Ucraina granaio d’europa che verra’ diviso in due

Molto inchiostro è stato sparso sulla guerra del gas che ha inflitto la Russia all’Unione Europea per mezzo dell’Ucraina, attraverso la quale Mosca fa passare il 60% delle sue esportazioni dirette nel vecchio continente, un terzo delle quali destinate alla Germania.

La stessa Ucraina nelle sue tre nuove parti, l’occidentale eurofila, l’orientale russofila e la penisola di Crimea, che sta cercando di incorporarsi alla Russia, dipende dal 60% delle sue importazioni di quell’insuperabile gas statale russo. L’Ucraina possiede riserve di gas naturale per 39 trilioni di metri cubi che ancora non utilizza: un quarto delle riserve accertate nel mondo.  Chevron, l’omnipotente multinazionale statunitense, sotto consiglio dell’ex assessore alla Sicurezza Nazionale dell’ex Presidente Baby Bush, firmò col fallito trapezista e saltimbanco, lo spodestato Viktor Yanukovich, un accordo da 10miliardi di dollari per l’utilizzo del controverso shale gas.

Secondo gli analisti, il problema nasce dal fatto che la maggior parte delle riserve di questo gas si trovano nella parte orientale dell’Ucraina. La parte russofila appunto. Si attende quindi una collisione tra i rispettivi interessi di EEUU/OTAN/UE con quelli della Russia dati dalla buona posizione geostrategica e dalle ricchezze dell’Ucraina e della Crimea, interessi sul grano, cereali e naturalmente gas naturale. Problemi derivanti dall’importazione di gas dalla Russiae dal suo futuro utilizzo da parte di Chevron, Shell e Exxon Mobil. Un ulteriore aspetto che ancora non è stato affrontato è costituito dalla prima guerra per il grano del 21mo secolo che andrà in scena proprio in Ucraina: in fatto di export è la terza potenza dopo Stati Uniti e Argentina.

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Si potrebbe sostenere che altre guerre per il grano e i cereali sono in atto in forma occulta tanto in Sudan come in Argentina. Il Sudan, altro esteso paese, leggendario fienile d’Africa, ridotto a un continuo disordine politico con l’emergenza del Sudan del sud, ricco di petrolio, cosa che ha attirato gli interessi di Stati Uniti e Israele, e di questo se ne è fatta poca pubblicità nel mondo.

Argentina, potenza in fatto di grano e cereali fin dall’inizio del XXmo secolo, sta soffrendo una brutale guerra multidimensionale, specificatamente nel suo molto vulnerabile sistema finanziario controllato dall’accoppiata Stati Uniti-Inghilterra, con mire alla  Patagonia, il più grande granaio sudamericano oltre ad avere riserve di gas e petrolio. Uno degli aspetti che si trovano dietro l’ottima posizione strategica della penisola di Crimea è radicato nel suo porto, da dove l’Ucraina, uno dei massimi produttori mondiali di mais, esporta il suo grano e cereali, incassando così una sostanziale parte del suo PIL.

Secondo le cifre del governo ucraino più del 50% dell’economia della Crimea dipende dalla produzione e distribuzione alimentare.

La trasformazione dei prodotti alimentari è un importante segmento nell’economia Ucraina e un lavoratore su quattro è impiegato nel settore agricolo o forestale. L’Ucraina, grazie al suo chernozèm (trovate a fondo pagina la descrizione su cosa si tratta), alle sue coltivazioni di grano, orzo, segale, avena, girasole e barbabietola è il granaio di Russia e Europa.

Secondo il World Fact Book della CIA l’Ucraina produceva il 25% delle esportazioni agricole dell’ex URSS, mentre nel presente esporta sostanziali quantità di grano il cui valore è esploso durante la delicata crisi di cambio di regime pro FMI a Kiev, e della risposta russa in Crimea. Le esportazioni agricole dell’Ucraina sono dirette per un 20% in Russia, al 17% in Europa, 7% in Cina, 6% in Turchia e un 4% negli Stati Uniti.

Il Financial Times ricorda che sono state fatte guerre tra Russia, Polonia e l’Impero Ottomano per il controllo del prezioso chernozem dell’Ucraina. Nel 2011 l’Ucraina ha ottenuto un raccolto record di 57milioni di tonnellate e secondo il BERD (Banca per la ricostruzione e sviluppo in Europa) le adeguate trasformazioni e applicazioni delle nuove tecnologie nella sua agricoltura potrebbero duplicare la produzione di grano nella prossima decade.

Molte delle sei multinazionali del cartello anglosassone che controllano il grano e i cereali, tra cui Cargill, ADM e Bunge, in pieno accordo con Nestlè e Kraft, hanno investito miliardi di dollari nell’ultimo decennio in Ucraina visto il suo enorme potenziale agricolo. Anche la temibile Monsanto si è messa in coda per il chernozem ucraino assieme alla DuPont Pioneer.

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Oggi l’Ucraina ottiene 12miliardi di dollari dalle sue esportazioni di grano e cereali e dalla sua particolare partnership commerciale con l’Europa, la quale, si presume, ha acceso la miccia della crisi a Kiev, riguardo le esportazioni di grano e cereali nel Medio Oriente e Africa, dove la crisi alimentare fu il detonatore delle rivoluzioni arabe.

