Strumenti finanziari per una reale condivisione

Entriamo sempre più nel merito degli aspetti pratici legati all’attività di progettazione e realizzazione di unità coresidenziali, attraverso il recupero di borghi dismessi ovvero l’individuazione di immobili o complessi agricoli che dispongano della potenzialità per poter essere convertiti ad un utilizzo in sintonia con gli obiettivi di KryptosLife e di tutti coloro che intendono condividerli.

Per attuare quanto programmato sono necessari, ma ciò vale per ogni iniziativa imprenditoriale, strumenti associativi e strumenti finanziari.
Relativamente agli strumenti associativi propendiamo per la classica Srl, oltre che per il fondo, strumento utilissimo argomentando di consociazione di villaggi coresidenziali e di acqua bene comune. Abbiamo scartato a priori la forma cooperativistica poiché, nonostante il gran parlare che se ne fa, non è quello strumento snello e dinamico che si vuol far credere, è anzi uno strumento che ingessa per molti aspetti l’attività operativa. La cooperativa, in buona sostanza, è e rimane uno mezzo di condivisione politica, creare posti di lavoro ma non sempre lavoro, insomma non certamente uno strumento imprenditoriale, soprattutto utile per il ricorso a credito agevolato, sovvenzioni pubbliche, interventi correlati ai piani pubblici di sviluppo.

Relativamente agli strumenti finanziari abbiamo scelto di non ricorrere al credito agevolato a meno che non si tratti di pratiche chiare, semplici, trasparenti, agevoli e che non implichino oblazioni occulte, per non mischiarci né agli inevitabili carrozzoni da circo né ai postriboli di una politica che, oggi, riteniamo generalmente insana.

Riteniamo peraltro opportuno ricorrere il meno possibile anche al credito ordinario preferendo lavorare per noi stessi e non per le banche. E’ anche un fatto energetico: se è vero che crediamo in noi stessi e nella bontà di ciò che, ormai da tempo, facciamo dobbiamo essere noi i primi a credere nelle potenzialità delle nostre risorse. Il viaggio nasce, ancor prima che lungo il cammino, nella mente, si dice… e noi ci crediamo fermamente.

tree

Oggi praliamo dello strumento finanziario che abbiamo scelto, dopo profonde riflessioni e chiarimenti con chi ci segue sotto i profili giuridico e fiscale: snello, efficace, semplicissimo e senza fronzoli, come tutte le cose vere. Ci sia però consentita una breve premessa: la definizione dei cosiddetti prodotti finanziari è contenuta, insieme a quella di mezzi di pagamento ed alle altre forme di investimento finanziario che non sono strumenti finanziari nell’Art. 1 comma 2 del T.U.F. che riporta un elenco suddiviso in titoli di massa e contratti derivati.

Alla prima categoria appartengono

– le azioni e in genere i titoli rappresentativi di capitale di rischio – quali i certificati rappresentativi del rapporto di associazione in partecipazione – i titoli di Stato, le obbligazioni e gli altri titoli di debito: cambiali finanziarie, obbligazioni di enti locali e certificati di investimento, se negoziabili sul mercato dei capitali;
– i titoli normalmente negoziati nel mercato monetario;
– le quote dei fondi comuni d’investimento;
– i titoli negoziati che consentono di acquisire i titoli precedentemente elencati e i relativi indici.
Nella categoria dei contratti derivati rientrano invece contratti futures, tassi di interesse, valute, merci e relativi indici, contratti di scambio a pronti e a termine su tassi di interesse ed altri che non elenchiamo in quanto non pertinenti a questa trattazione.

La nozione di strumenti finanziari è stata introdotta nel nostro ordinamento dal D.L. 23 luglio 1996 n.415 in attuazione della Direttiva Comunitaria n. 22 del 10.5.1993 relativa ai servizi di investimento, rendendo il concetto di strumenti finanziari più ampio rispetto a quello precedente, valori mobiliari, che assorbe e sostituisce; gli strumenti finanziari costituiscono l’oggetto dell’attività concernente i servizi di investimento, così come in precedenza il valore mobiliare costituiva l’oggetto dell’attività di intermediazione mobiliare.

