della biodiversità agraria,
– qualità di aria, acqua e suolo attraverso Indici di Biodiversità,
– uso di fonti rinnovabili di energia,
– riduzione delle emissioni e stoccaggio di CO2

ed altre azioni che possono avere benefici effetti sulla biodiversità. Inoltre, durante la procedura per ottenere la certificazione, vengono suggerite strategie operative per incrementare la qualità ambientale delle aree coltivate.

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Ad ogni azione corrisponde un punteggio: per ottenere la certificazione l’azienda deve raggiungere un minimo di 60 punti su 100. Per mantenerla, l’azienda si impegna a incrementare la biodiversità attraverso idonee azioni che saranno indicate dai certificatori e verificate nei controlli successivi.

Tra i promotori dell’iniziativa, Gianfranco Caoduro, Roberto Battiston, Pier Mauro Giachino, Laura Guidolin e Giuliano Lazzarin, autori dell’ articolo dal titolo: “Biodiversity indices for the assessment of air, water and soil quality of the ‘Biodiversity Friend’ certification in temperate areas” pubblicato ad aprile sulla rivista scientifica “Biodiversity Journal”. Il lavoro descrive il biomonitoraggio di aria, acqua e suolo, considerando che la diversità dei macroinvertebrati di suolo e acqua e la biodiversità delle comunità dei licheni epifiti decrescono rapidamente quando suolo, acqua e aria sono alterate da diverse cause, come inquinamento, uso di pesticidi sintetici e biologici e cattive pratiche agricole. La pubblicazione presenta in dettaglio e in anteprima i protocolli dei tre indici della certificazione “Biodiversity Friend”: l’Indice di Biodiversità Lichenica (IBL-bf), l’Indice di Biodiversità Acquatica (IBA-bf) e l’Indice di Biodiversità del Suolo (IBS-bf).

Dal 2010 ad oggi si sono certificate “Biodiversity Friend” circa 50 aziende, sia biologiche sia a produzione integrata. Molte di esse hanno già immesso sul mercato i loro prodotti col marchio “Biodiversity Friend”, che permette di mostrare ai consumatori il loro impegno nella conservazione della biodiversità. Nel 2010, “Biodiversity Friend” ha ottenuto il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole e Alimentari italiano.

Molte aziende agricole e che operano nello specifico nella viticoltura sul territorio veronese hanno ottenuto tale certificazione. L’auspicio è che il numero continui ad aumentare.

Per maggiori informazioni visitate www.biodiversityfriend.org

Articolo ripreso dal sito VeronaGreen.it – autore: Mariagrazia Semprebon

Cucinare gli avanzi e i cibi in scadenza al supermercato si fa nella ricchissima Londra

«Evitare le perdite e riciclare tutto». In particolare in tempi di crisi. Un motto ecologista e anti-sprechi che ascoltiamo spesso ma è la prima volta che un supermercato lo fa suo.

Qual è? The People’s supermarket, una cooperativa alimentare nel quartiere di Holborn a Londra. «Il nostro obiettivo? Ridurre al minimo gli scarti prodotti dalla grande distribuzione, proteggere l’ambiente e prolungare la vita degli alimenti». Ma non solo: «Generare profitto». E così, all’interno del super c’è una cucina dove si cucinano gli «scarti».

NON SI BUTTA VIA NIENTE – Un pomodoro rimasto qualche giorno in più nel contenitore, non proprio perfetto, con qualche ammaccatura, ma buono da mangiare, non verrà gettato come si fa di solito… ma diventerà un ingrediente fondamentale di una ricetta preparata nella People’s Kitchen. «Questo permette di inventare nuovi piatti (sani) – si legge sul sito internet -. I clienti potranno comprarli e consumarli a casa».

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TUTTO RITORNA – Grazie a questo metodo, circa 100 chili di prodotti vengono riciclati ogni settimana. Se alcune pietanze cucinate non sono consumate in giornata vengono date in beneficenza. E se non sono più commestibili si trasformano in concime di un terreno dove sono coltivati i fiori e le piante in vendita al supermercato. Tutto ritorna.

L’ESEMPIO DI NEW YORK – I prodotti provengono soltanto da coltivazioni biologiche. E sono rigorosamente del Regno Unito (per dare lavoro ai coltivatori locali).

A ispirare l’idea è stata The Park Slope Food Coop, una cooperativa alimentare di Brooklyn, a New York. Ma Arthur Potts Dawson e Kate Wiches-Bull (i fondatori del PSFC) non avevano pensato di trasformare gli avanzi (ancora commestibili) in una succulenta zuppa o in un sandwich da gourmet (a prezzi molto accessibili).