L’interesse ad incorporare l’Ucraina al mercato europeo includeva l’obiettivo ad avere un “supermercato del pane e carne” in Europa mediante una maggiore disponibilità ad affittare o vendere i suoi terreni fertili. Anna Vidot considera che la scalata all’Ucraina possa avere un impatto significativo nei mercati mondiali del grano visto che lo stato sul Mar Nero è uno dei crocevia più importanti della produzione ed esportazione di grano. Ucraina da sola produce la stessa quantità di grano dell’Australia.

La corsa alla conquista della Crimea ha portato già ad un aumento del 40%  del petrolio, dell’oro e del grano.
Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti stima che l’Ucraina fornisce il 16% del totale mondiale di mais e grano, la maggior  parte di cui passa per il porto di Sebastopoli(Crimea), sede della flotta russa nel Mar Nero. Senza contare poi le abbondanti riserve marine di gas naturale di Crimea. La realtà è che la balcanizzazione di questo paese comporta come corollario la frattura catastale  delle sue riserve di shale gas e del suo grano.

Gli incroci geopolitici per gli idrocarburi,  il grano e i cereali sono soliti essere spesso tragici.
Alfredo Jalife-Rahme

Fonte:  www.jornada.unam.mx

Traduzione per www.comedonchsciotte.org a cura di GIANLUCA MARTIN

(1)  Chernozem: (in russo, чернозём, terra nera; traslitterato anche come černozem o
chernozem, leggi ciérnosiòm) è una particolare tipologia di suolo, generalmente associata
agli ambienti di prateria. Questi suoli sono caratterizzati da uno spesso orizzonte
superficiale, inscurito, fino a diventare quasi nero, da abbondante sostanza organica
originata dagli abbondanti residui vegetali (radici delle piante erbacee), stabilizzata
dall’abbondanza di calcio. Sono quindi suoli zonali, con stretta dipendenza dal fattore
pedogenetico climatico: se ne osservano su vaste estensioni nella Russia meridionale, nella
Siberia sudoccidentale, nelle Grandi Pianure nordamericane e nella Pampa (Argentina e
Uruguay), nella Cina nordorientale (Manciuria).

La Via Mala un progetto turistico ecocompatibile lungo il lago d’Iseo

Non occorreva attendere l’inverno, bastava il mese di settembre per godere delle stalattiti che ornavano le rocce debordanti, anzi inglobanti, la tortuosa sede viaria sulla quale durante la notte si formavano tranelli di ghiaccio quasi invisibili nella luce radente dell’alba.

Prima di diventare consapevole ed ecosostenibile una delle mie palestre dell’ardimento consisteva proprio nel percorrere un istante prima dell’alba con la mia 037, inseguito o superato sulla strettissima carreggiata dalla Montecarlo di mio cugino Matteo, il tragitto Clusone – Lovere via Castione-Dezzo in 44′ netti, miglior tempo stabilito in assoluto da non so più quale matto, lungo la Via Mala in controsterzo e derapata, dimenticando di possedere i freni e lavorando solo di cambio e inerzia sulle curve ghiacciate, a rischio di finire contro le rocce o, peggio, di sotto. Adrenalina. E caffè sulla piazza di Lovere. Del resto, meglio trasgredire a vent’anni che a cinquanta.

Ma cos’è, anzi cos’era, la Via Mala per chi non la conosce? Semplice: un canyon lungo 13 chilometri percorso da una stretta via a mezza costa tutta curve e controcurve, pendenze e contropendenze in discesa verso il lago d’Iseo, sovrastata da rocce debordanti ed a strapiombo sull’abisso: la Via Mala.

La Via Mala è una tra le arterie montane più panoramiche e spettacolari d’Europa,è l’ex Strada Statale 294 che a cavallo delle province di Brescia e Bergamo attraversa i comuni di Angolo Terme, Azzone, Colere, Vilminore di Scalve e Schilpario. La strada, aperta al traffico nel 1864, era caratterizzata da due elementi d’eccezione: l’ubicazione e la modalità costruttiva: si snodava infatti a mezza costa lungo la forra della valle lungo un percorso esistente già nell’alto Medioevo, di origine glaciale molto profonda e stretta, incisa dallo scorrere costante delle acque del fiume Dezzo.

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Il tracciato stradale, in alcuni punti coraggiosamente scavato nella roccia, rappresentava la nuova e più moderna alternativa al precedente sentiero, largo appena 80 cm, utilizzato fino al 1860 con le slitte per il trasporto a valle dei minerali ferrosi cavati dalle miniere della valle di Scalve.

I vertiginosi precipizi che terrorizzavano i viaggiatori del passato lasciano tuttora senza fiato, e anche se le auto utilizzano una nuova strada, quasi interamente in galleria, che ha preso il posto della vecchia chiusa sul finire degli anni ’80, il vecchio itinerario può essere ancora ripercorso, per esempio affrontando dal basso e cioè lungo il sentiero sul fondo della gola, una scalinata di 275 gradini dove i precipizi si trasformano in pareti alte fino a 500 metri.

E lo spettacolo è talmente suggestivo che un gruppo di giovani architetti locali: Alessandro Beber, Giancarlo Beltracchi, Fabio Bonetti e Carlo Piccinelli ha pensato di mettere a punto un progetto per valorizzarlo. Con un ponte osservatorio sulla stessa gola che ne è diventato il simbolo. Ma il programma non riguardava solo i tratti panoramici del tracciato. L’obiettivo consisteva nel promuovere l’intero Sistema Via Mala con tutti i suoi itinerari per farne un museo all’aperto.

