Il Treno Verde iniziativa di Legambiente e Ferrovie dello Stato sui temi della mobilita’ ecosostenibile

Se è giunto alla sessantaquattresima edizione il Festival di Sanremo, non vediamo ragione perché non debba accadere anche per il Treno Verde, quest’anno alla sua ventiseiesima passerella su e giù per le vie (ferrate) d’Italia.

La campagna di Legambiente e Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane dedicata al rilevamento dell’inquinamento atmosferico e acustico, pensata per informare, sensibilizzare e promuovere tra i cittadini le buone pratiche per una mobilità sostenibile ed affidata ad un treno di quattro vetture è partita il 13 febbraio 2014 da Palermo e, dopo aver toccato Cosenza, Potenza, Caserta, Roma, Pescara e Ancona, giungerà a Verona dove non verrà attestato a Porta Nuova, bensì nella ben più intima Porta Vescovo.

Il 20 marzo stazionerà infine a Milano Porta Garibaldi per concludere il tour, passando prima da Varese, a Torino dove potrà esseree visitato dal 25 al 27 marzo. Durante le tappe il Treno Verde, grazie alla mostra interattiva ospitata a bordo dei suoi rotabili, incontrerà studenti, cittadini e amministrazioni per promuovere la qualità dei territori, l’innovazione nei centri urbani e l’attenzione negli stili di vita.

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Il ministero dell’Ambiente, che ha recentemente aggiunto la specifica …e della Tutela del Territorio e del Mare (manca l’Aria ma ne comprendiamo la ragione; volete mettere, non sia mai qualcuno si metta a declamare cose turpi tipo: Ministeri di Terra, del Mare e dell’Aria!…) sostiene Treno Verde perché, come afferma il suo attuale titolare pro-tempore: “Riteniamo che sia un’iniziativa che diffonde un’idea di sostenibilità, dal punto di vista della mobilità, della produzione di energia e del modo in cui si vive il territorio, che corrisponde all’impostazione che abbiamo cercato di dare nel corso di questi mesi e che guarda all’Italia come a un Paese che ce la può fare se rivede profondamente il suo modello di sviluppo e se affronta la grande questione ambientale come un’occasione di modernizzazione” e, blablando chiosa circa l’importanza dell’accordo di programma sottoscritto per il bacino padano: “Accordo di grande importanza sul fronte delle emissioni, dell’attività agricola e dei trasporti, di cui abbiamo già siglato la prima tranche con le regioni interessate. Ora, è molto importante passare alla seconda fase dell’accordo di programma sull’inquinamento da Pm10 perché lì credo si debba affrontare il nodo della mobilità sostenibile e di come guardare al nuovo ciclo dei finanziamenti Ue, che partono quest’anno, come a un’occasione per sostenere il passaggio verso la mobilità sostenibile in particolare dalla gomma al ferro”.

Come opporre obiezioni a cotanta sostenibile banalità?
L’amministratore delegato di Ferrovie Italiane, per non essere da meno dichiara: ”Il nostro sostegno alla campagna del Treno Verde diventa ogni anno sempre più convinto perché tutti i dati e i riscontri oggettivi confermano che la ferrovia è sempre più il fulcro irrinunciabile di una mobilità pubblica moderna e sostenibile. Guardiamo, ad esempio, al sistema delle Frecce, alla crescita esponenziale di viaggiatori registrata in pochi anni”.

Eh certo, grazie al sistema delle Frecce… non fa niente se, per pagare gli spropositati costi delle infrastrutture ad alta velocità si sta lasciando andare in malora la ferrovia dei comuni mortali e la sua manutenzione, e non fa niente se la frequentazione delle frecce, in ragione delle tariffe e ad onta delle promozioni, è ormai sotto il 44%, e si sta sempre più sviluppando la concorrenza aerea.

Però, sempre secondo l’ineffabile Moretti all’uopo intervistato da La Repubblica: “Stiamo dimostrando che, laddove ci è data possibilità di esprimere in pieno le nostre capacità e potenzialità, i benefici per l’ambiente, per l’economia e per il turismo, sono incomparabili. Nel 2013 i 42 milioni di passeggeri che hanno preferito le Frecce all’auto privata o all’aereo hanno consentito di abbattere di oltre un milione di tonnellate le emissioni di Co2 nell’ambiente. E l’effetto positivo si dilata nelle città, grazie alle sinergie che stiamo incentivando con mezzi di trasporto privato, condiviso e pubblico a basso impatto ambientale”.

Come no, la città di Reggio Emilia, per esempio, ha visto grazie alla nuova stazione un’impennata tale di visitatori che non sa più dove metterli… NTV dal canto suo, si proprio quella di Italo, ha scoperto invece di avere un buco di 76 milioni e sta per chiedere ammortizzatori sociali per evitare licenziamenti. Della serie, i profitti me li pappo, i problemi li scrollo addosso alla collettività nella miglior tradizione dell’imprenditoria nazionale. Anche questo è inquinamento.

Ma vediamo com’è fatto il Treno Verde. Premesso che l’ingresso è gratuito e ci mancherebbe, la prima vettura è dedicata al tema della mobilità sostenibile, dal trasporto su ferro alla mobilità elettrica, dall’urbanistica all’intermodalità, passando per le zone a traffico limitato, le piste ciclabili e le zone 30.
Alla città è invece dedicata la seconda carrozza, all’interno della quale l’allestimento è stato pensato per raccontare un’urbanistica che risponde alle esigenze dei cittadini e dell’ambiente.
Tema centrale della terza carrozza sono gli stili di vita: in questo vagone saranno forniti tanti piccoli accorgimenti per essere cittadini attenti e più smart. Ad esempio verrà spiegato come isolare l’abitazione per renderla efficiente, come fare una spesa sostenibile, come tenere sotto controllo i consumi domestici e, soprattutto, come differenziare e riciclare i rifiuti.

La quarta vettura, infine, è un vero e proprio parco urbano perché la città, secondo Legambiente, è più verde se con spazi pubblici attrezzati che consentono di passare il tempo libero, e non solo quello, respirando aria pulita o coltivando orti, riappropriandosi di tutti quegli spazi verdi spesso lasciati all’incuria e all’abbandono.

Quasi quasi.. andiamo anche noi a Porta Garibaldi!

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La Societa’ Agricola Corbari un esempio di agricoltura ecosostenibile

L’attenzione alla produzione alimentare a km zero ha portato alla nascita ed allo stabilizzarsi di manifestazioni locali, veri e propri mercatini di quartiere aperti al pubblico che vi può acquistare frutta, verdura, latticini, salumi commercializzati da produttori locali.

Questi mercati si sono sempre più diffusi su tutto il territorio nazionale, e costituiscono un fenomeno di costume oltre che il segnale di una ritrovata consapevolezza al riguardo di un bisogno di natura e salute sotto il profilo alimentare. Secondo un censimento effettuato da Biobank, Federconsumatori e Coldiretti le aziende agricole bio lombarde che partecipano regolarmente a tali manifestazioni sarebbero 1.188: 237 con sede nella provincia di Milano, 37 di Monza e Brianza, 49 lecchesi e 62 comasche, 54 varesine e 42 della provincia di Sondrio e infine ben 255 bresciane, 290 pavesi e 162 mantovane.

A Milano, a parte la Cascina Cuccagna di Porta Romana, vero e proprio capostipite dei mercati bio, quelli storici sono il Verzierebio del sabato al quartiere Isola e il Mangiasano in Piazza Gramsci, ai quali recentemente se ne sono aggiunti altri dal carattere più o meno estemporaneo in varie zone cittadine; alcuni incontrano il favore del pubblico e si trasformano ben presto in incontri più o meno stabili, come per esempio quello che ha luogo una domenica al mese presso la Fabbrica del Vapore nell’area lasciata libera da un noto teatro che ha ritrovato la propria sede definitiva.

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Anche in altre località dove la consapevolezza ecologista e l’attenzione al biologico non sono mai state particolarmente marcate si assiste ad un risveglio, per esempio a Monza dove ogni quarta domenica ha luogo il Mercatino del Biologico in piazza Duomo, inficiato però dalla presenza di emanazioni degli incombenti padroni di casa virtuali: volontari ed attivisti parrocchiali che propongono torte fatte in casa e ciarpame vario proveniente dallo svuotamento di soffitte e cantine con l’intento di raccogliere fondi, e ciò non contribuisce a fugare quell’atmosfera fumosa e mistificatoria che, per esempio nell’ambito finanziario, ancora oggi fa confondere la finanza etica con quella caritativa ed assistenziale.

Ben diversa invece l’aria che si respira, sempre a Monza, tra le bancarelle che ogni due settimane allegramente invadono la piazza del Carrobiolo, dove ha sede un convento i cui frati da qualche anno producono Fermentum, una birra bio eccezionalmente buona e che oltre a frutta, verdura, salumi e formaggi comprende anche manufatti quali tessuti ed abiti realizzati con filati e pigmenti naturali. Gli espositori non sono tutti a km zero: alcuni di essi provengono dalla Valtellina ed uno, che propone rimedi naturali ricavati da erbe, fiori e radici, addirittura dai colli piacentini.