 

Articolo di Rossella Burattino ripreso dal sito sissa.it

Entomofagia il cibo di un difficile futuro alimentare

Il cibo del futuro? Una semplice provocazione? O magari una possibile alternativa alla carne e al pesce?

Sono circa 1400 le specie di insetti (e vermi) presenti nella dieta di popolazioni dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia e dell’Oceania: cavallette, grilli, termiti, larve di coleotteri, falene, bruchi, perfino ragni, tarantole e scorpioni…

Sono invece totalmente assenti dalle tavole dei paesi industrializzati, anche se in realtà tutti noi ingeriamo insetti senza rendercene conto: mentre respiriamo e mentre dormiamo, mescolati alla farina o mangiando frutta e verdura. Eppure già nel 2004 un rapporto della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, aveva raccomandato di estendere il consumo degli insetti in quanto ricchi di proteine e vitamine, poveri di grassi e dotati di elevato valore energetico.

Su questa scia, negli ultimi anni timidi tentativi di proporre piatti a base di insetti sono stati fatti anche in varie città italiane con il sostegno di ecologi e ambientalisti, a livello di curiosità o per ampliare lo spettro potenziale dei nostri consumi alimentari.

Ecco allora menù da gourmet che comprendono bachi da seta fritti, crisalidi di cicale arrosto, spiedini di grilli, larve di tarma fritte, grilli al cioccolato come dessert. Piatti consumati e apprezzati non solo per il loro valore nutritivo ma – a giudizio di chef e critici gastronomici – anche per il sapore spesso delizioso e a volte inatteso. Resta, per noi, il tabù psicologico del mangiare insetti. Anche se magari al ristorante ordiniamo gamberetti, ostriche (crude), lumache e zampe di rana.

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GLI INSETTI BUONI DA MANGIARE PER LO SVILUPPO UTILE DELLA BIODIVERSITÀ
Maurizio Guido Paoletti, entomologo, docente di Ecologia all’Università di Padova si occupa di sviluppo sostenibile della biodiversità, in relazione alle risorse locali, impiego di piante e piccoli animali, meccanismi del riconoscimento di tali risorse, soprattutto nelle zone tropicali.

“Oggi c’è grande priorità per l’impiego sostenibile della biodiversità, per la biodiversità come risorsa creativa e per il patrimonio della conoscenza locale sulla biodiversità” afferma il professor Paoletti. In questo contesto, con una popolazione mondiale che cresce in maniera rilevante, per un pianeta sempre più affollato che richiede come necessità strategica la possibilità di trovare risorse più sostenibili, si colloca l’attenzione agli insetti, organismi fra i più abbondanti in natura anche come numero di specie.

È una ricerca strategica di risorse più sostenibili a livello economico, sociale e ambientale, sottolinea Paoletti. In questa analisi delle risorse animali e vegetali ci si pone con attenzione di fronte all’uso che di varie specie di insetti fanno diverse culture soprattutto nelle aree tropicali, ma non solo ai tropici.

Una risorsa, come quella dei piccoli invertebrati non acquatici, che troppo spesso sfugge a noi occidentali. In Africa, in Asia, nelle Americhe, in Australia esistono popolazioni che hanno nella loro cucina piatti, diciamo particolari che includono numerosi insetti, basti pensare al Messico dove 500 specie di insetti sono abitualmente mangiate. Nell’Alto Orinoco dove sono abitualmente serviti due tipi di lombrichi presso i Makiritare, ci sono ben 16 vocaboli per indicare diverse etnospecie… Vorrei ricordare, continua il professor Paoletti, che anche in Carnia fino a non molti decenni fa si mangiavano insetti, in particolare la Zygaena, una farfalla variopinta, assai tossica, che si attarda a suggere nettare dai fiori fidandosi della propria incolumità ed è quindi facile da catturare con le mani.

È una farfalla ricca di composti cianidrici, ma gli studi svolti hanno dimostrato che ne veniva consumata solo una piccola porzione: quella dove erano depositati gli zuccheri del nettare dei fiori… E ancora posso ricordare la mosca casearia, che dona un particolare gusto piccante a un formaggio ora fuorilegge per le norme europee, che non solo si può trovare in forma clandestina, ma è addirittura oggetto di sofisticazioni alimentari… “Grilli, locuste, larve di coleotteri e bruchi di farfalle sono quindi da considerare risorse strategiche, non solo per il valore proteico e nutrizionale ma anche per il tasso di trasformazione molto più conveniente che per animali di maggior mole . Si tratta solo di superare un problema culturale nei loro confronti”.

È curioso e riprovevole che in un recente bando Europeo di ricerca sia passato un consorzio che esaminerà non l’impiego umano degli insetti ma solamente il loro uso come mangime. È il segno della titubanza occidentale a riconoscere una risorsa meno dispendiosa. L’interesse e la ricerca però continuano animati da una richiesta che viene soprattutto dai giovani.