 

Proprio perché i tratti più difficili e spettacolari, intagliati nella roccia a picco, furono abbandonati nacque il progetto per conservarne valorizzarne la memoria ed il patrimonio storico e ambientale.
L’accesso all’itinerario recuperato è situato in località Casa Cantoniera, vale a dire, provenendo dalla Val di Scalve, subito dopo la terza galleria a sinistra.
Va detto che oggi la Via Mala è il portale di accesso al Parco delle Orobie Bergamasche per chi proviene dalla Valle Camonica.

La forra del torrente Dezzo, con le sue pareti a strapiombo e da tempo teatro di pratiche sportive quali canottaggio, arrampicata e pesca, grazie al recupero ha potuto potenziare l’offerta di attività ricreative rivolgendosi ad un pubblico ancora più vasto e diversificato, in un contesto ambientale ricco e di altissimo pregio.

Per chi proviene dalla Valle Camonica la Via Mala costituisce l’accesso al Parco delle Orobie Bergamasche e, varcando questa soglia virtuale, si entra in un contesto naturalistico di notevole interesse: la profonda forra, le particolari stratificazioni rocciose, le marmitte, le antiche miniere, i graffiti rupestri, i roccoli, i sentieri ed altri affascinanti risvolti dovuti all’importante azione dell’acqua nelle varie stagioni, nonché numerose emergenze geologiche, alcune delle quali sono state evidenziate lungo il percorso museale attraverso il posizionamento di appositi visori di tipo ludico-didattico.

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Sotto il profilo ambientale le elevate proprietà naturalistiche sono dovute anche alla presenza di tre tra le più vaste aree riconosciute a livello europeo come Siti di Importanza Comunitaria: l’area dell’Alta Val di Scalve, la Presolana e la riserva naturale Boschi del Giovetto ad Azzone.

Nel territorio della Val di Scalve sono inoltre presenti altre ZPS, Zone di Protezione Speciale ed il biotopo chiamato in più modi: cascata di travertino, cascata di ghiaccio, cascata pietrificata oppure, ed è la denominazione più poetica, Il luogo degli Arcobaleni, visibile sulla parete frontale del Vallone emesso in evidenza dal progetto di recupero e restauro.

La rarità di molte specie vegetali ed animali presenti in Valle di Scalve corona infine un panorama merleggiato da catene montuose scabrose e niente affatto morbide relativamente al loro profilo.
E’ in questo contesto che nacque l’idea di inserire il progetto di recupero della Via Mala impostandone la filosofia nel massimo rispetto dei valori contestuali. Nel risolvere le problematiche di recupero ambientale, di messa in sicurezza e di risposta alle esigenze funzionali, è stato utilizzato un approccio ecocompatibile, facendo uso ove possibile di tecniche e materiali naturali.

Una delle parti più sensibili di tutto il progetto ha riguardato il canale del Vallone, prima dei lavori interamente impegnato dai materiali di risulta provenienti dagli scavi delle gallerie e del quale, grazie ad alcune gradonature realizzate con strutture in terre rinforzate è stato rimodellato l’impluvio e, con lo stesso materiale di risulta, sono stati realizzati l’area del parcheggio ed il percorso che scende per la visita al greto del fiume. L’uso di terre rinforzate – dette anche terre armate – e quello di biostuoie ha consentito di mantenere completamente verde l’intera vallata, mantenendo il massimo grado di permeabilità e gestendo al meglio l’assetto idrogeologico.

Al piede vi è un muro di scogliera antierosivo realizzato in massi sormontato da gradonature costituite da palificate lignee doppie e sentieri, anche questi incordonati da palificate lignee.
La sensibilità nei confronti della bioarchitettura non si è fermata all’utilizzo dei materiali, entrando a fondo nei concetti e nei presupposti progettuali. Significativo in questo senso l’ampio riuso dei materiali presenti in loco valorizzandoli all’interno del progetto, che ha creato un sensibile risparmio economico ed ambientale dato dalla riduzione dei rifiuti, esaltando nel contempo le caratteristiche degli elementi antropici tipici, che hanno consentito di non tradire l’aspetto storico e culturale della strada.

Per gli elementi architettonici aggiunti: pensiline, balcone, parapetti si è utilizzato l’acciaio cor-ten, che non richiede né manutenzione né trattamenti con vernici ed è un materiale totalmente riciclabile. Nel caso delle barriere paramassi l’acciaio è stato abbinato a tronchi di legno in luogo delle troppo usuali reti tirantate ad anelli e, tra le soluzioni di ingegneria naturalistica, vi è anche un vallo in terre rinforzate gabbionato con pietra reperita in loco.

L’attenzione alla percezione spaziale ha fatto sì che i nuovi manufatti fossero dotati di una propria trasparenza, consentendo la continuità visiva e migliorando conseguentemente la fruizione della natura circostante mediante la creazione di effetti vedo-non-vedo. Gli interventi sono stati effettuati tendendo ad intaccare il meno possibile gli elementi naturali, privilegiando anzi le soluzioni che permettevano di attaccarsi a manufatti esistenti quali strada e muri. Le pensiline parasassi inoltre, la cui copertura è in lamiera microforata, affondano le loro radici nella base stradale rocciosa, sfiorando senza mai toccarle le rocce circostanti. Alcuni interventi di mitigazione ambientale hanno infine permesso di mascherare elementi tecnologici e stradali utilizzando elementi vegetali, inglobati nel contesto.