In altre realtà i mercati bio vengono spesso utilizzati per attrarre turisti, come quelli sul Lario a Como, Lecco, Bellagio o sul Garda a Gardone, Desenzano, Toscolano, Moniga, Sirmione, Salò. Ma sta assumendo i contorni di un vero fenomeno sociale la spesa fatta direttamente in cascina: naturalmente non vi si trovano ananas o banane ma i prodotti locali secondo la rotazione stagionale.

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Limitandoci alle verdure, in quanto Padani parliamo di ciò che troviamo dalle nostre parti, lieti di ricevere informazioni da parte di lettori residenti in altre aree geografiche. A marzo si inizia con le lattughe che ci accompagneranno fino all’autunno e con le diverse insalatine, e non è infrequente trovare quella vera e propria medicina che è il tarassaco, e poi spinaci, rucola, ravanelli, cicorino, catalogna, asparagi. In aprile e maggio la disponibilità riguarda zucchine, biete, piselli, fagiolini mentre a giugno, insieme con le prime patate novelle, arrivano pomodori, peperoni, melanzane, borlotti.

E settembre é una vera esplosione di prodotti, con i primi radicchi, le zucche, i cavoli, i broccoli, le rape, le cime e così via fino all’autunno inoltrato in cui ai pomodori o melanzane si sostituiscono i finocchi, di nuovo gli spinaci, la valerianella, le coste, i cavolfiori, tutti i radicchi. I produttori più attenti danno inoltre ampio spazio in tutte le stagioni alle erbe selvatiche: ortiche, farinaccio, borsa del pastore, cecerbe, luppolo, rafanistro, rosolaccio, piantaggine e alle aromatiche: rosmarino, menta, basilico, salvia, lavanda, timo e ginepro dove le condizioni climatiche e l’altitudine lo consentono.

Ma un dato interessante emerge dall’ultimo censimento effettuato  congiuntamente da Istat, Federconsorzi e Coldiretti: cala il numero di aziende agricole ma aumenta la loro dimensione media. La conduzione familiare resta prevalente, ma si rafforzano forme più flessibili di gestione fondiaria mentre, pur nell’ambito di una riduzione della forza lavoro, cresce la manodopera salariata secondo un concetto di agricoltura sempre più professionale e imprenditoriale. Le aziende agricole e zootecniche attive in Italia sono 1.597.034 e registrano un calo del 34,7% rispetto al 2000, ma contemporaneamente cresce la dimensione media aziendale arrivando a 7,9 ettari di SAU, Superficie Agricola Utilizzata, con un incremento del 46,1 per cento su un totale di 13,7 milioni di ettari, in calo del 2,9% rispetto all’anno 2000. Tra queste sono aumentate quelle con un’estensione superiore ai 30 ettari e cresce il numero di quelle biologiche: tra nuove imprese e conversioni sono oggi 45.167 e la loro localizzazione prevalente è, neanche a dirlo, in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana.

Mediamente la loro superficie è di 18 ettari, e coltivano prevalentemente cereali da granella, prati permanenti e pascoli oltre al prodotto prevalente nell’ambito delle coltivazioni certificate: la vite, con oltre 320 mila ettari, 56.042 dei quali localizzati in Veneto.

Oggi è normale parlare di aziende agricole bio e di prodotti a km zero, ma circa quaranta anni fa, quando i primi esperimenti cominciavano ad affacciarsi timidamente nel panorama nazionale, “quelli lì” erano i matti, i visionari, gli spostati quando non addirittura gli hippies, quei lazzaroni drogati che lasciavano banche, fabbriche e non di rado aziende di famiglia per imbarcarsi in questa avventura dai contorni oscuri e dagli esiti incerti.

Tra questi non sono mancati esponenti di grandi catene editoriali come i Crespi del Corriere della Sera o quelli dell’antica nobiltà fondiaria lombarda proprietaria dell’intera collina di Sant’Angelo Lodigiano, dove oggi si produce l’unico vino milanese e dove è stato realizzato uno dei meglio strutturati musei dell’agricoltura.

Uno di questi matti si chiama Antonio Corbari. Nel 1976 molla la scuola professionale che dirige per collaborare con un amico contadino a Pessano con Bornago, nella Brianza milanese. Dopo un anno acquista un appezzamento a Cernusco sul Naviglio dove inizia a produrre ortaggi imprimendo poco dopo una svolta radicale alla propria attività dedicandosi completamente al biologico.

Si fa promotore del Biologico in Piazza e fa da incubatoio per l’attività di altri colleghi/concorrenti, sviluppando quella che diventa ben presto una vera e propria seconda attività: tenere corsi e seminari a tema aperti al pubblico ed agli operatori dalle provenienze più disparate, per esempio albanesi grazie al contatto con un missionario. Finché arriviamo alla nascita dei GAS, Gruppi di Acquisto Solidale.

A chi si rivolgono i primi per avere consigli e prodotti? Ma ad Antonio Corbari, naturalmente. E infine arriva l’Istituto di entomologia della Facoltà di Agraria, che dopo una ricerca durata due anni sui terreni della sua azienda agricola scopre colonie di insetti che possono vivere solo in terre incontaminate. E oggi? E oggi provate, per esempio al sabato mattina, a fare la spesa alla Cascina Corbari, poco distante dalla Cascina Imperiale, quattrocentesco esempio di corte fortificata lombarda: mettetevi l’animo in pace, non sfuggirete alla coda.

Ma è una coda piacevole, naturalmente rispettosa delle precedenze, dove c’è sempre qualcuno con cui scambiare opinioni, battute, racconti, consigli anche gastronomici: per esempio al riguardo del remulàss sula quale abbiamo scritto qualche tempo fa, una sorta di rapa che sembrava relegata al folclore di certe canzonacce milanesi e che invece qui, in stagione, è più che mai viva e pronta a finire in pentola!
Intendiamoci, l’estensione dei loro terreni non è quella delle piantagioni di Via col Vento e non potete pretendere che proprio tutto-tutto-tutto sia a km zero. Però è tutto bio, senza se e senza ma.

Sara Petrucci è una giovane agronoma entusiasta, con specializzazione in agricoltura biologica e multifunzionale che lavora da anni presso Corbari, ed è stata più volte docente di corsi di orticoltura ed anche quest’anno, il 10, 12, 24 e 31 maggio terrà un Corso di Orticoltura Biologica Familiare: quattro lezioni che prevedono una parte teorica e prove pratiche in campo. Il corso è rivolto a chiunque desideri apprendere conoscenze di base, eventualmente da approfondire, su come coltivare un orto per l’autoconsumo secondo metodi naturali e biologici. Questi i temi delle sessioni:

Sabato 10 maggio – Il terreno, le lavorazioni e la fertilità: l’importanza della sostanza organica e il compost con la prova pratica dell’allestimento di un un cumulo di compostaggio.
Sabato 17 maggio – Progettare l’orto biologico, rotazioni e consociazioni: le diverse famiglie botaniche a cui appartengono gli ortaggi coltivati, con prova pratica di lavorazione del terreno e formazione di aiuole.
Sabato 24 maggio – Caratteristiche fisiologiche e tecniche colturali: i principali ortaggi coltivati, lattughe, pomodori, zucchine, fagioli, con prova pratica di traianti e semine nelle aiuole formate durante la lezione precedente.
Sabato 31 maggio – La difesa ecologica da malattie, parassiti ed erbe infestanti: sostanzialmente la prova pratica della preparazione di un macerato e un giro di riconoscimento di flora spontanea commestibile.

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Per naggiori informazioni andate sul sito corbaribio.it.

ACS

Il primo campus per le nuove startup dell’Appennino

ReStartApp è un’iniziativa del Progetto Appennino promosso dalla Fondazione Edoardo Garrone di Genova, con l’obiettivo di riqualificare pienamente un’area che può tuttora costituire una concreta opportunità per il futuro del nostro Paese.

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Per 15 giovani con meno di 35 anni, in possesso di idee imprenditoriali e convinti che l’Appennino sia il luogo per realizzarle, è l’occasione per partecipare al primo campus residenziale, che si terrà da giugno a settembre a Grondona in provincia di Alessandria per lo sviluppo di idee di impresa e startup impegnate nelle filiere tipiche dell’Appennino negli ambiti:

  •    agricolo, agroalimentare e dell’allevamento
  •    turistico e culturale
  •    dell’ambiente e cura del territorio
  •    del trattamento del legname e delle risorse boschive
  •    venatorio, della pesca e dei prodotti derivati
  •    dell’artigianato e del design

Il sogno della Fondazione è che la montagna torni a vivere, che il bosco sia accudito e la legna raccolta e utilizzata per fornire calore ed energia, che i frutti e le erbe spontanee siano lavorati per prodotti che abbiano ancora il gusto ricco della nostra storia.