 

Articolo ripreso dal blog Foodcast su sissa.it

Ci stiamo cibando del Pianeta Terra

Sono 29 chili di suolo, 2,2 tonnellate di acqua e 4,1 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio.

È l’analisi presentata da Julian Cribb, un veterano della comunicazione scientifica, a una conferenza dell’Accademia australiana di scienze a Canberra. È una quantità di risorse incredibile e inaspettata, dunque, quella che ogni persona mediamente consumerebbe ogni giorno sotto forma di cibo.

Risorse che sono sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili.

7 MILIARDI DI PERSONE – Moltiplicando le cifre per 7 miliardi di persone, la quantità di pianeta divorata globalmente ogni giorno assume proporzioni gigantesche. «Prendiamo il suolo: secondo la Fao, la metà del pianeta è già degradato, e la Terra sta perdendo dai 75 ai 100 miliardi di tonnellate del suo strato superficiale ogni anno, che principalmente finisce in mare», ha dichiarato Cribb. «E il terreno impiega migliaia di anni a formarsi».

Similmente critica è la situazione dell’acqua dolce, con più di 4 mila chilometri cubi d’acqua estratta ogni anno dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili. Infine il petrolio: una grave crisi si avvicina, secondo l’autore australiano, dato che la produzione dell’industria automobilistica mondiale cresce 8-10 volte più rapidamente di quella del petrolio: siccome la produzione di cibo richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia, l’impatto potrebbe essere enorme.

PUNTO DI NON RITORNO – L’impatto degli shock provocati dal raggiungimento di punti di non ritorno rispetto alla sostenibilità di alcuni sistemi-chiave è stata oggetto della discussione tra scienziati riuniti nella Seconda conferenza australiana Earth System Outlook.

Gli scienziati analizzano alcune «bombe a orologeria» innescate dall’attività umana nell’attuale era storica, che alcuni hanno battezzato «Antropocene». Un aspetto critico è la perenne disconnessione tra la scienza del clima e la società. Secondo Cribb, per quanto riguarda il sistema-cibo globale, il punto di non ritorno nella crisi sarà raggiunto entro il prossimo mezzo secolo, a meno che cambiamenti radicali non vengano introdotti nell’agricoltura industriale, nelle città e nella dieta dei cittadini del mondo. Ciò dipenderebbe dalla sincronicità della penuria delle risorse che si verrebbe a creare.

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VERSO UNA DIETA CREATIVA – C’è ancora tempo per cambiare, ma l’azione deve essere rapida e universale. Cribb lo ha sostenuto anche nel suo ultimo libro, The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, pubblicato nel 2010, che, oltre al cambiamento climatico e altri fattori quali la dipendenza da combustibili e l’allevamento industriale, puntava il dito specialmente contro la crescita mondiale della popolazione e il sovraconsumo.

Alcuni esempi di opportunità per un cambiamento di rotta nel sistema-cibo mondiale sarebbero per esempio la crescita del 300 per cento dell’acquacoltura, il massiccio sviluppo della coltivazione delle alghe per la produzione di cibo, combustibile e plastiche, la crescita dell’agricoltura urbana e la diversificazione delle colture. «Ci sono 25 mila piante commestibili sul pianeta Terra, e il 99 per cento di esse sono sconosciute alla maggior parte della popolazione», ha concluso Cribb, quindi non abbiamo ancora esplorato il potenziale alimentare del nostro pianeta. Sarà un’epoca di eccitante scoperta di diete nuove, salutari, interessanti e sostenibili».

 

Articolo di Carola Traverso Saibante

Solo attraverso profondi cambiamenti individuali il nostro Paese potrà rinascere

Stiamo vivendo un momento assolutamente particolare, forse unico: c’è chi dedica le proprie energie a diffondere una cultura delle regole, chi si impegna nella difesa dell’ambiente, chi si mobilita nel volontariato, chi affronta la fatica di un periodo di lavoro o di studio all’estero o semplicemente impara una lingua straniera in più, magari il cinese, il russo, l’arabo. Nel segno di un’Energia nuova e pulita sono tante le riforme dal basso che ciascuno di noi può avviare da subito, e costituiscono un antidoto alla lagnanza, alla rassegnazione, al senso di impotenza che non è mai nelle cose ma dentro di noi. Sono quell’impotenza, quella rassegnazione che respiriamo oggi in Italia nell’attesa sempre delusa di grandi cambiamenti, svolte, catarsi collettive, rinascite nazionali. Che dovrebbe essere sempre qualcun altro ad attuare.