L’Associazione in partecipazione…
… uno dei contratti tipici disciplinati dalla codificazione civilistica italiana, è il negozio giuridico con il quale una parte, l’Associante, attribuisce ad un’altra, l’Associato, il diritto ad una partecipazione agli utili della propria impresa o, in base alla volontà delle parti contraenti, di uno o più affari determinati, dietro il corrispettivo di un apporto da parte dell’associato. Tale apporto, secondo la giurisprudenza prevalente, può essere di natura patrimoniale ma può anche consistere nell’apporto di lavoro, o nell’apporto misto capitale/lavoro.2549 e seguenti del codice civile

Relativamente ai suoi caratteri distintivi…
… dalla definizione civilistica si desume che l’associazione in partecipazione è un negozio giuridico sinallagmatico obbligatorio a prestazioni corrispettive, dal momento che l’Associante mira a ottenere un apporto per finanziare un’azienda o un progetto, mentre l’Associato intende conseguire un guadagno.
La disciplina civilistica prevede una partecipazione, da parte dell’associato, al rischio della gestione di un’impresa, di un singolo affare o di più affari se dedotti in contratto: questo avviene qualora il risultato della gestione dell’attività oggetto del contratto risulti in perdita. A fronte della partecipazione al rischio è previsto l’obbligo di rendicontazione periodica da parte dell’Associante, che sostanziano un diritto di ingerenza nella gestione da parte dell’Associato.

Ma nonostante la partecipazione agli utili e al rischio l’associazione in partecipazione si distingue nettamente dal contratto di società, poiché l’attività di impresa è esclusivamente demandata all’Associante, che assume a sé i relativi diritti ed obblighi.
L’Associato ha diritto, alla scadenza del contratto quale corrispettivo dell’apporto fornito, alla restituzione del capitale apportato aumentato, nella percentuale pattuita, degli eventuali utili realizzati.
Se non diversamente pattuito il contratto comporta la partecipazione alle eventuali perdite registrate dalla gestione dell’affare oggetto del contratto, che non può in nessun caso superare l’ammontare del capitale o del lavoro apportato, anche quest’ultimo suscettibile di valutazione economica.
La giurisprudenza ammette l’esclusione o la limitazione della partecipazione alle perdite da parte dell’Associato, addirittura ritenendo ammissibile una clausola che garantisca all’Associato la spettanza di un minimo garantito, pur in presenza di utili esigui o addirittura di perdite. Quanto agli utili è possibile statuire che siano corrisposti in unica soluzione alla scadenza contrattuale ovvero a scadenze intermedie rispetto alla vigenza temporale del contratto, nonché mediante anticipazioni sugli utili futuri, che saranno oggetto di conguaglio in sede di rendicontazione della gestione.

Può così aversi, per esempio, un contratto pluriennale che preveda la rendicontazione annuale degli utili o addirittura la pattuizione di acconti mensili da conguagliare alle scadenze annuali. L’Associato ha diritto al controllo della gestione dell’affare oggetto del contratto, che può trasferire a terzi nelle forme usuali della cessione contrattuale.

Di passaggio…
… poiché non pertinente alla presente trattazione, citiamo il fatto che il contratto di Associazione in Partecipazione si differenzia da quello di lavoro subordinato ma, qualora l’apporto dell’Associato consista in prestazioni lavorative, egli ha diritto alle tutele assicurative e previdenziali, mediante iscrizione all’Inps prevista per i collaboratori; l’obbligazione contributiva grava esclusivamente sull’Associante fatta salva la facoltà di esercitare una rivalsa sull’associato per una quota parziale della contribuzione, nelle forme e nei modi di legge.
Gli aspetti contrattuali legati all’apporto di lavoro sono oggetto di una giurisprudenza di legittimità e di merito letteralmente sterminata, in ragione della diffusione nel sistema economico italiano spesso correlata a fenomeni di irregolarità e di elusività relativamente alla normativa in materia di lavoro subordinato e previdenza sociale. Tanto è vero che i sindacati Filcams-CGIL e NIdiL-CGIL hanno dato vita a partire dall’ottobre 2011 a Dissòciati!, una campagna per smascherare gli abusi legati all’associazione in partecipazione.
Da qualche tempo, inoltre, lo strumento è al centro di un dibattito dottrinale in conseguenza delle modifiche apportate all’Art. 2549 Cod.Civ. dall’Art. 1, c. 28, della L. 92/2012, nota come “Riforma Fornero”. Non ci addentriamo ulteriormente in questo aspetto .