I partecipanti al campus avranno la possibilità di apprendere, affiancati da un team di docenti, esperti  eprofessionisti, teorie e tecniche di avvio e gestione di un’impresa rurale montana e di business planning, tecniche di gestione dei processi produttivi rurali e di montagna, tendenze macro e micro economiche, teorie e strumenti di marketing tradizionale e digitale, tecniche e strumenti per l’ottenimento di finanziamenti, contributi e agevolazioni finanziarie all’avvio per la gestione dell’impresa e di conoscere esperienze virtuose e di successo in ambito imprenditoriale e di valorizzazione del territorio attraverso la vita, il lavoro rurale e di montagna.

Lago Nero

La residenzialità costituirà un’importante esperienza di socialità e di confronto con il territorio e la comunità locale, in un’autentica dimensione di scambio e reciproco arricchimento ed apprendimento. Attraverso laboratori, business coaching e coworking, mentorship e, passando attraverso l’affiancamento a realtà produttive locali i partecipanti giungeranno a viaggi studio relativi a case history di successo.

La partecipazione è gratuita per i candidati selezionati e la Fondazione mette a disposizione premi per un ammontare di 60mila euro da destinare all’avvio dei migliori progetti di impresa sviluppati nell’ambito di ReStartApp.

L’Università della Montagna di Edolo, alla quale gli interessati possono rivolgersi per informazioni e adesioni, è partner in questo progetto, molto lungimirante e in linea con gli obiettivi di sviluppo e salvaguardia dei territori montani.
ACS

Gli insegnamenti dei vecchi progettisti sono validi ancora oggi

Un mio maestro, un anziano geometra titolare di una piccola impresa di costruzioni nell’Oltrepo’ pavese con il quale ebbi occasione di collaborare, mi insegnò tantissimo anche se a volte aveva dei convincimenti stravaganti. Per esempio questo: “Quando vendi sbagli sempre, perché se avessi venduto prima avresti potuto risparmiare sui costi finanziari, e perché se avessi venduto dopo avresti potuto spuntare un prezzo maggiore”. Ma forse era solo una delle sue infinite battute…

Però una cosa mi disse, in tempi non ancora segnati dalla consapevolezza ecosostenibile, e che porto sempre dentro di me: “Quando ristrutturi una cascina , rispetta il suo stile originario senza abbatterla completamente per ricostruirla come fanno oggi i barbari dell’ edilizia. Prima di ristrutturarla filmala e fotografala per avere una testimonianza di come era, e non variarne  cubatura, dimensioni, materiali. Recupera fin dove puoi i materiali originali” e aggiunse: “Quando costruisci una nuova casa fallo rispettando lo stile delle cascine e dei rustici lombardi. Un paesaggio nel quale si costruisce rispettando lo stile tradizionale appare più in armonia con le altre case e con la natura circostante. Lo stile tradizionale è più bello e caratteristico. Dà la possibilità di vivere meglio, in un ambiente più sano e più familiare. Si evitano quegli obbrobriosi scatoloni di cemento, perché la casa non è solo un posto dentro al quale mangiare e dormire, ma è anche una scultura che trasmette valori al mondo esterno”.

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Nonostante la crisi che attanaglia ogni settore, e che ha dato un colpo di freno anche all’edilizia, mi sono spesso domandato se i lombardi, e non solo loro, non si stiano autodistruggendo attraverso la visione di un contesto che non conduce al senso del bello, bensì al suo opposto.

Credo che sia molto importante, prima di costruire o recuperare un edificio pensare di farlo bene, perchè il pensiero e l’intento possano tradursi in una casa fatta bene che contribuirà ad acuire il senso del bello, della solidità e del risparmio.

E’ anche per questa ragione che cerco di essere sempre aggiornato sull’architettura bioclimatica, sulla bioarchitettura e la bioedilizia, sulle nuove modalità per smaltire i reflui e per risparmiare energia leggendo libri in biblioteca e navigando in internet. Prima ancora di progettare cerco di comprendere dove le correnti fresche e calde, ed in base a questo stabilisco, per esempio, dove realizzare la cucina dove batta corrente calda e le camere dove batta corrente fresca.

Cerco di ottenere dalla Natura il meglio relativamente a luce, fresco, caldo, umidità. Nei progetti inserisco sempre alberi a foglia caduca e sempreverdi sempreverdi in modo da posizionarli per avere ombra d’inverno che rinfreschi alcune zone della casa, e che fungano da barriera porotettiva contro le correnti fredde invernali.

Tanto il costo del progetto non varia, i metri cubi sono i medesimi, ma una disposizione adatta all’ambiente farà risparmiare riscaldamento durante l’inverno ed evitare un climatizzatore in estate. E, prima ancora di pensare a come produrre energia elettrica e riscaldamento, penso a come risparmiarli tramite l’utilizzo di materiali appropriati a garantire l’isolamento termico, che posso ottenere con cappotto esterno tramite pannelli a incastro, soprattutto quando l’edificio esiste già, oppure inserendo tra due muri di argilla o sassi dei materiali di recupero, che avrò avuto cura di conservare durante la demolizione: così l’isolante è gratis.

Se sono in montagna posso costruire una casa in legno e poi, contro il rischio di incendi, rivestirla con sassi reperiti in loco ed utilizzando isolanti traspiranti e naturali: costano un po’ più degli altri, ma chi vivrà in quella casa non respirerà schifezze sotto forma di microparticelle o essenze aromatiche di sintesi.

Soprattutto penso ad isolare gli infissi, attraverso i quali entrano spifferi, correnti d’aria, caldo e freddo posando finestre a doppia e tripla vetrocamera, dotandole di ante in legno che non lasciano passare spifferi e, chiudendosi, includono una superficie leggermente superiore a quella dell’infisso.
Quanto all’allestimento interno è possibile realizzare armadi a muro in legno a ridosso delle pareti a contatto con il freddo esterno, perché così facendo si contribuisce ad  isolare la parete, magari posando un isolante tra muro e armadio.

L’ isolamento comporta un doppio vantaggio:

  • Fa risparmiare gas ed energia, e questo è ovvio
  • Fa spendere la metà per acquistare le quote di partecipazione di fonti idriche, centrali e mulini ad acqua ed eletrici, e questa è una battuta che ha però un senso parlando di acquistare l’acqua per salvare l’acqua
  • Fa acquistare metà dei pannelli fotovoltaici perché servirà metà energia rispetto ad una casa non isolata
  • Fa spendere meglio il denaro destinato ad acquistare un climatizzatore

 

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Parlando di risparmio energetico posso aggiungere la parzializzazione programmabile dell’impianto in modo da avere caldo solo dove e quando serve.

Lampadine a basso consumo, elettrodomestici in classe A, riscaldamento mirato sono tutti accorgimenti che prendo in considerazione per evitare di acquistare ed installare un impianto termico inutilmente sovradimensionato. Sinceramente, propendo per la totale assenza dell’impianto di riscaldamento, ma non sempre i committenti sono così avanti… e se temono il freddo io non posso fare la suffragetta per convicerli che è un timore infondato.

Qualche volta mi sono ritrovato a recuperare vecchi mulini ad acqua, e mi sono divertito ad applicarvi, quando le norme me lo consentivano, dinamo ed inverter per produrre energia elettrica e, in un caso, disponendo del terreno, del corso d’acqua, dello spazio e del salto adeguati, addirittura una piccola turbina a caduta libera acquistata per quattro soldi da una piccola centrale dismessa dall’Enel in Toscana.
I miei nonni dicevano sempre: mangiare al caldo e dormire al freddo, e non dimentico mai questa semplice norma di saggezza. E di tenere a portata di mano qualche maglione.

A proposito di riscaldamento: applicare un motore Stirling alla caldaia costa relativamente poco e serve per produrre energia. E poi penso che ogni abitazione debba avere almeno un metro quadrato di verde per ogni metro cubo di edificato, per poter disporre di giardini il più possibile ampi, salutari per il corpo e per la mente.

A proposito di orto, e di giardino: perché non annaffiare con l’acqua piovana immagazzinata in apposite cisterne esterne? Meglio ancora se, prima di usarla, viene fatta confluire in cisterne non isolate sotto terra, e in estate fatta transitare attraverso dei tubi a contatto com i muri per rinfrescare la casa. I tubi poi escono e vanno a finire nella cisterna esterna che serve per annaffiare il giardino. Se ne trovano di economicissime nel mercato dell’usato, e si possono coprire con piante, che contribuiscono a loro volta a mantenere un adeguato gradiente igrometrico. Si tratta di progettare adeguatamente.

Per finire, non sono particolarmente a favore del geotermico, non mi piace l’idea di perforare il terreno per cento metri e inserire tubi che scambiano calore che, a quella profondità, è di circa 16° Celsius. Non mi piace l’idea del buco, del vuoto nel sottosuolo, della roccia non perforata adeguatamente e della potenziale fuoriuscita di gas velenosi. Ma, lo riconosco, ho le mie fisse.

 

Alberto C. Steiner

Dalle Alpi Apuane alla Brianza un viaggio tra le stranezze dell’Italia

Carletto guarda: le Apuane! Dove papà? Non le vedo
Uffa, non serve che guardi fuori dal finestrino… qui, sul tablet, in queste vecchie foto.