Questo articolo nasce sulla scia di interessanti scritti pubblicati recentemente dal sito partner Consulenza-Finanziaria.it argomentando di competitività estera e di malcostume delle aziende nostrane, oltre che di gestione del credito bancario.

Iniziamo accennando al tanto vituperato cuneo fiscale che fa occupare al nostro Paese un posto niente affatto invidiabile nella classifica Ocse ma che, senza entrare nella disamina dei numeri – per quella basta leggere i siti del Sole 24 Ore e dell’Istat – è comunque inferiore a quelli tedeschi o francesi. Pertanto se Germania e Francia sono più competitive dell’Italia sui mercati mondiali non è certamente in ragione delle tasse sul lavoro.

treni alstom

Non a caso tiriamo in ballo la Germania, oggi da noi nuovamente nel mirino di una propaganda strumentale, che non esitiamo a definire sconcia, tendente a spostare l’attenzione dai problemi veri per raccattare voti nell’imminenza delle elezioni europee. Per comprendere da dove deriva la minore competitività del nostro Paese rispetto ai due concorrenti bisogna considerare i dati della produttività per addetto, e prima di tutto nelle aziende manifatturiere, cioè quelle globali per definizione. Qui i dati parlano da soli: la produttività manifatturiera per occupato è pressoché identica in Germania e Francia ed è vicina ai 65mila euro. In Italia è pari a 48mila, inferiore di circa un quarto.

La differenza non dipende dal fatto che i francesi sono bravi a fare treni e tram ed i tedeschi auto e frigoriferi, beni a tecnologia intermedia o elevata, e gli italiani lo sono a fare scarpe e cravatte, cioè beni tecnologicamente semplici.Se osserviamo attentamente l’intero settore manifatturiero ci accorgiamo che le produttività tedesca e francese sono quasi sempre più elevate rispetto alla nostra, per esempio in uno dei settori tipici del Made in Italy: tessile, abbigliamento e calzature, tradizionalmente considerato a più bassa produttività rispetto alla media economica europea. Ma in Germania e Francia la produttività annua per occupato è pari rispettivamente a 43 e 46mila euro, mentre da noi siamo a 33mila. Quindi inferiore del 25% circa. Come nel resto dell’economia.

Questa premessa per dire che, visto dal nostro Paese, il mondo appare immenso e fa paura. E’ un mondo che sta cambiando a velocità inaudita, nel quale sono entrati di prepotenza nuovi protagonisti ben più grandi di noi, dove antichi equilibri si sono alterati, gerarchie di potere improvvisamente stravolte, in cui nuovi pericoli incombono, mentre sfide e problemi mai incontrati prima chiedono una soluzione.
E’ già accaduto che per provincialismo, miopia e furbizia dei nostri attori politici ed imprenditoriali l’Italia sia arrivata impreparata di fronte a grandi svolte, perdendo tempo prezioso, e sta per accadere di nuovo: se non saremo pronti ad intuire gli scenari del futuro, se non sapremo valutare la direzione del cambiamento nelle tendenze di lungo periodo, rischieremo di prendere una volta di più le decisioni sbagliate.

Tanto è vero che invasione è la parola più usata dagli attuali predicatori dell’Apocalisse prossima ventura: invasione di immigrati clandestini, di prodotti cinesi, di capitali stranieri che ci colonizzano. E non ci accorgiamo che tutto ciò che temiamo è in realtà già accaduto.

Sia chiaro, di fronte ad ogni cambiamento la paura è legittima perché le grandi novità spaventano, possono nascondere delle incognite e il riflesso più spontaneo è difendersi. O negare il cambiamento. Ma qual è esattamente la natura dei pericoli che ci minacciano? E qual è il modo per difenderci attaccando, per vincere la sfida senza accontentarci semplicemente di limitare i danni?

Imprenditori illuminati (ne esistono anche da noi) ed osservatori dell’Impero di Cindia possono tentare di rispondere a queste domande offrendoci punti di vista nuovi e in un certo senso rivoluzionari: le scelte da fare non riguardano solo governi, classi imprenditoriali e dirigenti. Riguardano prima di tutto la vita quotidiana di ciascuno di noi, che inevitabilmente si ripercuote nelle famiglie e nelle imprese, di qualunque dimensione esse siano.

Siamo noi che, con maturata consapevolezza, impegno civile, consumi responsabili, andiamo in cerca, anzi costruiamo, il nostro futuro. Detto in altri termini: è solo attraverso una profonda revisione dei nostri modelli produttivi, di consumo, sociali che possiamo agire per scuotere i sistemi politico e produttivo. Ma se continuiamo a lamentarci attribuendo a chicchessia la responsabilità dei nostri fallimenti e del nostro non andare avanti, non solo resteremo al palo, ma inevitabilmente ci attende una regressione: economica, sociale, delle coscienze.