Un raffinato strumento finanzario…
… così è stato da più parti definito il contratto di Associazione in Partecipazione poiché costituisce un tanto semplice quanto efficace strumento di finanziamento dell’impresa, alternativo sia alle operazioni di raccolta di capitale attraverso l’ampliamento della base societaria sia all’indebitamento con soggetti istituzionali esterni.
Rispetto alla prima ipotesi, infatti, i contratti in questione consentono di raccogliere capitale da un soggetto esterno senza dover modificare gli assetti di potere interni all’impresa, cosa che invece necessariamente avviene ogni volta che è richiesto un apporto di capitale da parte dei soci.
Rispetto alla seconda ipotesi, invece, l’associante (tranne che nel caso di cointeressenza impropria) ha il vantaggio di non essere obbligato a restituire il capitale versato dall’associato, poiché elemento essenziale dell’associazione in partecipazione è, oltre alla partecipazione agli utili, anche la partecipazione alle perdite, le quali, in caso di risultati negativi della gestione, ben potrebbero erodere l’intero importo conferito.
In sostanza trattasi di una forma di finanziamento da parte di un soggetto esterno ad una determinata attività, i cui proventi, ove sussistenti, costituiranno la controprestazione dell’apporto.

Appare chiaro fin da subito che il guadagno…
… che spetterà all’associato è necessariamente dipendente dall’andamento dell’affare, pertanto, in relazione alla sua posizione contrattuale, è possibile parlare di contratto aleatorio: ciò perché, almeno nell’ipotesi di associazione in partecipazione (ma, si noti, non di cointeressenza impropria), l’associato potrebbe, in caso di gestione negativa, non conseguire utili ed eventualmente perdere il proprio apporto, dal momento che egli concorrerà anche alle perdite.

“L’Art. 2550 del Codice Civile dispone inoltre che, a tutela della massima trasparenza: l’Associante non può attribuire partecipazioni per la stessa impresa o per lo stesso affare ad altra persona senza il consenso dei precedenti Associati.”

In questa disposizione è stato ravvisato un elemento che ricondurrebbe l’associazione in partecipazione tra i contratti associativi, caratterizzati spesso dal necessario consenso degli associati all’estensione del vincolo ad altri soggetti, senonché dei contratti associativi mancano altri elementi essenziali che impediscono al contratto in questione l’applicazione della relativa disciplina.

Abbiamo gettato il sasso… torneremo quanto prima nuovamente sull’argomento, in modo sempre più specifico.

Finanza solidale e sostenibile fatta con concretezza a garanzia degli investimenti

Abbiamo immaginato di voler acquistare in gruppo un’azienda agricola e di renderla produttiva grazie a metodi biologici e naturali che ci permettano di ottenere prodotti qualitativamente migliori e soprattutto nel pieno rispetto dell’ambiente.

Abbiamo anche immaginato di non voler avere nulla a che fare con situazioni tipo Parmalat, Cirio, Argentina, Banca 121 e tante altre che hanno segnato la memoria, e le tasche, di tanti risparmiatori.
Dall’immaginazione all’idea: investiamo il nostro capitale nel bene rifugio per eccellenza, la terra, e dedichiamoci a un’attività economica pulita sul piano ecologico ed etico.

Terra significa campi, orti, prati, boschi. Ma anche edifici, abitazioni, condivsione di spazi. Ed ecco inventato il cohousing. Ma può significare anche condivisione di interessi ed attività, ed ecco, per fare un esempio, il gruppo di acquisto solidale, quel pool di persone che decidono di acquistare insieme alimentari e beni di uso comune, solitamente di produzione biologica, eco-compatibile e solidale.