In questo scritto, dove parto dallo scempio delle Apuane per terminare il mio viaggio in Lombardia, nella un tempo operosa Brianza, all’insegna di consumo del suolo tra agricoltura che scompare ed attività mercantili e mercatali cinesi, prendo le mosse da una petizione lanciata per fermare la distruzione delle Alpi Apuane, che pienamente condivido ed il cui link riporto in calce a questo scritto ma, come è mio costume, cerco di affrontare la questione da una prospettiva differente rispetto a quella canonica.
Arrivo subito al punto: quel composto di carbonato di calcio comunemente detto marmo è un prodotto assolutamente inutile per l’esistenza umana.

Senza nulla togliere alle antiche ville Romane, alle Pietà, al Mosè ed a tutte le statue ed i monumenti destinati a celebrare imperitura la gloria umana, facendo le debite proporzioni se ipoteticamente il marmo sin qui estratto occupasse volumetricamente un container da 60 piedi, tutti gli ingegneri ed architetti dell’antica Roma messi insieme, nonché Michelangelo e soci ne avrebbero prelevato l’equivalente di due, o forse tre, cucchiaini da caffè.

Il marmo non possiede nessuna delle caratteristiche che ne fanno una pietra da costruzione: fragile, delicato, non sopporta tensioni né sollecitazioni torsionali e, in più, tende a sfaldarsi. Viene infatti utilizzato come pietra per pavimentazioni e rivestimenti, dopo essere stato adeguatamente trattato antigelivo, antimacchia, antitutto. In fase di posatura bisogna maneggiarlo come fosse nitroglicerina. E se nell’uso quotidiano vi casca sul pavimento o sul piano della cucina una goccia di vino o aceto o limone, per non dire di trementina, siete fregati. Però, e mi riferisco a quello bianco di Carrara, è bello, bianco, splendente, luminescente. Detto in altri termini, è perfetto per supportare pulsioni egoiche dalla nascita alla morte ed oltre, visto che è usatissimo anche per monumenti funebri.

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Personalmente preferisco ed utilizzo, quando non posso farne a meno e dietro espressa richiesta di un committente che non sono riuscito a convincere, il botticino, il rosso veronese o quello portoghese, anche se per me l’apoteosi è rappresentata dall’azul brasiliano, composto da sodalite ed indiscutibilmente più versatile di quello nostrano. In realtà il marmo non mi piace, gli preferisco di gran lunga il serizzo e la beola ma, lo riconosco, queste sono mie ubbie progettuali.

Soprattutto non mi piace tutto quello che gravita oggi attorno al marmo: dalle ville alla Scarface a tutto il sottobosco di maneggioni, intermediari, traffichini ed evasori fiscali, al fatto che il marmo (sto parlando di quello di Carrara) si dice non venga più lavorato in loco ma spedito via mare in India ed altri paesi asiatici dove la manodopera costa infinitamente meno e dove gli imprenditori possono serenamente evitare l’installazione di costosi sistemi di sicurezza antinfortunistica.

E così a Carrara, dove anche le botteghe artigiane degli scultori si sono ridotte al lumicino, restano le briciole, nel vero senso degli sfridi di lavorazione. Vale a dire le scoasse che, idealmente raccolte con la paletta, finiscono all’industria cosmetica, cartotecnica e delle vernici.

E che dire infine del prezzo fissato non si sa bene in base a quali criteri in 450 ?/t quando in realtà si sa benissimo che il valore di transazione è almeno dieci volte superiore? E che la differenza viene tradizionalmente regolata in nero? Però è stato istituito un osservatorio… io amo gli osservatori: per non stare lì in piedi sotto il sole piantano un ombrellone, aprono un tavolo, e osservano.
Specialisti in tal senso sono quelli dell’ONU, che troppe volte ho incrociato quando esercitavo il mestiere delle armi: come osservavano loro non osservava nessuno. Ma, pensandoci bene, anche quando da ragazzo andavo in camporella al Parco Lambro o al Forlanini era pieno di osservatori…

Paradosso: è perfettamente inutile fermare la distruzione delle Alpi Apuane. Semplicemente perché le Apuane non esistono più. Esiste un passo sull’antica Via del Sale, la cui strada scorre ormai all’interno di una cava; esistono le malattie a carico dell’apparato respiratorio degli abitanti di Carrara, Pietrasanta e degli altri comuni facenti parte del comprensorio; esistono contributi per diritti di scavo – eufemisticamente detti di coltivazione – che affluiscono nelle casse comunali nella misura di qualche milione all’anno, ma esistono debiti pluriennali di portata ben superiore ai contributi introitati che i comuni hanno contratto per realizzare tangenziali e vie di scorrimento che tengano i camion del marmo, il cui carico ad onta di leggi e regolamenti nessuno si guarda bene dal coprire, lontani dagli abitati.

Esistono costi sanitari dovuti al pulviscolo infinitesimale che si respira ed alla contaminazione delle vene idriche, e queste sono certezze. Ma esisterebbe una cultura della colonizzazione dove i colonizzati sarebbero gli Apuani; questo è invece un luogo comune, perché l’effettiva consistenza economica e sociale del marmo non ha affatto limitate ricadute per la comunità, visto che il settore lapideo continua a rappresentare l’ossatura portante dell’economia locale, occupando più di 12.517 persone, circa 1.000 delle quali impegnate direttamente nell’attività estrattiva (dati Cciaa) e la filiera non si è affatto svuotata, ma lavora 600.000 tonnellate di materiale locale, vale a dire il 40% di quanto viene esportato dall’intero Paese, nonostante il drastico ridimensionamento della lavorazione innescato dall’ingresso sulle arene commerciali globali dei Paesi emergenti.

Per avere un’idea della rilevanza sociale del fenomeno riporto il numero di abitanti dei comuni appartenenti al distretto marmifero apuano: Carrara 64.127, Fivizzano 8.815, Massa 68.941, Minucciano 2.521, Montignoso 10.439, Piazza al Serchio 2.501, Pietrasanta 24.931, Seravezza 13.440, Stazzema 3.367, Vagli di Sotto 995 per complessivi 200.077 residenti. La filiera marmifera interessa quindi il 6,25% della popolazione locale.
Disconoscere le reali dimensioni del settore è perciò irresponsabile, disinformato o strumentale: intorno al marmo non campa un ristretto numero di attività e di individui come si vuol far credere, e le imprese che operano direttamente e nell’indotto del marmo fanno girare oltre un terzo dell’intera economia provinciale.

Perciò, stante quello che ho affermato più sopra, e di cui posso fornire dati e fonti, questa è casomai la vera peste del marmo: l’assenza di una seria regolamentazione, di una volontà locale di crearla. Niente di nuovo sotto il sole: massimizzare i profitti privati, fregare tutto e tutti per non parlare di quella cosa inutile e dannosa che è il fisco, e buttare sulla collettività gli oneri sociali che tutto questo comporta. Devi realizzare una strada esterna all’abitato perché altrimenti i miei camion inquinano e tritano le vecchiette? Che me ne frega, fattela.
E non crediamo alle favole della consapevolezza dei cittadini: è già stato tentato, in passato e più volte, di sensibilizzarli al problema, e il risultato è stata un’alzata di scudi al grido: ci vogliono togliere il lavoro.
Sotto questo aspetto ho sempre ammirato gli Svizzeri: a casa loro guai se tocchi un filo d’erba, ma loro fanno ciò che gli pare in casa degli altri che glie lo permettono. E non a caso ho citato gli svizzeri, che nel panorama lapideo apuano non sono esattamente degli sconosciuti.

Con tutto il rispetto per la biosfera e per l’eventuale morte di una marmotta la questione è quindi ben altra: non siamo diversi dall’India o dall’Amazzonia colonizzate, solo che a noi italiani, themostfurboftheworld, come sempre non ci frega nessuno: siamo bravissimi a colonizzarci da soli.
Scusate il francesismo: siamo e resteremo un popolo di merda, servi adusi a lamentarci ed a fotterci tra servi. Scusate, ho scritto popolo. No, noi non siamo un popolo, e meno ancora una nazione, siamo solo un’accozzaglia di gente che condivide il medesimo spazio.

Dovremmo invece parlare di consumo del suolo, che è forse il vero problema nazionale. Consumo del suolo è un’espressione efficace anche se impropria perché, in realtà, il suolo non si consuma ma cambia uso attraverso i processi di trasformazione da usi agricoli o naturali ad usi urbani. Pensiamo solo alla Lombardia, quella che possiede le terre più fertili in assoluto e che contribuisce per il 16% al prodotto agroalimentare nazionale, dove dal 1999 al 2007 si sono persi oltre 43.000 ettari, e altri 27mila dal 2007 al 2012.
Urbanizzazione e impermeabilizzazione dei suoli comportano pesanti compromissioni del patrimonio ambientale e paesaggistico, risultando strettamente correlati ai dissesti idrogeologici che purtroppo costituiscono in Italia una emergenza costante. Ma che continuiamo a fronteggiare come se si trattasse di sciagure ineluttabili e non di improvvida gestione del territorio.