Non ci sono alternative: o ci risvegliamo da quello che alcuni hanno definito sonno verticale, aprendoci ad un mondo nuovo, dove il punto di riferimento non è più il pil bensì la decrescita più o meno felice, un nuovo approccio alla qualità della vita, o saremo già morti senza saperlo.

Ed i cimiteri che potremo visitare saranno alla portata di chiunque avrà occhi per vedere e cuore per sentire: autobus e metropolitane, centri commerciali, le strade dove passeggeranno torme di zombies. Dall’insieme delle decisioni individuali, decentrate, che ciascuno di noi compie ogni giorno possono nascere gli innumerevoli stimoli che possono spingere il nostro Paese all’ormai indifferibile cambiamento.

Alberto C. Steiner

KL Cesec CV 2014.04.30 Consapevolezza e cambiamento 004

Una nuova opportunita’ di riconversione ecologica a Berceto provincia di Parma

Berceto, inutile negarlo, occupa ormai un posto di rilievo nei nostri cuori e nei nostri progetti perché crediamo che le particolarità del suo territorio, le sue potenzialità agricole e ricettive, il fatto di trovarsi lungo la via Francigena, le sue caratteristiche ambientali ne possano fare l’obiettivo di un progetto di cohousing autosufficiente sotto gli aspetti alimentare ed energetico, legato alla tutela ambientale ed alla capacità ricettiva.

KL Cesec RAP 2014.04.23 Berceto Podere 001

In quest’ottica proponiamo la piena proprietà di un podere agricolo esteso su 9 ettari che verrà offerto in asta il 4 giugno prossimo alle ore 15:00 presso l’Ufficio Notarile Associato in piazza Corte d’Appello 3 a Parma al prezzo base di 170mila Euro.

Il podere, situato a Nord-Ovest rispetto all’abitato, è costituito da fabbricati e terreni di natura seminativo-boschiva in più corpi per un’estensione complessiva di ha 09.63.35, esclusi gli edifici, e più precisamente:

  • Un corpo costituito da fabbricati adibiti a stalla, fienile e piccolo edificio ad uso ricovero attrezziorpo con area cortilizia e appezzamento di terreno di forma irregolare confinante, oltre che con altri mappali della proprietà, con la Strada Comunale Pagazzano;
  • Un corpo comprendente appezzamenti di terreno di forma irregolare confinanti da nord in senso orario con altri mappali della proprietà e con il Rio della Giarola:
  • Un corpo comprendente un appezzamento di terreno anch’esso di forma irregolare confinante da nord in senso orario con altri mappali della proprietà;
  • Quattro corpi comprendenti appezzamenti di terreno confinanti da nord in senso orario con altri mappali della proprietà, con il Rio Cavzei, con la Strada Comunale Pagazzano, con la Strada Comunale Valle Piola e con la Strada Vicinale Lago Levato.

La superficie dei fabbricati è stimabile in mq 973 circa ed i terreni sono seminativi per 79.118 mq e boschivi per 13.395. La stalla disposta di accessori e mangiatoie è attrezzata per la stabulazione fissa di 50 bovini disposti su due corsie, il terreno e gli immobili si trovano in stato di abbandono pur essendovi un contratto agrario stipulato in data 15.09.2010 e scadente il 14.06.2016 senza necessità di disdetta in deroga all’Art. 4 della L. 302/882.

Gli immobili rientrano nella classificazione di territorio rurale con alcune limitazioni e prescrizioni, per essere in parte ricompresi in fasce di rispetto a corsi d’acqua e strade.

Sul valore della proprietà incide negativamente lo stato di abbandono e la mancanza di manutenzione delle attrezzature e dei campi, dei fossi di scolo e del bosco; per tale ragione il valore indicato da una perizia depositata il 17 settembre 2012 assumeva Euro 55.500 per i terreni e Euro 200.000 per i fabbricati, ricondotto a seguito di ulteriore verifica all’attuale base d’asta di Euro 170.000. Si ritiene che un’offerta a saldo e stralcio presso la banca creditrice abbia notevoli possibilità di essere accolta per un controvalore anche sensibilmente inferiore a quello fissato a base d’asta.

Va detto che, oltre ai fabbricati esistenti che potrebbero essere parzialmente convertiti ad uso residenziale per gli addetti alll’attività agricola e di allevamento, salvo precisa verifica presso l’Ufficio Tecnico Comunale, non vi sono terreni edificabili.

Va infine precisato che il Comune di Berceto è in regime di salvaguardia urbanistica in quanto, oltre agli strumenti urbanistici PSC e RUE approvati con delibera C.C. n.43 del 28.09.2006 e Variante C.C. n.31 del 07.07.2011 impone di attenersi anche agli strumenti urbanistici adottati con Variante PSC emanata dal Consiglio Provinciale con delibera n.106 del 21.12.2011 e Variante RUE emanata dal Consiglio Comunale con delibera n.19 del 14.07.2012.

