Alpeggio BittoPrati fioriti di mille colori, alte vette che fanno da quinta, aria cristallina, mucche sparse a brucare che sembrano messe lì come in un presepe, il mandriano, i cani, le baite, il formaggio saporito, il burro giallo che si conserva nell’acqua gelida del torrente mentre la polenta brontola nel paiolo sul fuoco del camino…
Riusciamo a immaginare cosa c’è veramente dietro bei paesaggi e buoni formaggi, ricordi e suggestioni, sapori e folclore?

Non è solo questo l’agricoltura in montagna. Qui gestione, manutenzione, valorizzazione di territorio e paesaggio non sono opera di giardinieri, ma il frutto di un’attività economica e produttiva che per millenni ha costituito la principale fonte di sostentamento e il centro identitario e culturale del territorio e delle popolazioni.
Le tracce di questa cultura e di queste attività improntano tuttora in modo indelebile e diffuso il territorio, il paesaggio, i modi di vivere, le tradizioni, l’architettura, i cibi, i prodotti alimentari ed i manufatti artigianali lasciando, in montagna forse più che altrove, i segni di un’identità forte che agli occhi degli estranei viene percepita come luogo di tradizioni senza tempo.

Una storia millenaria ha costruito in Alpe il paesaggio di cui oggi godiamo come straordinario testimone che ci racconta la vita delle sue genti e ci apre alle belezze di ambienti frutto di fatiche secolari poiché, all’interno di questo sistema che ha funzionato perfettamente fino ad alcuni decenni fa, la valorizzazione delle risorse pastorali è stata una delle chiavi di successo e di sopravvivenza delle popolazioni, armonico ed equilibrato rapporto tra risorse del fondovalle e degli alpeggi che ha permesso lo sviluppo di forme integrate di economia agricola con l’allevamento permanente di bestiame da latte.

L’attività degli agricoltori montani ha consentito di creare forme ingegnose di transumanza verticale che hanno costruito nel tempo un paesaggio variegato fatto di aperture tra i boschi, prati e maggenghi, pascoli di alta quota, nuclei rurali ed architetture tipiche che costituiscono il pregio di tante località montane.
Eppure anche la montagna è cambiata e sta cambiando, anche se questo può non apparire agli occhi dei frequentatori occasionali, e non parliamo di mutamenti dovuti all’incremento di strade, case, capannoni che hanno invaso e imbruttito i fondovalle, quanto di cambiamenti più profondi e meno evidenti. Fra tutti la riduzione quando non la scomparsa dell’agricoltura e con essa, pur se a più lungo termine, della biodiversità e della bellezza paesaggistica dei luoghi.

Due tendenze opposte originano tale pericolo: da una parte l’intensificazione dello sfruttamento e, dall’altra, il suo abbandono. I fondovalle, considerati superfici pregiate, sono utilizzati in modo sempre più intensivo dallo sviluppo di un’urbanizzazione indiscriminata e da un’agricoltura che, assumendo sempre più i caratteri tipici della pianura, è ormai diventata di tipo periurbano.

Alle quote più elevate e meno accessibili i terreni vengono invece spesso abbandonati, e prima o poi riconquistati dal bosco. Se il ritorno del bosco può apparire positivo perché riduce l’impatto negativo dell’uomo su natura e paesaggio, costituisce in realtà un pericolo perché spesso le zone abbandonate sono proprio quelle più importanti ai fini della conservazione della biodiversità florofaunistica, oltre che per la diversità dei paesaggi. E senza trascurare l’incontrollato proliferare di animali selvatici che, non trovando di che nutrirsi, devono necessariamente essere abbattute. Innegabilmente, il ritorno del bosco migliora la stabilità delle pendici.

Per queste ragioni l’atteggiamento più sbagliato che una comunità coresidenziale può assumere allorché si stabilisce in un luogo, e maggiormente in un contesto orograficamente difficile quale quello montano, è quello di apparire e sentirsi enucleata dalla società locale ivi residente.
Sappiamo di ripeterci, ma non finiremo mai di dirlo: le comunità da noi promosse non prescindono dal territorio, sarebbe una forma di colonialismo, non di inserimento.