Borsa

Può infine significare turismo responsabile e rispettoso del territorio, ed ecco inventato l’albergo diffuso. E se non ci dimentichiamo degli spazi e delle iniziative legate al benessere fisico e spirituale ecco, chiamiamola così per praticità, la componente olistica, magari legata alla presenza di acqua dotata di caratteristiche particolari.

La differenza tra questa iniziativa e l’investimento tradizionale, sta nel fatto che per aderire non si affidano i propri capitali ad un consulente o promotore finanziario, ad una sim o ad una banca, ma si uniscono le proprie risorse a quelle degli altri entrando a far parte di una società gestita da un normale consiglio di amministrazione formato dai soci.

Tale strategia permette ad un certo numero di risparmiatori di acquistare insieme un fondo, un terreno agricolo di una certa consistenza a un prezzo per ettaro in linea con il mercato. Oppure a costi inferiori se chi promuove l’iniziativa è in grado di reperire terreni ed immobili a prezzi inferiori a quelli di mercato, per esempio perché sottoposti a procedure esecutive. Però… però, però… si, effettivamente essere in gruppo è bello, ma un piccolo gruppo è pur sempre qualcosa di minuscolo: può incontrare difficoltà operative o finanziarie, vincoli commerciali.

E allora pensiamo in grande, ed ipotizziamo adirittura la costituzione di un Fondo, che è proprietario di una parte di tutti i terreni, i borghi recuperati e le aziende agricole, e del quale i risparmiatori investitori sono a loro volta comproprietari. La misura del Fondo permette una gestione altrimenti impossibile con un piccolo appezzamento, e in più la forma societaria delle singole srl agricole consente di superare problematiche di ordine fiscale garantendo l’investimento del risparmiatore.

Attualmente la legge italiana consente iniziative di questo genere, pur se in modo invero macchinoso e con tempi biblici per poter presentare i progetti, superando pareri, opinioni, e talvolta vere e proprie ubbìe, di comitati di comprensorio, territorio, quartiere, vicolo, pianerottolo. Il nostro è ormai diventato il paese dove si parla, dove si aprono i tavoli, tutti si aspettano che sia qualcun altro ad apparecchiarli, e alla fine nessuno li sparecchia o li richiude…

E’ possibile semplificare le cose, anche sotto il profilo fiscale, costituendo il Fondo in un Paese europeo: no, non stiamo parlando di paradisi fiscali o di altre amenità, stiamo parlando di un Paese, sicuramente extracomunitario, sicuramente a nord delle Alpi, sicuramente ad ovest del Danubio, attento alle istanze ecologiche più di quanto i mezzi di informazione nostrani facciano credere, dove la finanza costituisce il pane quotidiano, dove l’imprenditoria è supportata anziché essere svantaggiata da norme incomprensibili, balzelli medioevali, ruberie di vario genere. Dove il gravame fiscale è chiaro, certo e non provoca emorragie.

agriturismo

Tra i propositi del Fondo, naturalmente, vi sarà anche quello di rispettare le tipicità territoriali differenziando le destinazioni produttive a seconda di dove avvengono gli acquisti dei terreni. Quindi frumento duro e tenero nella pianura padana piuttosto che raccolta di funghi, frutti spontanei ed erbe officinali in area boschiva, pascoli, uliveti e vigne dove fanno parte della storia del territorio.

La struttura del Fondo prevede un investimento complessivo ripartito in quote, ed ogni partecipante potrà acquistarne, per singola operazione, sino ad un massimo che non conferisca nessun tipo di prevalenza rispetto agli altri soci, questo per evitare eventuali tirannie di pochi assicurando uguaglianza a tutti gli aderenti. Ovviamente si tratta di un modello base, adattabile alle singole situazioni.

Per finire, il ricorso al credito ordinario sarà attuato nella misura minima possibile e, se possibile, evitato. Per quanto riguarda il credito agevolato sarà possibile fruirne a condizione di non dover sposare nessuno sponsor politico.