L’utilizzo del fondo e dei fabbricati, eventualmente riconvertiti parzialmente come detto, può essere quello di fattoria didattica con componente ricettiva (agriturismo) che può garantire lavoro e reddito per una minuscola comunità di persone.

Alla proprietà in argomento possono essere vantaggiosamente accorpati il ristorante nell’abitato di Berceto ed il podere dei quali abbiamo trattato alcuni mesi fa e tuttora in corso di esperimento.

Alberto C. Steiner

KL Cesec RAP 2014.04.23 Berceto Podere 004

Progettazione partecipata e Cohousing

Scriviamo questo articolo, in modo non eccessivamente tecnico bensì con un tono volutamente divulgativo, per esprimere dopo numerose richieste ricevute il nostro intento di mettere le nostre esperienze tecnicche, progettuali, negoziali e finanziarie a disposizione di chiunque intenda avvalersene per la realizzazione di un complesso coresidenziale.

Il termine cohousing, utilizzato per definire insediamenti abitativi composti da alloggi privati corredati da ampi spazi destinati all’uso comune e alla condivisione tra i cohousers, sta assumendo sempre maggiore importanza, non solo come forma di risparmio sui costi per l’acquisto di un alloggio ma anche  e soprattutto come desiderio di condivisione improntato alla solidarietà.

Effettivamente il cohousing si sta sempre più affermando come strategia di sostenibilità perché se da un lato la condivisione di spazi, attrezzature e risorse favorisce socializzazione e mutualità, dall’altro può portare alla costituizione di gruppi di acquisto solidale, all’implementazione del car-sharing ed alla localizzazione di servizi che favoriscono il risparmio energetico diminuendo l’impatto ambientale della comunità. Un buon progetto di cohousing non dovrebbe prevedere di accogliere più di trenta nuclei familiari.

KL Cesec RAP 2014.04.24 Cohousing progettazione partecipata 003
Desideriamo qui affrontare un aspetto importante legato alla strutturazione di nuclei coresidenziali: la cosiddetta progettazione partecipata.

Numerosi sono gli attori che intervengono nello sviluppo di un’iniziativa di cohousing, poiché essa  comporta un iter lungo e complesso, all’interno del quale la futura comunità coresidenziale riveste sin dall’inizio il ruolo della protagonista. E’ del resto non solo logico bensì auspicabile: si tratta della futura casa dove vivranno i futuri cohousers ed è giusto che, in termini di consapevolezza, coinvolgimento e responsabilità siano loro stessi a stabilirne le linee guida a partire dalla progettazione degli spazi, in particolare di quelli destinati all’uso comune.

I modelli di cohousing che offriamo trovano pertanto nella partecipazione il loro principio ed il loro alimento, poiché i nostri interlocutori non sono meri utenti finali bensì veri e propri committenti e promotori, anche ove l’individuazione dell’immobile, dell’area o del borgo da recuperare siano da noi individuati e proposti in via preliminare; I futuri acquirenti, che diverranno cohousers, partecipano pertanto attivamente al processo sin dalla sua fase embrionale investendovi risorse economiche, idee, capacità tecniche e manuali e, non da ultimo,  il proprio entusiasmo.

Un aspetto da analizzare con estrema attenzione, nel caso di autocostruzioni, sono inoltre le effettive capacità tecniche dei futuri cohousers, tenendo presente che qualsiasi attività edilizia dovrà svolgersi sotto la supervisione di tecnici abilitati e maestranze esperte.

Lo sviluppo di un progetto coresidenziale non è mai né breve né agevole, essendo innumerevoli i fattori che intervengono alla sua determinazione ed all’esito finale. Esso consta infatti di più fasi di sviluppo, che se da una parte consentono di frammentare l’iter che porta alla sua positiva conclusione, dall’altra consente pause di verifica ed eventuale sviluppo di nuove idee, purché attinenti alle indicazioni iniziali di massima.

KL Cesec RAP 2014.04.24 Cohousing progettazione partecipata 001

La primissima fase, inevitabilmente, è tutta nostra: è quella che riguarda l’individuazione e la valutazione di aree, superfici agricole, borghi dismessi, edifici che possiedano le caratteristiche adatte, non solo per accogliervi una comunità coresidenziale, ma anche quei caratteri ambientali, territoriali e di potenziale produttività agricola, eventualmente con l’aggregato della fattoria didattica e dell’attività ricettiva rurale, per poter essere vantaggiosamente proposti sulla base delle esigenze espresse dai promotori della futura comunità coresidenziale.