I cohouser che provengono, come in massima parte accade, dal vissuto urbano possono incontrare situazioni particolarmente difficili: agli occhi delle comunità storicamente residenti sono, a seconda dei casi quei matti che vivono nel bosco oppure i cittadini che giocano a fare i contadini o, più semplicemente, quelli là.
Chi vive da generazioni strappando con fatica alla montagna di che sostentarsi ha maturato una scorza dura. Perché duro è il loro lavoro: in montagna non servono le mastodontiche mietitrebbia che vediamo in pianura, tutt’al più i trattorini ed i trenini delle vigne, anch’esse faticosamente ricavate terrazzando a mano la montagna, dove i raccolti e le merci viaggiano per gli alpeggi nella gerla o a dorso di mulo. O con la teleferica.

Gli scenari futuri mettono in luce un sistema rurale alpino senza domani, con una perdita progressiva e costante delle note caratteristiche e delle specificità che l’hanno finora contraddistinto. Solo una diversa considerazione del ruolo dell’agricoltura di montagna rispetto alla conservazione dei paesaggi colturali tipici, alle produzioni alimentari di qualità, alla tutela degli spazi, alla difesa dell’ambiente e del territorio potrà garantire nuove forme di sopravvivenza e di sviluppo.

Agli agricoltori di montagna andrebbe finalmente riconosciuto il ruolo di Protagonisti essenziali del mantenimento del paesaggio naturale e rurale, come recita il protocollo Agricoltura di Montagna redatto nell’ambito della Convenzione delle Alpi e risalente all’anno 1991. Da allora si sono sprecati convegni e dibattiti ma è tuttora necessario lottare perché in montagna le imprese agricole continuino ad avere un ruolo centrale nello sviluppo di attività multifunzionali, confermando la funzione dell’agricoltore quale attore principale e strumento di presidio e salvaguardia del territorio e dello spazio rurale. Il futuro dell’agricoltura di montagna è a rischio e con esso molto della cultura che rappresenta.

Lungi da noi demonizzare il progresso o celebrare inni retorici al bel tempo andato, anche perché in quel tempo si emigrava per fame, ma intendiamo invece onorare ciò che ha formato la montagna come la conosciamo e che si sta irrimediabilmente perdendo.
Se l’agricoltura scompare, niente più ampi pascoli alpini tra i boschi, niente prati fioriti, niente mucche, niente paesaggi, niente formaggi.

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La scomparsa dell’agricoltura rischia di mutare profondamente le condizioni di vita dei territori di montagna e dell’intera società, e i fondovalle del futuro rischiano di diventare agglomerati di tipo metropolitano circondati da versanti boscosi inselvatichiti e abbandonati.
La montagna rischia così di diventare periferia urbana e una delle opportunità di divertimento che la cultura metropolitana esige per il benessere dei propri cittadini. In questo senso e pur non disconoscendone le molteplici opportunità di reddito, da noi stessi propugnate e sostenute nelle opportune sedi progettuali a condizione di essere saldamente legate al territorio, anche gli Agriturismi non connotati da un senso di appartenenza ambientale costituiscono solo un’ennesima opportunità di turismo mordi-e-fuggi, destinata ad utilizzatori con una patente ecosostenibile di maniera ma che, al di là dell’effimero, non rende giustizia al contesto ed alle sue tradizioni di lavoro. Tanto è vero che a non pochi di questi l’attuale contingenza economica sta rendendo difficile l’esistenza.

Sinceramente, crediamo più all’iniziativa delle Comunità locali e dei cittadini responsabili che alla capacità ed alla volontà politica centrale di attuare scelte corrette ed efficaci affinché all’agricoltura di montagna ed alle attività connesse – che tanto hanno dato alla difesa dell’ambiente ed alla valorizzazione della specificità delle produzioni – sia garantita non solo la sopravvivenza, ma anche il sostegno.

Ma se questi attori del cambiamento attraverso decisioni ed iniziative concrete, sono solamente coloro che vivono il territorio come fonte di lavoro, sostentamento e vita non ci si deve poi stupire di chiusure o localismi esasperati: è solo il frutto dell’abbandono in cui questi cittadini, lavoratori, elettori e contribuenti sono stati lasciati.