Porbabilmente grazie alla crisi che ha reso più debole la pressione edificatoria, la limitazione del consumo di suolo sembra finalmente entrata nell’agenda politica regionale, dove parebbe finalmente concreta la possibilità di portare a conclusione l’iter legislativo del progetto di legge: Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e per il riuso del suolo edificato, da tempo immemore fermo a prender polvere da qualche parte.

E’ sperabile che la legge enunci con chiarezza l’importante principio fondamentale: il suolo libero è una risorsa non riproducibile da preservare e tutelare nelle funzioni produttive e paesaggistico ambientali, e prima di trasformarlo si deve accertare se siano praticabili soluzioni alternative.

E’ necessario che in tal senso la legge esprima procedure univoche di computo e monitoraggio, evitando che opere di grande impatto, fossero di interesse generale come le infrastrutture, siano sottratte a bilanci e valutazioni di sostenibilità come è purtroppo troppe volte accaduto, o che deroghe permissive riducano la portata di un provvedimento quanto mai urgente. E’ anche importante che la legge sia in grado di responsabilizzare tutti gli attori delle trasformazioni territoriali, definendo la necessità di verificare nessi oggettivi tra bisogni e previsioni di sviluppo, e introduca misure disincentivanti e di compensazione ecologica per gli interventi di trasformazione, e al contrario di incentivo al riuso, al fine di rendere sempre meno conveniente l’edificazione su suoli liberi.

Finora non abbiamo avuto segnali in tal senso e va tenuto ben presente che consumare il suolo non significa solo edificare. La viabilità stradale comporta un consumo relativamente modesto ma gli oneri indotti, sociali e sanitari, oggi ormai inconcepibili. E non mi riferisco solo alle varie gronde, tangenziali, tangenzialine e bretelle in corso di realizzazione, ma anche alla viabilità ordinaria che dev’essere adeguata allorché viene realizzato un complesso suscettibile di creare anomali afflussi veicolari.

Un esempio, giusto per chiarire: lungo la strada che collega Argate con Carugate, c’è l’area dismessa dall’industria chimica Uquifa, che ha delocalizzato licenziando 80 lavoratori. In quest’area, quindi senza apparente consumo di suolo, sono in corso i lavori per realizzare entro il 2015 il megastore cinese all’ingrosso più grande d’Europa, esteso su 45.000 metri quadri oltre a parcheggi e piazzali di manovra, che raggrupperà 220 attività commerciali Made in China, negozi, ristoranti, bar, parrucchieri e, naturalmente, centri massaggi.

L’ostruzionismo, in verità non particolarmente barricadiero, espresso dalla comunità locale è stato rintuzzato dall’amministrazione comunale, alla quale andranno 12 milioni di euro di oneri di urbanizzazione, che verranno investiti in lavori pubblici, a partire dall’edificazione di una nuova scuola materna e alla riqualificazione di varie zone della città.

Tutto ha un prezzo, per chi è in vendita.

Alberto C Steiner

KL Cesec CV 2014.03.04 Megastore cinese

Come gestire una fattoria didattica

Secondo i dati forniti da Confcommercio e Confagri il 2013 ha visto una falcidia di agriturismi: ben il 22% hanno chiuso i battenti, ed il 16% risulta inoperante. Per contro gli Alberghi Diffusi hanno incrementato la loro presenza nella misura del 9% mentre le fattorie didattiche hanno visto un incremento del 18%, nel 42% dei casi aprendo ex-novo l’attività e per il restante 58% convertendo parte delle strutture per poter accogliere bambini e studenti.

Considerando che gli agriturismi censiti al 1° gennaio erano oltre 20mila con una capacità ricettiva di 150mila posti, rappresentativi del 28% della capacità ricettiva nazionale, e che la loro crescita nel quinquennio 2007-2012 sembrava inarrestabile, con la Toscana che, con le sue 4.125 strutture faceva la parte del leone, sorgono spontanee alcune domande. E non è sufficiente addebitare alla crisi economica generale la ragione del fallimento di numerose strutture.

Osservare le aziende agricole in vendita attraverso le aste giudiziarie aiuta a comprendere come molte di esse stessero da anni vivendo situazioni travagliate, ma non tutte le aziende agricole cessate erano agriturismi e meno ancora fattorie didattiche.

Analizzando i dati disponibili presso le numerose associazioni di categoria, parametrati a superficie di terreno disponibile, tipo di coltivazioni o allevamenti, capacità ricettiva ed offerta di attività aggregate un dato emerge lampante a fornire la risposta alla nostra domanda: gli agriturismi che hanno chiuso erano in realtà alberghi di campagna con l’orticello, non aziende agricole che all’attività principale abbinavano una disponibilità ricettiva.

Analizzando, inoltre, le caratteristiche di dinamismo e performances delle aziende agrituristiche più gettonate dai clienti scopriamo che non sono le più estese territorialmente o le più lussuose, bensì quelle di dimensione minuscola, gestite da una o due famiglie o da un gruppo di soci-lavoratori costituitisi in cooperativa: curatissime ma non per questo necessariamente sfarzose nella presentazione estetica, attente alla storia ed alla cultura anche gastronomica del territorio nel quale operano, sono in grado di offrire corsi, trekking, percorsi culturali e naturalistici, attività olistiche per il benessere fisico e spirituale. E’ significativo, infine, che molte delle più valide siano sorte in territori apparentemente svantaggiati, in teoria non in grado di offrire soluzioni in grado di sedurre gli ospiti.

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Non va dimenticato che la permanenza media in un agriturismo non raggiunge la settimana: due, tre notti al massimo e, spesso, la permanenza riguarda una sola giornata senza pernottamento. Quattro, e talvolta cinque, notti costituiscono lo standard di quelle realtà dotate di strutture per il benessere: impianti termali, corsi di yoga o massaggi, sessioni di meditazione, consapevolezza o training. Ma teniamo presente che l’agriturismo non può praticare, in linea di massima, tariffe alberghiere a parità di offerta.

Se per intraprendere un’attività agrituristica occorre un chiaro intento, la voglia di reinventarsi ogni giorno e di darsi da fare, nel caso di una fattoria didattica, che può a propria volta essere anche un agriturismo, bisogna addirittura seguire un preciso schema di progettazione, che prevede essenzialmente quattro passaggi:

Esame delle Risorse

Si disegna un quadro il più possibile completo delle risorse umane e strutturali presenti nell’azienda, rammentando che in tutte le aziende deve esistere una certa elasticità nell’impiego delle risorse umane, nelle scelte produttive e nella destinazione delle infrastrutture (edifici, fienili, stalle, ecc.). Ad esempio un’azienda zootecnica non avrà molte difficoltà a modificare la stalla nel caso si voglia dedicare ad attività di equiturismo. Lo stesso vale con l’impiego della manodopera che, con opportuni aggiustamenti, potrà essere liberata da determinate incombenze aziendali per dedicare parte del suo tempo all’attività di agriturismo.
L’esame delle risorse va condotto operando idealmente su due colonne. Nella prima saranno elencate le risorse immediatamente disponibili, per esempio un edificio rurale da tempo abbandonato; nell’altra quelle potenziali, per esempio un terreno incolto che potrebbe essere coltivato, oppure ospitare un agricampeggio.

Esame del Contesto territoriale

Facendo riferimento alle caratteristiche del territorio si traccia con chiarezza la propria situazione. Anche qui occorre evitare schematismi e rigidità eccessive. Di fatto, l’esperienza fatta dalle aziende che già operano in Italia mostra non pochi casi di fattorie didattiche perfettamente vitali anche se nate in aree oggettivamente svantaggiate. Naturalmente in questi casi a fare la differenza è soprattutto la capacità dell’imprenditore di organizzare un’offerta valida curando in modo particolare la promozione pubblicitaria.

Scelta dell’offerta e dei servizi

Una volta raccolti tutti i dati è possibile affrontare l’effettiva scelta su quale tipo di ospitalità agrituristica organizzare. In questa fase si immagina una prima ipotesi su cui lavorare, che andrà via via approfondita tenendo conto delle nuove informazioni che si raccolgono durante l’analisi. E’ indispensabile stabilire un rapporto con altre fattorie didattiche. Appurato che esistono le condizioni di massima per creare un’iniziativa imprenditoriale in questo campo, diventa infatti di fondamentale importanza avere l’aiuto di qualche esperto del settore, che verifichi e corregga il piano di massima elaborato dall’imprenditore, informandolo anche circa eventuali risorse finanziarie pubbliche disponibili.
Altrettanto necessaria è la visita ad aziende che operano da anni nel settore: dedicare qualche giorno a questo scopo non è una spesa inutile e può aiutare notevolmente ad acquisire dati e suggerimenti pratici su come funziona ed è organizzata un’impresa di questo tipo.