Alberto C. Steiner

Tutela del territorio in Sardegna

Il Museo Biddas è il primo museo in Italia dedicato al tema dello spopolamento e dell’abbandono dei centri abitati.

Questo fenomeno è un filo rosso della storia della Sardegna e di molte altre regioni mediterranee, oggi come nel Medioevo, nel Settecento e nel Trecento. I centri abitati stabili e vincenti da un lato -capaci di sopravvivere e di prosperare- e gli altri perdenti, che soccombono e dai quali gli abitanti si allontanano.

Biddas, allestito in un piano del Palazzo Baronale di Sorso, illustra il caso sardo con un percorso a ritroso nel tempo, a partire dai processi di spopolamento d’età contemporanea delle aree interne dell’Isola, fino ad arrivare al villaggio medievale abbandonato di Geridu, il primo in Sardegna ad essere stato scavato in estensione.

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A Geridu è dedicata una sala del museo, dove sono illustrati i principali risultati delle ricerche ad oggi condotte in questo villaggio. Il case-study di Geridu rappresenta un modello del potenziale informativo dei villaggi abbandonati della Sardegna. Biddas mira a diventare anche una porta, capace di generare attenzione per la tutela del patrimonio archeologico dei villaggi abbandonati della Sardegna ed a sottolineare l’urgenza di una pianificazione territoriale di questo patrimonio diffuso.

Nonostante si tratti di un Museo largamente basato su una prospettiva archeologica del tema dei villaggi abbandonati, Biddas – Museo dei Villaggi Abbandonati della Sardegna, non è un museo di reperti.

Piuttosto che come luogo di contemplazione delle cose, Biddas vuole porsi come luogo dove leggere diversamente la realtà dello spopolamento delle aree rurali dell’interno della Sardegna e di scoprirne l’ampia dimensione diacronica.

Sociologia, Antropologia ed Archeologia si intrecciano strettamente nell’esposizione, che mira alla costruzione di un articolato ambiente di apprendimento, che coinvolge il visitatore con suggestioni, parole chiave, ricostruzioni, suoni ed un contatto diretto con i materiali.

Biddas utilizza un apparato comunicativo moderno ed efficace, con una particolare attenzione alla didattica scolare e dell’infanzia, offrendo spazi ludici ed un percorso ideato per i piccoli visitatori.

 

Fonte: archeologiamedievale.it

Una petizione per salvare le antiche mulattiere sul Lago di Garda

Per favorire lo sviluppo sostenibile del territorio scongiurando degrado, danni ambientali e speculazione è nato il Comitato Tutela Sviluppo Garda Baldo ONLUS, che ha sede in località Cà Politei a Brenzone ed opera nell’ambito della Provincia di Verona nei territori dei comuni dell’alto lago.

Il Comitato ha promosso tramite il sito Petizione Pubblica una petizione per favorire l’accessibilità al “Mont” attraverso la realizzazione di nuovi percorsi alternativi, per esempio lungo il tracciato da Villanova fino a Cà dell’Umen per creare un collegamento con la strada di Tenuta Cervi in Comune di San Zeno di Montagna, oltre che la sistemazione ed il recupero della mulatiera Campo di Brenzone – Cà Politei – Prada, l’antica strada di comunicazione dal Garda al Baldo fra le varie frazioni di Brenzone, così da far tornare a vivere luoghi oggi in stato di abbandono.

Segnaliamo l’iniziativa auspicando che sia coronata dal successo che merita.

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Campo di Brenzone e il suo recupero una lettera aperta a tutti dal Centro Studi Cesec

Relativamente allo stato dell’arte riguardante il recupero dell’antico borgo di Campo di Brenzone, dai nostri amici del Centro Studi Cesec riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Cari amici di Kryptoslife, lo confessiamo: siamo stupiti.

Abbiamo condotto una ricerca su Google per vedere a che punto fossero le iniziative ed i lavori per il recupero del borgo di Campo. Dopo tanto parlare sulla stampa, dopo la notizia che sono in arrivo i fondi europei e dopo alcuni lavori risalenti alla scorsa estate per la messa in sicurezza, digitiamo la chiave di ricerca “recupero campo brenzone” e… ritroviamo noi stessi, addirittura in prima posizione come mostra l’immagine che alleghiamo, dove le notizie che ci seguono risalgono rispettivamente al 13 agosto ed al 30 ottobre del 2011; la precedente, intervallata da due richiami per così dire istituzionali, addirittura al 5 gennaio 2006: oltre otto anni fa!

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Il resto è folclore in ordine sparso, e non siamo al Giro d’Italia…

Sarà che la nostra è un’associazione culturale composta da quattro gatti, anzi per la precisione quattro persone e un gatto rosso che si chiama Tommy, sarà che i nostri orizzonti sono limitati ad un borgo in una valletta che, nella Valtellina di bitto ed eresia luterana, pizzoccheri e storie di streghe ed inquisizione, ha dapprima conservato la propria integrità, e successivamente ha saputo svilupparsi, per il fatto di essere priva di strade carrozzabili.
Ma dove la gente ha recuperato antichi fienili, stalle e malghe abbandonate da chi era emigrato e ci vive, soprattutto d’estate, senza né clamore né ricorrere alla costituzione di enti, congreghe o consorzi per l’accesso a millantati o improbabili fondi europei, nazionali e neppure regionali.