La nostra iniziativa sta riscuotendo interesse da molte regioni e da molti gruppi intenzionati ad acquistare un terreno, un’azienda agricola, o a recuperare edifici rurali dismessi: lo provano le numerose richieste informative che ci pervengono.

L’intenzione è quella di diffondere l’iniziativa non escludendo la collaborazione, in parte già in atto, con alcune amministrazioni locali, enti ed organismi preposti alla tutela ed allo sviluppo del territorio, come per esempio sta avvenendo in Valtellina e sulla sponda gardesana orientale.

La nostra iniziativa, sicuramente variegata poiché comporta imprese basate sulla coltivazione naturale, la rivalutazione ambientale, la creazione di centri di educazione ambientale e agriturismo naturale, strutture che permettano di vendere i prodotti senza intermediari in modo da ottimizzare i margini, prevede per sua stessa natura un impegno finanziario etico e solidale

Una finanza etica e’ possibile?

Finanza etica? E’ possibile

Apriamo questo scritto con un’annotazione personale. La nostra provenienza da esperienze imprenditoriali e professionali ci ha fatto comprendere, una volta giunti d un certo punto del nostro percorso, che nessuna attività può prescindere dal contesto. Ciascuna azione umana risuona, per così dire, in modo universale, mettendo in circolo energie ed attivando risposte negli altri esseri. Abbiamo compreso che la crescita parossistica, la mancanza di rispetto per la natura, prima o poi avrebbero portato a conseguenze gravi.

Abbiamo quindi deciso di dedicare noi stessi e la nostra attività ad un progetto: quello di salvare il mondo. No, non siamo pazzi megalomani, siamo però fermamente convinti – proprio per le ragioni in precedenza addotte – che se ciascuno porta il proprio, modesto talvolta modestissimo, contributo nella consapevolezza che se qualcosa può essere fatto è bene iniziare a farlo senza stare a parlarne troppo, qualcosa potrà accadere.

E’ per questa ragione che abbiamo messo a disposizione le nostre esperienze finanziarie, informatiche, immobiliari e in generale di vita per creare una realtà rispettosa dell’Uomo e dell’Ambiente. Abbiamo deciso di farlo ora, nel bel mezzo di una fra le peggiori crisi economiche della storia, un periodo in cui gli artifici della finanza speculativa hanno svelato la loro pericolosità e la minaccia che costituiscono nei confronti della vita di tutti noi.

Non è facile individuare responsabilità precise, forse in un certo senso sono di tutti noi, e sappiamo che le soluzioni adottate per tamponare la situazione peseranno sulle spalle dei cittadini contribuenti, e dei loro eredi, per decenni.

Mentre scriviamo non possiamo ovviamente sapere come andrà a finire. Sappiamo però che tutto questo, in un certo senso, era stato paventato da quel vasto movimento che da tempo in tutto il mondo lavora per una finanza diversa. Questo movimento, quell’universo che indichiamo col termine di finanza etica che descriviamo nel prosieguo.

Finanza Solidale 001

Esaurita questa premessa, siamo lieti che anche quest’anno, dal 5 al 12 novembre, si svolga in diverse città italiane la Settimana dell’Investimento Sostenibile e Responsabile, un’iniziativa promossa e coordinata dal Forum per la Finanza Sostenibile.
Approfittiamo dell’evento per esprimere alcune considerazioni circa la finanza, che può ed anzi dovrebbe essere etica e sostenibile. Si ma come?

Anzitutto riteniamo che la finanza debba generare un profitto. E’ dall’origine e dalla misura dello stesso, oltre che dall’utilizzo che se ne fa che si esprime la vocazione etica e solidale dell’operatore.
Infatti, non casualmente la cosiddetta finanza sostenibile vanta, oltre ai suoi convinti seguaci, anche i suoi acerrimi oppositori. Tra i due estremi una variegata zona d’ombra di tiepido interesse, di moderato scetticismo e di chi semplicemente sta alla finestra a guardare. Insomma, come in tutte le cose terrene.