Una volta stabilito che, in linea di massima, la struttura può ritenersi adeguata, vengono approfondite le sue caratteristiche anche in base all’interesse che suscita tra i promotori e gli aderenti che man mano partecipano al progetto.

A questo punto viene stilato un progetto architettonico di massima, ancora suscettibile di variazioni e modifiche in corso d’opera prima della definitiva presentazione alle autorità competenti. Da quel momento le linee guida sono tracciate.

Da questo momento in avanti il progetto acquista carattere di ufficialità e ne vengono comunicati periodicamente gli sviluppi agli aderenti all’iniziativa; se ne sussistono le premesse, vale a dire se la comunità non è già strutturata, viene inoltre promosso all’esterno per stimolare l’interesse di eventuali ulteriori partecipanti.

Nel frattempo la manifestazione d’interesse si trasforma in prenotazione, attraverso la corresponsione di un anticipo a sancire volontà ed impegno economico.

Trasformato quindi l’interesse in impegno formale, e questo in contratti preliminari di compravendita, si pone mano alla realizzazione tecnica, senza trascurare un momento fondamentale: la progettazione partecipata che, se inizialmente ha espresso indicazioni di massima, da questo momento condiziona la scelta di soluzioni tecniche e dei materiali.

Va da sé che la progettazione partecipata, aperta a tutti i sottoscrittori dell’iniziativa, è uno strumento che i futuri cohousers utilizzano, attraverso scelte di natura tecnica, al fine di prendere decisioni relativamente allo stile di vita al quale intendono improntare il loro futuro complesso abitativo.
Una volta ultimata la realizzazione ed ottenuti i necessari collaudi e l’abitabilità gli alloggi vengono consegnati ai componenti la nuova comunità ed il cohousing è pronto per iniziare la propria esistenza autonoma.

Ferma restando l’individuazione preliminare delle possibili soluzioni abitative, appare evidente come soltanto i progetti capaci di stimolare interesse possono aspirare ad essere coronati dal successo. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che progettazione partecipata significa che i protagonisti dello sviluppo di un cohousing sono gli stessi cohousers.

Noi professionisti siamo, in un certo senso, soltanto facilitatori che possiedono abilità e competenze tecniche, normative, di negoziazione, finanziarie necessarie all’individuazione di possibili supporti regionali o comunitari qualora ne ricorrano i presupposti, ma sono i futuri cohousers a creare attraverso la loro visione lo spirito, oseremmo dire l’Anima e l’Energia, necessari presupposti per la nascita, lo sviluppo ed il consolidamento della futura comunità.

C’è chi è particolarmente attento alla sostenibiulità ambientale, chi all’utilizzo di energie rinnovabili, chi all’analisi del terreno per verificare quali coltivazioni possano esservi impiantate con successo, chi all’utilizzo dei materiali da costruzione ed alle soluzioni interne, chi richiede spazi da adibire ad un’attività professionale o artigianale, chi è attento alle esigenze dei bambini. La casistica è pressoché infinita. E ad ogni domanda è necessario trovare una risposta.

L’esperienza sui progetti  da noi promossi e portati a termine ci porta ogni volta ad acquisire nuove competenze, nella consapevolezza che non può esistere un modello unico da proporre, magari a moduli, poiché un cohousing è completamente differente, per le sue caratteristiche intrinseche e per lo spirito che lo anima, dal recupero tradizionale di un immobile per civile abitazione.

L’aspetto stimolante di questo lavoro risiede nel fatto che, sin dalla prima fase propositiva, si tratta ogni volta di iniziative estremamente articolate, pregne di sfumature, dove tanta parte dev’essere lasciata al dialogo con e fra i partecipanti affinché esprimano confrontandosi le proprie aspettative. E’ oltremodo interessante osservare come idee, convincimenti e aspettative siano invariabilmente destinate a mutare, amalgamarsi e, fondendosi in un insieme armonico, dar vita attraverso il contributo di tutti a qualcosa di nuovo rispetto a ciò che promotori e partecipanti avevano immaginato individualmente. Ed è bello osservare queste persone, che, dapprima perfette sconosciute fra loro, diventino progressivamente amici, anzi una comunità.

La nostra prima esperienza risale al 2009, con la progettazione di una fattoria didattica destinata ad una conduzione comunitaria in Val di Taro. Possiamo affermare che in questi anni non abbiamo mai visto due casi uguali, ma un tratto è comune: funzionalmente alla bontà ed all’entusiasmo suscitato dal progetto sono gli stessi aderenti a farsene promotori presso amici e conoscenti, utilizzando uno strumento a torto ritenuto arcaico, ma in realtà solidissimo, se il prodotto è valido: il passaparola.