Questa gente, nel 1969, si è frugata nelle tasche e con i propri soldi si è costruita una teleferica per portare su materiali da costruzione, viveri ed altro. E portar giù la spazzatura. E il 10 maggio 2010, sempre con i propri soldi giustificati sino all’ultimo centesimo, questa gente ha aperto un rifugio. Frequentatissimo nonostante occorrano due ore buone di marcia per arrivarci.
Certo, pur non essendo i folletti della Loacker che vengon giù dai monti, nel nostro caso di Valtellina, siamo consapevoli che ci difetta probabilmente quel respiro internazionale che permea il Benaco. Sarà per questo che non riusciamo a comprendere? Sarà per questo che qualcosa ci sfugge?

A noi piace Campo. Immensamente. Siamo andati a parlare con l’attuale sindaco di Brenzone, che ci ha accolto con una gentilezza incredibile mettendoci a disposizione uno dei tecnici comunali, il quale a propria volta è stato estremamente esaustivo di spiegazioni e documentazione. Siamo stati a Verona alla sede de L’Arena ed alla Soprintendenza, e già che c’eravamo in un paio di banche e in un’importante compagnia di assicurazioni locale con le quali abbiamo stretti rapporti in ragione dell’attività professionale di alcuni di noi: tutti estremamente gentili, interessati e disponibili. Anche ad intervenire finanziariamente, qualora ne dovessero ricorrere i presupposti.

Infine siamo andati a trovare il presidente della fondazione che si occupa della salvaguardia di Campo. Nonostante siamo arrivati nel suo ristorante in prossimità dell’ora di pranzo anche lui ci ha accolti con estrema cortesia mentre i suoi colaboratori svolazzavano fra i tavoli, mostrandoci il bellissimo elaborato realizzato da alcuni studenti tedeschi e raccontandoci di fondi europei in arrivo, contributi ottenuti da una banca veronese per la messa in sicurezza di alcune strutture, ed infine di un contributo di 1.000 euro raccolto tra alcuni appassionati stranieri.

Abbiamo parlato con gli operai che lo scorso settembre stavano lavorando alla costruzione della strada ed abbiamo verificato come, con un opportuno sistema di pompe, fosse possibile smaltire i liquami biologici risolvendo il problema di una pendenza altrimenti impossibile. Abbiamo anche notato l’alveo di un torrente nel quale posare una condotta – facendo attenzione per quanto riguarda l’invaso ed il flusso idrico – per il deflusso a valle dei predetti liquami, che potrebbero essere così opportunamente trattati.
Abbiamo parlato con persone, letto articoli sulla stampa internazionale e sul web: tanto interesse, tanto entusiasmo. Ma allora perché non accade nulla?

Tra l’altro, ci sarebbero persone a noi vicine che dispongono dei mezzi finanziari, della passione e delle competenze per investire somme anche considerevoli nel recupero di Campo. E vorrebbero recuperarlo perché sia al servizio della gente, non per una speculazione edilizia.

Perché vi si possa creare un’enclave a tutela del territorio e delle sue specificità culturali, storiche, artigianali. E, non da ultimo, un luogo di eccellenza per la salvaguardia dei sapori, in primis l’olio, magari attraverso un’attività ricettiva di nicchia.
Ma, essendo prevalentemente stranieri, hanno posto subito una condizione: l’assoluta assenza di comitati all’italiana, pasticci, carrozzoni da circo.

Noi potremmo anche rappresentare questo interesse, notevole e concreto. Ma sinceramente non sappiamo né dove né con chi.
E’ per questa ragione che scriviamo questa lettera. Forse vostro tramite qualcuno la leggerà.

Centro Studi Cesec

Orgoglio senza pregiudizio Frasnedo non è un posto per auto

Scarponcini ai piedi e camminata in salita di almeno due ore lungo una mulattiera nel bosco dominato da castagni, agevole ma che in alcuni tratti è a gradoni da togliere il fiato. Solo a queste condizioni la Valle dei Ratti si lascia scoprire.

Il toponimo origina da un’antica famiglia comasca che qui vi possedeva numerosi pregiati alpeggi, e la valle è percorsa in tutti i suoi 11 km dal torrente omonimo che sorge dal Pizzo Ligoncio, a 3.038 metri di quota per sfociare nel Lago di Mezzola.

La valle ed il suo principale nucleo abitato, Frasnedo, costituiscono un emblema di quella montagna quanto mai viva, perché ha saputo evitare l’arrembaggio di turisti in cerca di paradisi a portata di automobile. La strada carrozzabile si arresta dopo numerosi tornanti a pochi chilometri dall’abitato di Verceia ad un’altitudine di circa 600 metri. Per questa ragione la valle resta là, nascosta, alle spalle della Costiera dei Cech, con le sue ampie possibilità escursionistiche note in una comunque ampia cerchia di intenditori e appassionati, regno degli abitanti di Verceia che d’estate animano il nucleo di Frasnedo guardando gli arditi forestieri senza diffidenza ma con l’orgoglio di chi si sente sovrano di un lembo alpino denso di storia e di tradizioni.