Programmazione degli interventi

Terminata questa fase di studio e deciso, anche in prima approssimazione, il tipo di fattoria didattica verso cui orientarsi, spetta all’imprenditore programmare i vari tipi di interventi necessari per avviare l’attività. La loro successione, dal punto di vista temporale, non è rigida e spesso le varie fasi da seguire sono tra loro interdipendenti. Per fare un esempio, anche se temporalmente i lavori di ristrutturazione devono ovviamente precedere la richiesta di sopralluogo per certificare l’idoneità igienico sanitaria dei locali e delle attrezzature destinate all’ospitalità, sarà bene prendere subito contatti con l’Asl di competenza per tenere conto dei criteri da loro adottati per dare la certificazione, prima di attuare il progetto definitivo di ristrutturazione.

fattorie didattiche

La storia delle fattorie didattiche inizia in Scandinavia all’inizio del XX Secolo ispirate da un movimento giovanile nato nel 1914 negli Stati Uniti, mentre nel nostro Paese le prime vedono la luce negli anni Settanta, sviluppandosi negli anni Novanta grazie in particolare al supporto legislativo della Regione Emilia Romagna con la sua Carta della Qualità, immediatamente seguita dalla Toscana; entrambe le regioni mettono a disposizione i primi finanziamenti agevolati. Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige sono le regioni nelle quali il fenomeno si è immediatamente affermato sulla scorta esperienziale delle due pioniere.
Questo per dire che c’è una storia alla quale poter attingere. Nel nostro Paese esistono oggi circa duemila fattorie didattiche concentrate soprattutto in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Piemonte e Puglia, spesso riunite nella EFCF, Federazione Europea delle City Farms.

Le Fattorie didattiche stanno vivendo una stagione di rapida crescita nei numeri e nella qualità dei servizi offerti, trovando il favore delle istituzioni, del mondo della scuola ma anche di quello imprenditoriale. I motivi principali di questo successo sono questi:

– Creano contatti fra mondo urbano e rurale
– Aprono al pubblico le fattorie con la promozione e l’educazione e diffondono nelle nuove generazioni tradizioni e usanze della cultura contadina
– Valorizzano i mestieri e la manualità artigianale con l’esperienza diretta.

La valenza educativa del progetto e la possibilità di riqualificare le attività agricole come fonte di reddito complementare e strumento di marketing contribuiscono alla sempre maggiore diffusione in tutto il mondo.
Effettivamente la fattoria didattica si fonda sul bisogno di agricoltura della nostra società, offre una risposta pratica, gradevole e culturalmente alta all’esigenza di ritrovare le nostre radici, ma rimane un’azienda agricola (e agrituristica) nella quale si svolgono attività educative attive, in particolare destinate a bambini e ragazzi.

L’azienda rimane primariamente una realtà produttiva a tutti gli effetti, mentre la didattica è un’integrazione alle normali attività. Le attività proposte della fattoria sono tenute da personale specializzato. Le fattorie didattiche creano pertanto contatti fra mondo urbano e rurale, aprendosi al pubblico attraverso la promozione e l’educazione per diffondere nelle nuove generazioni e nella società in generale tradizioni e usanze della cultura contadina. Aspetto ancora più imporante, le fattorie didattiche valorizzano i mestieri e la manualità artigianale con l’esperienza diretta.

La valenza educativa del progetto e la possibilità di riqualificare le attività agricole come fonte di reddito complementare e strumento di marketing contribuiscono alla sempre maggiore popolarità dell’iniziativa in Italia e nel mondo.

Attraverso la realizzazione di un prodotto tipico o un’attività agricola, come la raccolta di prodotti ortofrutticoli, la fattoria didattica persegue l’obiettivo di diffondere la conoscenza sulle attività svolte in fattoria, coinvolgendo bambini, ragazzi e anche adulti.

Nulla in una fattoria didattica è casuale o improvvisato, tanto è vero che la qualifica viene conferita dalle amministrazioni regionali, talvolta anche da quelle provinciali, in base al rispetto di precisi parametri, definiti da un documento chiamato Carta della Qualità, messo a punto in origine dalla Regione Emilia Romagna, e gli operatori che vengono a contatto con i visitatori preparando lezioni ed attività devono aver frequentato corsi abilitanti per l’animazione didattica in fattoria.

 

ACS

Impara come creare un ecovillaggio un corso con mille sorprese

KL-Cesec-CV-2014.02.21-Pecore

Leggiamo su un noto mensile dedicato all’ecosostenibilità la notizia dell’istituzione di un percorso formativo a moduli, di durata annuale, istituito per conoscere gli ecovillaggi, capire come funzionano, avere consigli per crearne uno. Presentato come “percorso di conoscenza ed esperienza delle numerose pratiche di vita che caratterizzano la vita degli ecovillaggi”, ci sembra un’ottima iniziativa; incuriositi andiamo a guardarci dentro.

Il percorso di formazione è suddiviso in 5 moduli: visione del mondo, crescita personale, ecologia e ambiente, economia e questioni giuridico-amministrative, sociale e, come leggiamo nella presentazione dei singoli moduli, più precisamente:

  • Crescita personale dal 28 febbraio al 2 marzo
  • Ambiente-agricoltura dal 28 al 30 marzo
  • Ambiente-agricoltura dall’11 al 13 aprile
  • Ambiente-agricoltura dal 4 al 6 luglio
  • Ambiente-abitare dall’11 al 13 luglio

Ci risulta che da fine febbraio a metà luglio siano cinque mesi, non ci è quindi chiaro il senso di quell’annuale. Ma fiduciosi proseguiamo. Ogni modulo si tiene nei fine settimana, ogni volta in un ecovillaggio differente e, citiamo: “Viene sviluppato riportando esperienze concrete degli ecovillaggi italiani e approfondito negli aspetti caratteristici dell’ecovillaggio stesso, così i partecipanti possono conoscere la filosofia e i metodi che orientano l’ecovillaggio ospitante. I membri dell’ecovillaggio che organizzano  il modulo, possono far intervenire esperti e ospiti esterni, se dai residenti o altri ecovillaggi non giungono  contributi“.

In che senso, se non giungono contributi? boh, proseguiamo nella disamina del programma.

Una comunità nella comunità… essendo la vita comunitaria la matrice fondante di ogni ecovillaggio, durante il periodo di formazione i partecipanti vivranno il proprio gruppo come una vera e propria comunità nella comunità: essi si impegneranno per collaborare, comunicare, esprimere le proprie attitudini, organizzare le attività della giornata all’interno dell’ecovillaggio, confrontarsi e condividere pratiche del vivere comune“.

Detto in altri termini si sgobba, e non solo in aula. Bene, visto che val più la pratica della grammatica. Ma, chissà perché, cominciamo a sentire fetore di worker, di cleaning meditation e di cazzeggio… andiamo avanti.

I costi vanno da un minimo di 50 euro ad un massimo di 150 euro a modulo, a seconda dell’ecovillaggio ospitante“. Non poco. Rileviamo 150 indicati come apparentemente omnicomprensivi in una struttura, mentre una seconda prevede la sottoscrizione di una tessera associativa del costo di 10 euro oltre a contributo libero a partire da 50 euro.
Il terzo specifica: alloggio 110 € in tenda, 120 € a persona in camerata; vitto € 5,00 a pasto; corso € 70,00, quindi nell’ipotesi più economica 70+5×6+110=210.  Le restanti location non danno indicazioni, quasi tutte le sedi chiedono ai partecipanti di portare materassino o sacco a pelo.

Ed ora passiamo a vedere a chi è rivolto il percorso formativo: “Il percorso formativo è sopratutto una opportunità per chi sta avvicinandosi al mondo degli ecovillaggi, con un progetto o semplicemente un’idea, di conoscere e sperimentare le numerose attività che essi svolgono, ricevere informazioni utili, costruirsi delle competenze sulla base delle esperienze di ecovillaggi più solidi. Le finalità del progetto sono diffondere strumenti di natura pratica e relazionale, far conoscere la cultura degli ecovillaggi, promuovere modelli di ecoreversibilità (favorevoli all’ambiente) e proporre un’esperienza di vita all’interno di un ecovillaggio“.

Nel primo modulo, Crescita personale, si contempla:

Arrivo venerdì alle ore 15:00 e varie attività introduttive sino alle ore 20:00 quando si terrà Scambio trattamenti Reiki. Fondamentale. Segue pizza nel forno a legna.
Sabato e domenica impegnati in ascolto reciproco, comunicazione e counseling per giungere, dalle ore 16:00 alle 18:00, a Giochi per conoscere se stessi e costruire comunità. Imprescindibile. A seguire, Cerchio conclusivo di condivisione

Nel secondo modulo Ambiente-agricoltura, relativo ad agricoltura ed autosufficienza alimentare, si contempla:

Arrivo in concomitanza del pranzo di venerdì, presentazione e socializzazione e lezione itinerante di presentazione della comune per arrivare dalle 17:00 alle 19:00 a lezione su Agricoltura biologica ed altre tipologie agricolturali.
Si riprende il sabato con vigna, uliveta, bosco: coltivazione ed equilibrio ambientale (09:00-10:15) e attività pratiche: vigna, olivi, bosco (10:30-12:15). Dopo pranzo attività pratiche nell’orto e nella cucina, panificazione e, dalle 17:00 alle 19:00, cucina ed autosufficienza: alimentazione sostenibile.
La domenica attività pratiche in pollaio, conigliaia, porcile, stalla dalle 07:30 alle 09:00 e, dalle 09:30 alle 11:00, lezione su norme e pratica dell’allevamento oppure, in alternativa, orticoltura biologica e, dalle 11:30 alle 12:30 lezione su sottobosco, erbe selvatiche, api.