Giusto per esprimerci con la chiarezza che ci contraddistingue, e per non smentirci, ricorriamo ad alcuni esempi.
Primo esempio, surreale: traffichiamo in armi o stupefacenti, reinvestendo i favolosi profitti che ne derivano nella costruzione di villaggi ecologici o in altre attività ecocompatibili ed all’insegna della solidarietà. Potrà avere una valenza karmica, ma non è certamente un’attività solidale.

Secondo esempio, questa volta connotato alla realtà: decidiamo di coltivare vasti appezzamenti di terreno secondo tecniche biodinamiche e collochiamo i prodotti sul mercato affermando che, oltre che biologiche, le nostre coltivazioni sono all’insegna della solidarietà perché abbiamo garantito un lavoro a n persone; in realtà queste persone sono sottopagate con la scusa dell’ecosostenibilità e della solidarietà. Anche in questo caso non siamto facendo proprio nulla di etico, anzi. E se il primo esempio appartiene alla sfera della fantasia, in questo caso non stiamo purtroppo parlando a vanvera.

Terzo esempio: costituiamo un fondo di investimento che con il denaro dei risparmiatori/investitori acquista fonti idriche inutilizzate. Dal fondo origina una serie di società, consorzi, cooperative e quant’altro legate al fondo per un’economia di scala ed un’uniformità normativa ma di esclusiva proprietà dei cittadini residenti nel territorio, nel comprensorio, nel comune, insomma nel bacino d’utenza di fruizione di quell’acqua. Le società, consorzi, cooperative e quant’altro sono proprietarie di ciò ciò che permette l’adduzione delle acque ed il loro smaltimento: condotte, rete distributiva, vasche di depurazione. Il vantaggio per gli utilizzatori/soci consiste nel fatto di sapere di essere gli effettivi proprietari dell’acqua che utilizzano, e che ovviamente pagano, ma a prezzi che corrispondono al costo reale degli impianti, della loro manutenzione, degli stipendi degli addetti. Il fondo, a propria volta, percepisce dei diritti o royalties se così vogliamo chiamarle, che gli consentono di sopravvivere remunerando altresì il capitale degli investitori ad un tasso dignitoso pur se non certamente esorbitante.

Il quarto, ed ultimo, esempio è la fotocopia del precedente solo che al posto dell’acqua c’è il recupero di borghi abbandonati per trasformarli in complessi abitativi in cohousing, magari rurale ed all’insegna dell’ecocompatibilità.

Finanza Solidale 002

Questi esempi, compreso il primo farneticante, sono inoltre tutti accomunati da un aspetto: non si parla di immaterialità. Patate e pomodori, acqua e case sono tutti beni concreti. In questo senso la nostra non tanto ipotetica attività finanziaria è la conseguenza di un lavoro reale, di produzione, di costruzione. Non di fantasie o scommesse su questa o quella catastrofe, sul fatto che i pomodori di Tizio potranno valere X e allora li acquistiamo ben prima della maturazione a X-60%, anzi già che ci siamo acquistiamo anche quelli di Caio, Sempronio e Mevio. Così abbiamo il monopolio della produzione di quell’anno e siamo noi a fare il prezzo. Siamo trogloditi finanziari? In effetti non siamo esperti di finanza o, peggio, guru; siamo solo professionisti e imprenditori che ad un certo punto hanno scelto di muoversi in un modo piuttosto che in un altro, nella consapevolezza che la decrescita non può essere legata agli abracadabra del pil: o è pil o è decrescita. E la decrescita o, se preferite, consapevolezza, è ora più che mai necessaria se decidiamo di sopravvivere al futuro che ci aspetta. E decrescita non significa affatto tornare al medioevo o al paleolitico.