La valle, la prima orientale che s’incontra entrando da sud in Valchiavenna, scende ripida con andamento Est-Ovest dalle vette granitiche del nodo del Ligoncio, che ha come vetta principale il pizzo omonimo dal quale si dipartono anche le valli Codera e Masino. Sul suo versante orientale si erge, tra gli altri, il monte Spluga e dalla valle si accede ad importanti passi: oltre al Piana, al Visogno ed al Colino i passi gemelli di Primalpia – etimologicamente la prima fra le Alpi ovvero l’Alpe per eccellenza – a quota 2.476, e la Bocchetta di Spluga, a 2.526, che congiungono l’alta Valle dei Ratti alla Val Masino.

Il Rifugio Volta del C.A.I. di Como ed il Bivacco Primalpia realizzato e gestito dalla Comunità locale costuiscono punti di approdo sicuri per escursioni ed arrampicate, nonché talvolta per la sosta temporanea di chi conduce agli alpeggi in quota le mandrie, dal latte delle quali si ricavano d’estate ottimi formaggi grassi.

Per salire a Frasnedo è necessario percorrere la mulattiera, indicata dal segnavia, che dopo un primo tratto scalinato, risale il fianco di una sorta di promontorio dal quale si inizia a guadagnare quota prendendo verso Est e transitando a quota 664 presso una cappelletta per traguardare, a quota 910 fra tronchi di antichi castagni, i binari del Tracciolino, particolare ferrovia decauville che con tracciato pianeggiante sviluppato per km 11,786 congiunge il bacino di carico di Codera per l’adduzione alla centrale idroelettrica di Campo di Novate, con la diga di Moledana. Venne realizzata nel 1933 per trasferire i materiali da costruzione necessari ad erigere la diga in val Codera e dal suo straordinario percorso, che taglia valloni orridi e verticali, si possono ammirare panorami mozzafiato. Meriterebbe una riqualificazione turistica, possibile a costi contenuti, ma non siamo nella vicina Svizzera.

 

Frasnedo - Cartografia 001 - Generale

Lasciando sulla destra il tratto ferroviario che finisce alla diga di Moledana, eretta all’imbocco di un orrido che scende a perpendicolo per ottanta metri, si prosegue lungo la mulattiera per Frasnedo sino a raggiungere il nucleo abitato di Casten, che deve il nome alla massiccia presenza dei castagni, incontrastati dominatori di questa parte della valle.

Salendo ancora ci si affaccia alla soglia della media valle, presidiata da una cappelletta a quota 1.171 e denominata della Val d’Inferno, dal nome del vallone laterale che precipita da nord nel solco principale della valle.

Da qui si inizia a vedere, in alto sulla sinistra, Frasnedo, il borgo a quota 1.287 che sorge sotto il crestone che divide la valle dal vallone di Revelaso e deve il toponimo ai molti frassini presenti.

Un tempo era abitato tutto l’anno ma, com’è accaduto a molti borghi montani, cadde in uno stato di pressoché completo abbandono. Oggi si anima nella stagione estiva dopo che i cittadini di Verceia, fieri del fatto che la valle sia rimasta immune dal cosiddetto progresso, hanno recuperato con le loro mani – molti sono muratori – vecchie case e fienili ereditati per venire quassù a trascorrere le ferie, falciare il fieno o portare le vacche. Gli approvvigionamenti sono assicurati da una teleferica voluta e gestita dal consorzio formato dagli stessi abitanti di Frasnedo e della quale tutti sono piuttosto fieri. Nel mese di agosto il villaggio è animato da svariate feste, alcune delle quali evocano sensazioni antiche.

Davanti alla chiesetta consacrata alla Madonna delle Nevi, alla quale è dedicata la più importante delle feste agostane con fiaccolata notturna, si erge un grande olmo montano, censito nel 1999 fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio per il suo portamento, la sua eleganza ed anche la sua rarità botanica a questa quota: la circonferenza del suo tronco misura 270 cm ed è alto 10 metri. La chiesetta è posta in posizione rialzata, rispetto al corpo centrale del paese e la sua collocazione permette di vivere la sensazione di una curiosa sospensione: guardando oltre la soglia della bassa valle si scorge uno spicchio del lago di Mezzola, mentre volgendo lo sguardo alla testata della valle torreggia il monte Spluga, in una dimensione intrisa di suggestione e mistero. Anche qui, come in tanti altri luoghi remoti della montagna alpina, sono fiorite numerose leggende.

Poco discosto dall’abitato, presso la stazione di arrivo della teleferica, vi è un’accogliente struttura dotata di bar, connessione wi-fi e possibilità di pernottamento sino a trenta posti letto: è il Rifugio Frasnedo che, in questo scenario naturalistico e paesaggistico di notevole bellezza offre massima disponibilità e cordialità, ed il cui ristorante propone gustosi piatti tipici locali.

Una chicca, che la dice lunga sui valori condivisi in valle: anche quest’anno è prevista una lotteria ferragostana. I premi principali? una capra ed una motosega.

 

Frasnedo - Diga di Moledana 001 - Sfondo posto guardia

Scommettiamo che… e se fosse l’Acqua il prossimo eldorado della finanza creativa?