Si specifica che “Il programma potrà essere adattato anche in relazione degli interessi espressi dai partecipanti“. Segue dibattito?

orto-biologico

E passiamo al terzo modulo Ambiente-agricoltura, che contempla tecniche di agricoltura naturale: agricoltura biologica e biodinamica, cenni di permacultura realizzazione di swales, organizziamo una piccola food forest, metodi di progettazione. Vediamo:
Arrivo per il pranzo del venerdì e presentazione dell’ecovillaggio ospitante e del programma formativo.
Dalle 16:30 alle 19:30 agricoltura biodinamica, storia dell’orto del giardino, come realizzare swales, realizzare aiuole perpendicolari alle curve di livello e realizzare palline di argilla per reinverdire in modo funzionale. In sole tre ore? Niente male…
Dopo la colazione del sabato sopralluoghi sui diversi tipi di orti, acquisizione di conoscenze sul campo, esperienza pratica, avvio di sentieri sensoriali con elementi naturali e, dopo pranzo, applicazione delle conoscenze acquisite mediante servizio in ecovillaggio legato all’agricoltura.
Domenica mattina dalle 09:00 alle 10:30 teoria all’aperto: come seminare e come trapiantare, come piantumare, come raccogliere, per proseguire dalle 10:30 alle 11:30 con sperimentazione conoscenze acquisite e concludere dalle 11:30 alle 12:30 con cerchio conclusivo di condivisione e consegna attestati.
Dopo pranzo e prima dei saluti, dalle 15:00 alle 17:00 servizio volontario nell’ecovillaggio.
Per inciso, questa è la location che prevede il contributo libero a partire da 50 euro.

E veniamo al quarto modulo di Ambiente-agricoltura, in una location che dispone di 1,3 ha di terreno con ulivi ed alberi da frutto, poco meno di mezzo ettaro adibito a frutteto ed orto sinergico e tradizionale, 10 galline ovaiole ed un fienile adibito ad attività olistiche e creative.
Il programma, non definito quanto ad orari ma che prevede il rilascio di dispense, prevede Introduzione all’orto sinergico: agricoltura naturale, sinergica, biodinamica e permacultura; Osservazione del sito: note sul clima italiano, geobotanica e indicatori botanici, i venti dominanti, giacitura e pendenze, esposizione del sito, qualità del terreno, autofertilità del suolo; Costruzione dell’orto: squadro del terreno, costruzione di una spirale, costruzione dei bancali; Note generali: compost, semenzaio, sinergia e consociazioni delle piante, lotta ai parassiti, elenco voci delle opere e forniture per la realizzazione di un orto sinergico, percorso floristico di riconoscimento specie forestali ed erbe selvatiche commestibili e medicinali.
Tutto questo in 15h30′ intervallati da canti e balli intorno al fuoco, preparazione cena vegetariana, cerchi di condivisione, al costo di 210 euro.

E concludiamo con il quinto ed ultimo modulo, Ambiente-abitare, che si tiene nella location del modulo precedente, si suppone quindi debba costare nuovamente 210 euro.

Bioedilizia: inserimento dell’ecovillaggio nel paesaggio, feng shui e geomanzia occidentale, presentazione tecniche alternative di costruzione in legno, paglia/legno, terra cruda, geocase, bioarchitettura, iter di concessione abitativa e percorso di autocostruzione;
Tecniche di analisi paesaggistica: evoluzione della vegetazione ed evoluzione dei paesaggi agro/forestali, metodi di valutazione del paesaggio, esempio di analisi paesaggistica;
Studio di ecovillaggio a scala territoriale: uso del suolo per agricoltura, forestazione e zootecnia, proprietà delle aree, collegamenti e trasporti, demografia e servizi, economia e turismo, opportunità culturali, peculiarietà e potenzialità;
Studio del paesaggio a vasta scala: clima, suolo, acqua, topografia, morfologia del terreno, esposizione e pendenze, vegetazione naturale e antropica, agricoltura, forestazione e zootecnia, fauna, valori e difetti;
Quali abitazioni per quali paesaggi?: ecovillaggi, cohousing, moduli abitativi e insediamenti umani sostenibili;
Teoria e pratica sulle tecniche alternative di costruzione: case in legno, paglia, terra, geocase;
Bioarchitettura: masse termiche, recupero acque, risparmio energia, materiali biocompatibili:
Normative: opportunità di accesso alla terra, percorso amministrativo per autorizzazioni edilizie:
Avviamento e coordinamento per l’autocostruzione abitativa.
il tutto in 15 ore intervallate come sopra da canti e balli intorno al fuoco, preparazione cena vegetariana, cerchi di condivisione.
Consegna attestati, saluti, baci e inevitabili abbracci di condivisione.

Signori, questa è fuffa. Allo stato puro e a caro prezzo.

In questi moduli, dove intanto si dà una mano nell’orto e nella stalla (povere le bestie che verranno munte da mani inesperte!) si sfornano illusi convinti, poiché per espressa dichiarazione di presentazione riportata in apertura vengono forniti strumenti, di sapere come si impianta un ecovillaggio, veleggiando amabilmente nello spazio di qualche ora condita di pressapochismo su argomenti che normalmente occorre qualche anno per sviluppare negli istituti per geometri e periti agrari o nelle facoltà di biotecnologia, architettura, ingegneria, agraria, medicina veterinaria. E in ulteriori anni di pratica, studio, sperimentazione.

Un esempio? Solo per costruire case in terra cruda è in atto da cinque anni un percorso formativo che si avvale di vecchi artigiani sardi e francesi, i soli che oggi da noi siano i depositari di quel sapere.

Se i moduli fossero stati proposti come: cinque week-end in campagna per dare un’occhiata divertendosi niente da dire. No, invece si dichiara espressamente: ricevere informazioni utili, costruirsi delle competenze. Competenze?

La questione è che, finché l’ecosostenibilità sarà appannaggio di questa gente alternativa che di alternativo ha solo notevole pochezza condita da altrettanto sussiego, la numerosa gente normale ma attenta alle questioni ecologiche si guarderà bene dall’accostarsi a siffatte istituzioni, temendo di finire in una comune fricchettona e lasciandole così preda di chi vive una realtà che, stando così le cose, sarà sempre e solo marginale e fuorviante.

 

Scritto da Malleus, lo pseudonimo di un vero esperto in ecovillaggi.

Le Ferrovie dimenticate in Italia

Il 2 marzo verrà celebrata la giornata delle ferrovie dimenticate, vale a dire tutte quelle linee da tempo chiuse all’esercizio e spesso ormai disarmate, cioè private degli impianti fissi: rotaie, traverse, massicciata, palificazione. Molte costituivano ineguagliabili opere di ingegneria che, a differenza di quanto accade oggi con le varie TAV, si inserivano armoniosamente nel paesaggio. Una per tutte: la Spoleto-Norcia. Ma l’elenco è sterminato: Bribano-Agordo, Voghera-Varzi, Menaggio-Porlezza, Paola-Cosenza, parte della rete abruzzese Adriatico-Sangritana, Mantova-Peschiera, Rimini-San Marino, Mori-Arco-Riva del Garda, Ora-Predazzo per citarne alcune.

L’elenco potrebbe riguardare anche linee tramviarie: la Terni-Ferentillo, che sfiorava la cascata delle Marmore, le tramvie vicentine, il tram bianco che a Venezia percorreva il Lido. E ci fermiamo qui, con una menzione particolare per la funicolare ad acqua che univa Catanzaro Lido a Catanzaro Città, chiusa nel 1954 e riattivata nel 1998 adottando soluzioni tecnologiche d’avanguardia.

Spesso rappresentavano l’unico mezzo di trasporto in grado di garantire collegamenti in condizioni orografiche ed atmosferiche proibitive, come mostra l’immagine della Ferrovia delle Dolomiti a corredo, ed oggi se ne riparla funzionalmente alla loro trasformazione in percorsi ciclabili. Ma qualcuno, e non solo inguaribili nostalgici, insiste nel proporre il loro ripristino, non solo a fini turistici ma anche per sottrarre il trasporto locale alla morsa del traffico stradale con indubbi benefici in termini di tempi di percorrenza e di emissioni nocive.

Ferrovie dimenticate 001

L’immagine alla quale siamo abituati, quando pensiamo a queste ferrovie, è quella di un trenino traballante, gelido d’inverno e rovente d’estate, con orari impossibili e tempi di percorrenza assurdi. Oggi, in caso di ripristino dove possibile, non sarebbe più così: linee in sede propria, protette ed assistite da segnaletica asservita, sistemi di trazione che consentono un sensibile risparmio energetico quando non addirittura il recupero di energia.

A nostro avviso la trasformazione in piste ciclopedonali – sovente soltanto un domenicale giocattolo radical-chic – significherebbe solo la loro morte definitiva, senza dimenticare i rischi che corrono numerose ferrovie attualmente in esercizio, per esempio quella che percorre la Valle d’Aosta, della quale pubblichiamo un’immagine di stagione, che riveste invece un ruolo fondamentale in ambito non solo turistico.