Ciò detto, appare quindi ovvio come gli investimenti finanziari, in quanto tali, implichino rendite. E’ vero, non è detto che tali rendite abbiano sempre origine diretta dal lavoro ma si sostanziano come etiche allorché seguono precisi parametri nell’ottica di un’equa riditribuzione della ricchezza generata.
In un mondo perfetto… afferma sempre uno di noi. Ok, il mondo perfetto non esiste, e se si aspetta la perfezione non ci si muove mai. Quindi ci muoviamo, programmando ma contemporaneamente navigando a vista pronti a correggere la rotta ogni volta che sia necessario od opportuno. Ma ponendoci costantemente la questione di affrontare questi temi secondo una matrice di sostenibilità e con meno iniquità possibile.

Ed è qui che accogliamo pienamente la teoria del male minore che, in una logica di sano pragmatismo, costituirà il filo conduttore della Settimana dell’Investimento Sostenibile.
In questa settimana coloro che interverranno: operatori finanziari, imprenditori, esponenti del mondo accademico non parleranno di aria fritta di engagement come nuova opportunità per gli investitori istituzionali, di cambiamento climatico e dei rischi connessi, delle nuove frontiere dell’impact investing e del responsible property investing, della possibile svolta sostenibile del mercato retail e, crediamo con poche speranze di successo, del ruolo dei decisori politici nella promozione di una cultura della sostenibilità in Italia.

“L’Investimento Sostenibile Responsabile” spiegano i promotori dell’iniziativa “è la pratica in base alla quale considerazioni di ordine ambientale o sociale integrano le valutazioni di carattere finanziario che vengono svolte nel momento delle scelte di acquisto o vendita di un titolo o nell’esercizio dei diritti collegati alla sua proprietà. L’ISR si esplica attraverso la selezione di titoli di società, per lo più quotate, che soddisfano alcuni criteri di responsabilità sociale, cioè svolgono la propria attività secondo principi di trasparenza e di correttezza nei confronti dei propri stakeholder tra i quali, per esempio, i dipendenti, gli azionisti, i clienti ed i fornitori, le comunità in cui sono inserite e l’ambiente. Investitori sostenibili e responsabili possono essere sia i singoli individui, che operano direttamente o attraverso la mediazione dei gestori, sia le istituzioni: fondazioni, fondi pensione, enti religiosi, imprese o organizzazioni non-profit”.

Campo un progetto che non decolla

Con Deliberazione Regionale n.2802 del 23 novembre 2010 avente come oggetto: Comune di Brenzone – Recupero e valorizzazione storico-culturale, paesaggistica, turistica e ambientale di Brenzone – località Campo; Approvazione della Convenzione relativa alle modalità di attuazione dell’intervento ai sensi della L.R. 13/1999 venne stanziato un importo di 760.000 €,

Nell’agosto 2011, fu approvata dal Consiglio Europeo, e conseguentemente ritenuta finanziabile, la proposta di massima finalizzata al salvataggio di Campo per farne un’accademia del restauro ed un centro di eccellenza per la tutela delle tradizioni artigianali locali, eventualmente non disgiunto da un’attività di albergo diffuso sulla scorta di quanto realizzato in altri borghi abbandonati italiani e previo parere favorevole della Soprintendenza dei Beni Ambientali di Verona. All’uopo venne costituita appositamente la Fondazione Campo – Campo Stiftung ed alcuni studi di massima furono redatti dall’Accademia del Restauro di Raesfeld, in Germania, e da Edilscuola di Verona con il parziale sostegno economico della Fondazione Cariverona.

Numerose le ipotesi progettuali legate al riuso del sito, previo un recupero che nei fatti non è ancora iniziato, non solo per mancanza di fondi.

Se un eventuale plesso museale può avere buone possibilità teoriche di essere realizzato in ragione dell’esiguità degli spazi e degli investimenti occorrenti, così non sembra essere per un centro che salvaguardi l’eccellenza artigiana: “la gente vuole arrivare in auto, diversamente potremo contare solo su un’utenza occasionale” affermava in un’intervista rilasciata tempo fa all’Arena, il quotidiano veronese, un esponente della Confartigianato locale, aggiungendo: “e questo a fronte di investimenti finanziari non indifferenti che, in un momento economico difficile come l’attuale, sarebbe molto arduo recuperare. Certo, sarebbe bello poter educare la gente a non usare l’auto, alle passeggiate nella natura ed ai silenzi, ma il turismo mordi e fuggi non è tarato su questa lunghezza d’onda. E oggi più che mai dobbiamo prendere quello che c’è”. Pessimismo o sano pragmatismo? Sta di fatto che, oltre a qualche convegno e ad alcune pubblicazioni non si è andati.