Risale all’anno 1983 Trading places, in italiano Una poltrona per due, girato da John Landis ed interpretato da Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis; il film, estremamente istruttivo sotto il profilo sociologico, propone nella non casuale scenografia della Borsa di Chicago, dove vennero inventati, uno spaccato del mercato dei futures e delle commodities, nel caso specifico relativi al mercato del succo d’arancia.

Dal film alla realtà: negli ultimi tempi le vicende legate al Monte dei Paschi di Siena hanno posto per l’ennesima volta sotto i riflettori quella nuova frontiera o, meglio, terra di nessuno costituita dalla finanza creativa dei derivati e dell’utilizzo spregiudicato e pericolosissimo che se ne fa. Ma ciò che i mezzi di informazione riferiscono è nulla rispetto a quanto già sta accadendo nei chiaroscuri dell’alta finanza: un modo assurdo di fare soldi a palate scommettendo sulle nostre paure più ancestrali. Considerato che non c’è nulla di più catastrofico che scommettere sulle riserve mondiali di cibo, che sia il caso di cominciare a domandarsi quale risorsa globale costituirà il prossimo derivato finanziario? Se fosse arrivata la volta dell’acqua?

In realtà l’Acqua è da tempo nel mirino della speculazione: banche d’affari, fondi di investimento, multinazionali ed altri attori economici mondiali, compresi FMI e Banca Mondiale, sono già pronti a mettere la mani su questa fonte primaria per la vita umana. La mafia lo fa già da tempo…

Friedrick Kaufman, professore presso la City University di New York, in un articolo apparso sulla testata britannica Nature e ripreso il 21 diembre 2012 da Internazionale sostiene che la prossima grande risorsa mondiale non sarà costituita da oro, grano o petrolio bensì da acqua. L’acqua potabile, poiché entro un ventennio almeno tre miliardi di persone avranno problemi a reperire quella necessaria per vivere.

Questo scenario, scandito dall’ossessione per la penuria idrica mentre estati interminabili e caldissime si ripetono con cadenza allarmante rappresenta il massimo che uno speculatore possa desiderare. Gli investitori adorano le situazioni apocalittiche: violenza e caos nascondono sempre possibilità di guadagno e creare denaro speculando sulla mancanza d’acqua in un’area geografica o in un settore, non è una previsione fantascientifica bensì una realtà molto vicina.

E per la finanza creativa – che produce molto di più del Pil mondiale ed è passata dai 500 miliardi di dollari del 1980 agli oltre 60 trilioni di dollari di oggi, cifra che molti hanno sentito pronunciare solo da Zio Paperone, la paura è sempre un ottimo affare. Oggi i grandi profitti, generati da strumenti finanziari totalmente separati dalla realtà, non nascono più dalla compravendita di oggetti e di beni: case, grano, auto ma dalla manipolazione di concetti eterei come rischio e collateralizzazione del debito. Ed a quanto pare investire in un indice del mercato dell’acqua sta diventando un’idea sempre più appetibile.

 

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Barsac tra sauternes e galline spazzine

Ovvero: come risparmiare, ridurre i rifiuti ed avere uova freschissime. Gratis o quasi…

Barsac è una cittadina della Gironda, sulla riva sinistra della Garonna, conta circa 2.000 abitanti ed il suo sindaco, Philippe Meynard, per ridurre gli oneri di smaltimento dei rifiuti organici, ha avuto un’idea geniale: ha donato una coppia di galline a circa 150 famiglie. La decisione, solo apparentemente bizzarra,  origina da un calcolo preciso: in un anno ogni coppia di volatili mangia circa 300 kg di rifiuti alimentari domestici (pane secco, scarti di frutta e verdura, persino piccole ossa) produce 400 uova e una discreta quantità di escrementi, utilizzabili come ottimo concime per gli orti familiari.

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Le famiglie che hanno ricevuto le galline si sono impegnate a tenerle per un biennio, curandole e non mettendo galli nei pollai. Potranno vendere le uova eventualmente eccedenti il consumo familiare al mercato locale.

L’idea, che consentirà alle casse comunali un risparmio di almeno 5.000 euro l’anno, ha riscosso successo, tanto è vero che è stata ripresa da altri comuni della zona.

Fin qui la notizia. L’iniziativa, simpatica ed a suo modo grandiosa come tutte le cose semplici, si sintonizza a pieno titolo con il nostro sentire in materia di ecosostenibilità. Ma non stupisce se esaminiamo il pabulum che l’ha generata. Barsac non è una città qualsiasi, vi si produce uno dei vini più famosi al mondo con metodi rigorosamente biodinamici, con la parassitosi delle vigne debellata attraverso una delle tecniche più semplici e naturali che si conoscano: piantando rose accanto alle viti e contronandole con aglio.

La città dà il nome al Barsac AOC, equivalente alla nostra IGT, vino bianco dolce che può fregiarsi dell’appellativo di Sauternes Barsac e che include il Crescite Prima Château Climens e il Château Coutet.