Le ricchezze dimenticate dell’Italia sono una risorsa da non dimenticare

Che la storia del nostro paese sia fatta di ricchezze dimenticate o non valorizzate è ormai un innegabile dato di fatto. Tra queste ricchezze, paesaggistiche, culturali e identitarie, ci sono sicuramente i borghi. Insediamenti abitativi risalenti al medioevo, hanno costituito la struttura portante della distribuzione demografica del nostro paese almeno fino agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. In quegli anni è cominciato, per vari motivi, il progressivo svuotamento di alcuni piccoli paesi: la necessità di trovare lavoro altrove, infrastrutture che privilegiavano sempre più le città che andavano ingrandendosi, cause naturali, hanno portato, progressivamente, allo svuotamento totale di alcuni di questi borghi. Alcuni dati parlano di più di 5000 paesi fantasma di cui, quasi 3000 a totale rischio di estinzione. Pezzi d’Italia la cui sparizione comporta non solo la perdita di storie ma anche di potenziali ricchezze turistiche e abitative.

La più alta concentrazione di questi borghi la troviamo nel sud del nostro paese, soprattutto in Basilicata ma anche nelle aree più interne delle Marche e della Toscana e in alcune zone della Liguria. Bisogna dire che questo tipo di problema non riguarda solo l’Italia: in Europa sono in particolare la Spagna e L’irlanda ha far registrare un fenomeno simile al nostro. Diciamo questo non per tentare di giustificare una certa incuria culturale ma per evidenziare come siano le generali e irrefrenabili mutazioni sociali ed economiche a spiegare, in parte, l’abbandono di intere comunità.

A partire dagli anni novanta, forse anche grazie ad un rinnovato nascente interesse per stili di vita molto diversi da quelli metropolitani, si è assistito alla nascita di alcune iniziative e progetti per recuperare e ridare ossigeno ad alcuni di questi luoghi. Alcune strategie di intervento hanno cercato di creare delle vere e proprie reti di collaborazione per dare vita ad una sorta di valorizzazione a fini di turismo consapevole.

borghi-fantasma

Gli enti e organizzazioni che maggiormente si sono impegnate in tal senso sono: l’associazione “Borghi più belli d’Italia“, l’UNPLI che è l’unione delle pro loco con il progetto “Aperto per ferie” e il Touring club italiano. Ma ci sono state anche iniziative individuali più specifiche attraverso interventi legati al singolo borgo. Le azioni non locali, chiamiamole così, attraverso cui si è tentato, e ancora si tenta, di ridare vita a questi luoghi hanno avuto come fulcro la creazione di comunità non autoctone attraverso la nascita di eco-villaggi e cohousing o con l’intervento oltre che di architetti anche di artisti: per movimentare ma soprattutto per trasformare questi borghi in veri e propri “laboratori” integrati con il territorio.

Interessantissime informazioni si trovano, sempre in rete, nel lavoro chiamato “Geografie dell’abbandono” del gruppo di ricerca DPA-Politecnico di Milano che, in collaborazione con la facoltà di architettura di Ascoli Piceno e quella di Napoli Università Federico II, ha dato vita al progetto “L’Italia dei borghi dismessi” . Questo è uno studio non solo teorico ma anche progettuale per individuare le migliori possibilità di recupero. Lavoro non facile perché non sempre quella che può sembrare la soluzione più ovvia (ovvero il recupero a fini turistici) risulta essere la migliore. Le modalità di intervento devono tenere conto di un insieme complesso di fattori quali l’ubicazione e le peculiarità territoriali oltre alla vicinanza, o potenziale attrattiva infrastrutturale: cioè quale potrebbere essere il motivo per rendere quel borgo meno difficile da raggiungere?

All’inizio degli anni novanta è iniziata una vera e propria caccia ai borghi abbandonati, in particolare di quelli di Umbri, Toscana e Liguria. Quando parliamo di caccia intendiamo il vero e proprio acquisto. Tutto ciò ha portato ad un aumento dell’investimento economico per un eventuale progetto di questo tipo: si oscilla tra i tre milioni per arrivare anche ai trenta milioni di euro. Forse l’intervento più famoso in questo senso è quello di Santo Stefano di Sessanio in provincia dell’Aquila. Qui il giovane imprenditore di origini svedesi, Daniele Kihlgren, ha acquistato alcuni anni fa, molti edifici del centro storico, li ha ristrutturati con criteri rigorosi e assolutamente eco-compatibili con il tessuto storico-architettonico e ne ha fatto un albergo diffuso il Sextantio. Grazie a questo intervento non solo il borgo è diventato una meta di turismo colto e responsabile ma è anche considerato esempio di sviluppo sostenibile. Vale sicuramente la pena di informarsi sui criteri che hanno guidato questo progetto che è diventato anche un caso di studio.

 

Articolo parzialmente ripreso dal sito voglioviverecosi.com – Autore Geraldine Meyer

Metodi alternativi per la gestione dei rifiuti

La Digestione anaerobica dei rifiuti per produrre biogas e compost verrà discussa in una assemblea pubblica domani sera presso la Sala del Consiglio del comune di Terranova Bracciolini, in provincia di Arezzo: come ideale seguito al convegno tenutosi il 20 giugno 2013 i tecnici illustreranno ai cittadini il progetto di un impianto di digestione anaerobica per rifiuti organici da raccolta differenziata con recupero di energia.

Saranno registrate tutte le opinioni, al fine di conseguire un percorso ragionato e condiviso circa il perfezionamento di tutto il sistema di smaltimento dei rifiuti, nell’ottica di una migliore tutela della popolazione e dell’ambiente interessato.
Attualmente il processo di digestione anaerobica, ovvero l’impianto che opera in assenza di di ossigeno, rappresenta la tecnologia più pulita ed efficace in senso assoluto nel trattamento dei rifiuti organici poiché il degrado della sostanza organica produce biogas, e ciò che rimane dopo questa trasformazione batterica è il digestato che può essere raffinato per produrre compost ed altri materiali per utilizzi diversi.

Il nuovo impianto si affiancherebbe a quello già esistente nella cittadina del Valdarno, dove però il processo è aerobico e dove l’unico prodotto utilizzabile è il compost, essendo le acque reflue uno scarto. L’energia elettrica rinnovabile prodotta utilizzando il biogas derivato da questo impianto della potenzialità di 30.000 t/anno di FORSU potrebbe soddisfare il fabbisogno di energia elettrica di 500 unità abitative.

KL Cesec CV 2014.02.04 Terranuova Bracciolini

Il progetto prevede anche un’assoluta tutela ambientale, ivi compreso l’impedimento alla potenziale emissione e quindi dispersione in atmosfera di composti odorigeni che si possono formare nelle fasi di ricezione delle materie prime, stoccaggio e trattamento dei rifiuti, che altrimenti ne rappresenterebbero un aspetto fortemente critico.

Non mancano, naturalmente, i detrattori e gli oppositori al progetto: alcuni lo reputano inadeguato ed insufficiente, altri preferirebbero il potenziamento di strutture analoghe presenti in altre località da porre quindi al servizio di una comunità più estesa. Altri ancora auspicano una sospensione almeno semestrale di qualsiasi iniziativa per dar modo di aprire tavoli di discussione per verificare reali necessità ed opportunità interpellando numerosi organismi, enti, consorzi, gruppi di studio e financo, forse, assemblee parrocchiali: onnipresenti ormai, i famigerati tavoli del blabla e del non fare, che ormai ci fanno venire l’orticaria solo a sentirli nominare…

Terranuova Bracciolini (dove è in vendita una bella casa di cui parliamo nel nostro altro blog, Riabitare Antiche Pietre) posta sulla riva destra idrografica dl fiume Arno, possiede peraltro interessanti particolarità: un fagiolo detto Zolfino a causa del colore giallo pallido che ricorda, appunto, lo zolfo, varietà tipica della dorsale valdarnese di grande pregio e qualità, molto apprezzata per il suo sapore e la sua delicatezza. Il fagiolo viene celebrato con un’apposita sagra, nel cui menu oltre ai ravioli ripieni di fagioli zolfini al sugo di speck e rucola o al ragù di cinta, spiccano anche altri piatti dell’eccellenza toscana:  pici all’anatra, carne alla griglia e bistecche di maiale o di vitella.

E poi c’è la frazione di Tasso, posta sulla sommità di una collina a circa tre chilometri dall’abitato.
Il lato della collina del Tasso più esposto a sud presenta il tipico paesaggio toscano di vigneti e uliveti, coltivati da una ventina di fattorie che, oltre alla produzione di olio e di vino, si dedicano alla pastorizia.
Geologicamente il colle del Tasso è un fossile sedimentario dell’antico lago pliocenico del Valdarno Superiore composto da sabbia per il 70 per cento, argilla per il  20 e per il resto da quarzo, zolfo e lignite. Tipico esempio di questo tipo di composizione geologica è il piccolo ruscello che scorre sotto alla sommità della collina: l’acqua ha un vago colore giallo ed il letto è costituito quasi interamente da sabbia.

Anima in Cammino