Un’altra ipotesi sulla quale punta il recupero di Campo è la costituzione di un albergo diffuso, una soluzione che, rispettando e valorizzando il territorio ed i suoi caratteri naturalistici ed antropologici, offre un’ospitalità, generalmente di ottimo livello qualitativo.

Esempi in Italia non ne mancano. Come scrive Giancarlo Dall’Ara nel suo sito www.albergodiffuso.com un albergo diffuso è sostanzialmente due cose:

· un modello di ospitalità originale

· un modello di sviluppo turistico del territorio.

 In estrema sintesi si tratta di una proposta concepita per offrire agli ospiti l’esperienza di vita di un centro storico di una città o di un paese, potendo contare su tutti i servizi alberghieri, cioè su accoglienza, assistenza, ristorazione, spazi e servizi comuni per gli ospiti, alloggiando in case e camere che distano non oltre 200 metri dal “cuore” dell’albergo diffuso: lo stabile nel quale sono situati la reception, gli ambienti comuni, l’area ristoro.

Ma l’AD è anche un modello di sviluppo del territorio che non crea impatto ambientale. Per dare vita ad un Albergo Diffuso infatti non è necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare/ristrutturare e a mettere in rete quello che esiste già. Inoltre un AD funge da “presidio sociale” e anima i centri storici stimolando iniziative e coinvolgendo i produttori locali considerati come componente chiave dell’offerta. Un AD infatti, grazie all’autenticità della proposta, alla vicinanza delle strutture che lo compongono, e alla presenza di una comunità di residenti riesce a proporre più che un soggiorno, uno stile di vita. Proprio per questo un AD non può nascere in borghi abbandonati.

E poiché offrire uno stile di vita è spesso indipendente dal clima, l’AD è fortemente destagionalizzato, può generare indotto economico e può offrire un contributo per evitare lo spopolamento dei borghi.

La prima idea italiana di Albergo Diffuso nacque dal terremoto che sconvolse il Friuli nel 1976 utilizzando a fini ricettivi turistici le case ristrutturate con i fondi destinati alla ricostruzione. Il progetto-pilota, a firma dell’architetto Carlo Toson, risalente al 1982 e relativo al Borgo Maranzanis di Comeglians nacque da un’idea del poeta e scrittore Leonardo Zanier. All’epoca, in una logica di marketing l’approccio iniziale poteva essere definito product oriented: si tenevano cioè in considerazione le prospettive di sviluppo del territorio e le aspettative dei proprietari delle case, ma si trascuravano le esigenze degli ospiti. Oggi il modelo dell’Albergo Diffuso, normato da 13 regioni italiane come modello orizzontale sostenibile, attrattore per i centri storici ed i borghi, non offre solo posti letto bensì il concetto di albergo che non si costruisce, respirando lo stile di vita del borgo grazie alla possibilità di alloggiare in case che si trovano in mezzo a quelle dei residenti, vale a dire nell’ambito di una comunità viva. Diversamente si tratterebbe di un villaggio per turisti.

Esistono attualmente diversi alberghi diffusi, attivi con successo; ai primi costituitisi in Friuli a Sauris, in Sardegna a Bosa, in Puglia ad Alberobello se ne sono aggiunti nelle Marche, in Abruzzo, nel Lazio, in Molise, in Toscana, in Trentino Alto Adige ed in Basilicata dove una particolare menzione merita l’albergo diffuso Grotte della Civita di Matera, realizzato ricavando residenze dagli storici Sassi, mentre di quello denominato Sextantio, in Abruzzo, riferiamo a parte in ragione delle sue caratteristiche di unicità.

 

Campo 012