Si ritiene che la viticoltura francese abbia origini romane. I vini dolci e muffati erano anticamente molto ricercati e diffusi, essendo particolarmente apprezzati dai Greci dai quali i Romani mediarono stili e tecniche. La tecnica enologica ed il gusto si sono evoluti nel corso del tempo, privilegiando vini secchi che in anticamente non sarebbero stati probabilmente apprezzati. Ma la preferenza per i vini dolci, unitamente al loro fascino ed eleganza, gode ancora di largo consenso da parte degli appassionati e la Grecia, cui va riconosciuto il merito di avere contribuito alla diffusione ed all’apprezzamento di questi vini, produce ancora interessanti qualità: fra i più celebri il Moscato di Samos, prodotto nell’isola omonima, e quello di Patrasso, entrambi da uva Moscato bianco. Un altro vino che ha goduto di ampia fama in antichità è il Commandaria, un dolce da uve Mavro e Xynisteri che può anche essere fortificato ed è oggi considerato una rarità: viene prodotto nell’isola di Cipro, si dice che il vitigno fosse stato introdotto, portandolo dalla Terrasanta, dai Templari.

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Dal concetto di Nazione a quello di Borgo: neofeudalesimo?

Iniziamo citando Nietzsche: Non vuoi oggi salire su un alto monte? L’aria è pura e puoi scorgere più mondo che mai, pur non intendendo qui disquisire se sia o meno vero che l’Unione Europea propugni una strategia mirata a costituire una Paneuropa feudale partendo dallo sfaldamento della cultura locale di un qualunque popolo europeo o del cosiddetto sentimento nazionale anche attraverso la simbolica eurocentrica: Euro, bandiera, Erasmus, passaporto, Inno alla gioia di Beethoven eletto ad inno europeo, passaporto, parlamento e Stati artificiali.

Né riteniamo opportuno entrare nel merito di strutture quali Alpen-Adria, AER, CCRE o del processo disintegrativo che taluni sostengono iniziato nel 1990 con la disintegrazione dell’ex-Yugoslavia e che è tuttora visibile in Germania, Belgio, Spagna, Francia e persino Italia attraverso l’ascesa dei partiti autonomisti.

No, non è nostro compito e non siamo attrezzati per parlarne con dovizia. Nè ci interessa. Desideriamo piuttosto citare il libro il Medioevo prossimo venturo che Roberto Vacca scrisse nel 1970 ipotizzando un’improvvisa regressione della civiltà umana, dovuta al blocco tecnologico e all’esplosione demografica, tali da costringere l’umanità a ritornare a forme di vita e di lotta simili a quelle medioevali.

Curiosamente, nel 1989 uscì un libro dal titolo identico: l’Autore, uno statunitense del quale non riuscimmo a ritrovare il nome, ipotizzò che a causa del depauperamento dissennato delle risorse non rinnovabili in tempi compatibili con l’esistenza umana – in ragione dell’utilizzo massiccio che le tecnologie ne avrebbero richiesto – nonché della deforestazione e dell’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo, la terra non avrebbe più potuto sfamare i suoi abitanti nonostante anzi proprio in conseguenza del massiccio ricorso agli Ogm, organismi geneticamente modificati, che avrebbero definitivamente reso sterili molte specie ed improduttivo il suolo.

Le risorse alimentari si sarebbero vieppiù ridotte, diventando privilegio di pochi, le città si sarebbero trasformate in bolge infernali sempre più pericolose e sempre meno vivibili, e la campagne sarebbero state percorse da vere e proprie bande di predoni decisi ad assalire chiunque possedesse cibo, qualunque esso fosse.

L’umanità avrebbe dovuto fare i conti con una delle più ataviche fra le paure: la fame.

L’ignoto Autore ipotizzava altresì due fenomeni che si stanno puntualmente verificando: lo scioglimento progressivo dei ghiacciai e l’innalzamento del livello degli oceani, rendendo inabitabili non solo città costiere, ma anche insediamenti lontani dal mare sino ad altitudini non trascurabili: per quanto riguarda l’Italia, secondo tale previsione non solamente città come Genova, Napoli, Palermo e Venezia avrebbero cessato di esistere, ma anche Firenze, Milano, Pavia, Rovigo. La sicurezza avrebbe potuto essere conseguita a partire dai 600 metri di altitudine.

Gli esseri umani avrebbero avuto un’unica possibilità di sopravvivenza: riunirsi in piccoli insediamenti autosufficienti sotto il profilo energetico ed alimentare, sfruttando le risorse del territorio ed acquisendo la capacità di difendersi da eventuali attacchi.

Condivisione, cohousing, rispetto del territorio, utilizzo selettivo e responsabile delle risorse: in pratica ci stiamo arrivando, mentre le difficoltà economiche ci costringono a rivedere la scala dei bisogni reali o presunti, e la decrescita alla quale volenti o nolenti siamo costretti può contribuire a riqualificare i rapporti tra le persone.

Tutto questo non potrà, a nostro avviso, prescindere dalla chiave, non solo di lettura: quel piccoli insediamenti autosufficienti di cui abbiamo scritto sopra, autosufficienti e – piaccia o meno – in grado di difendersi. Il feudalesimo probabilmente non avrà più i caratteri che abbiamo studiato sui libri di storia, magari sarà un Federalesimo o un Consorzianesimo, insomma un’alleanza fra borghi, villaggi, territori, comprensori.

Che, grazie alla profonda consapevolezza ed alla capacità di sentire con il cuore di quelli che immaginiamo saranno gli abitanti dei borghi, magari sorti dal recupero di insediamenti abbandonati, avrà in alta considerazione la cultura dell’accoglienza del viandante.

Ma, ci permettiamo di raccomandare, senza dimenticare Cromwell: abbiate fiducia in Dio e nel prossimo, ma tenete asciutte le polveri.

 

medioevo prossimo venturo