I momenti di progettazione partecipata sono altresì fondamentali perché i partecipanti apprendano a conoscersi, a dialogare e, perché no, a misurarsi esprimendo senza remore aspettative e desideri, cementando un vincolo elettivo che si fa sempre più tenace.

In realtà il processo non si conclude con la consegna degli alloggi perché, inevitabilmente, attraverso la vita quotidiana nascono nuove esigenze o si notano aspetti che nella fase progettuale erano sfuggiti. E ci ritroviamo quindi ad accompagnare la nuova comunità nei suoi primi passi, magari addirittura per un biennio.

Alberto C. Steiner

Mai piu’ dubbi su cosa comprare consapevolmente al supermercato arriva FOOID

Daniele, Marco, Nicola e Valeria sono gli ideatori di FOOID, un’app che ha l’obiettivo di promuovere il benessere e la consapevolezza alimentari. Partiti da un progetto universitario che hanno portato avanti insieme, ora stanno vivendo l’intenso percorso di incubazione H-CAMP.

Cos’è e come funziona FOOID?

FOOID è un’applicazione mobile e web che offre servizi di food awareness. È pensata per aiutare gli utenti durante gli acquisti al supermercato, ma non solo: dà informazioni più chiare e dettagliate sulle etichette nutrizionali dei prodotti, segnala, attraverso un alert, gli alimenti non compatibili con intolleranze, allergie, vincoli religiosi, gusti personali e diete, fornisce prodotti alternativi e ricette collegate. Permette anche di gestire il proprio profilo, le proprie abitudini alimentari e la lista della spesa.

Come siete entrati nel programma di incubazione H-CAMP?

Tutti noi conoscevamo già H-FARM e, in particolare, Marco aveva già partecipato ad eventi e workshop qui, quindi ci ha proposto di inviare la nostra idea. A gennaio ci siamo decisi, abbiamo mandato l’application e… eccoci qua!

Che cosa vi ha spinto a pensare “E’ una buona idea!” e ad andare avanti nella realizzazione?

L’idea è nata durante un progetto di ricerca universitario realizzato nel 2012 dall’Università Bicocca in collaborazione con altri istituti lombardi. La ricerca aveva come obiettivo la definizione di una metodologia per lo sviluppo di servizi a valore aggiunto nel settore agroalimentare.

All’interno di questo progetto abbiamo individuato i reali bisogni degli utenti e questo ci ha spinto a ideare un’etichetta intelligente. Una volta terminato il lavoro universitario, ci siamo focalizzati sugli aspetti più importanti emersi in quel periodo e abbiamo deciso di continuare con il supporto dell’università.

Le difficoltà oggettive nel decifrare le etichette nutrizionali dei prodotti e la crescente sensibilità verso un consumo consapevole ci hanno convinto a credere sempre più nella nostra idea e a portarla avanti.

Come vi siete conosciuti e com’è composto il team?

L’dea è nata in ambito universitario, in un progetto in cui, a diverso titolo, tutti e quattro eravamo coinvolti. Nicola è lo sviluppatore dell’applicazione mobile, Daniele sviluppa il lato web. Anche Marco è sviluppatore, e CEO della startup. Valeria si occupa della user experience, dei contenuti e del lato marketing.

Qual è l’aspetto più innovativo del vostro servizio/prodotto e qual è il vostro modello di business?

Crediamo che un’applicazione di questo genere aiuti le persone alle prese con il carrello della spesa, con il poco tempo a disposizione e con la necessità di acquistare prodotti genuini e adatti a ai loro bisogni e/o vincoli alimentari.

Conciliare questi aspetti non è facile. FOOID fa risparmiare tempo e guadagnare consapevolezza. Il nostro modello di business è B2B: ci stiamo rivolgendo a GDO di generi alimentari di qualità (come Eataly e NaturaSì) per proporre una versione customizzata dell’app. Al momento ci focalizziamo su utenti finali più competenti, disposti a spendere di più e più bisognosi di un servizio di questo genere.

il cibo a madrid

Qual è la difficoltà maggiore che state sperimentando?

 La creazione e gestione del database dei prodotti, degli ingredienti, delle ricette, degli additivi è un lavoro oneroso e impegnativo. Non avendo ancora stretto accordi con la GDO, queste attività risultano le più critiche. Stiamo però collaborando con un’altra startup, Klappo, che ci aiuterà in questa fase.

Provate a immaginarvi tra tre anni: come (e dove) vi vedete?

Abbiamo molte idee per far crescere FOOID. Il nostro auspicio è quello di creare un ecosistema di startup nell’ambito dell’agroalimentare, ma stiamo esplorando anche altri domini con altre soluzioni. Dopotutto, siamo giovani e pieni di forze!

 

Articolo ripreso dal sito h-farmventures.com – Autore: redazione