La certificazione “Biodiversity Friend” protegge il Consorzio Tutela Vini Soave

Cresce l’impegno delle aziende vitivinicole veronesi verso le produzione integrata, il biologico, il biodinamico e la biodiversità. Nel corso dell’evento Soave Preview 2013, organizzato dal Consorzio Tutela Vini Soave dal 22 al 24 maggio, è stata presentata la certificazione “Biodiversity Friend”.

Una tre giorni dedicata all’anteprima dell’annata 2013 di questo vino per raccontare ad un pubblico di buyer, importatori e giornalisti il Soave e il suo territorio. L’origine, lo stile e i valori i tre i temi principali a cui erano dedicate le singole giornate (vedi programma in allegato). Grande spazio è stato dato alla qualità biologica dei suoli della zona e sono stati organizzati percorsi sostenibili per scoprire il territorio.

Con lo scopo di valutare gli impatti ambientali delle attività agricole sulla qualità degli ecosistemi e sulla biodiversità, la World Biodiversity Association onlus ha sviluppato nel 2010 la certificazione”Biodiversity Friend”. L’obiettivo è di fornire un quadro completo delle interazioni di un prodotto o di un servizio con la diversità biologica del territorio.

La valutazione considera dodici azioni relativamente a:
– metodi a basso impatto per il controllo dei parassiti e delle malerbe,
– ricostituzione della fertilità dei suoli,
– uso razionale delle risorse idriche,
diffusione di siepi boschi e specie nettarifere,
– conservazione della biodiversità agraria,
– qualità di aria, acqua e suolo attraverso Indici di Biodiversità,
– uso di fonti rinnovabili di energia,
– riduzione delle emissioni e stoccaggio di CO2

ed altre azioni che possono avere benefici effetti sulla biodiversità. Inoltre, durante la procedura per ottenere la certificazione, vengono suggerite strategie operative per incrementare la qualità ambientale delle aree coltivate.

consorzio-vini-soave

Ad ogni azione corrisponde un punteggio: per ottenere la certificazione l’azienda deve raggiungere un minimo di 60 punti su 100. Per mantenerla, l’azienda si impegna a incrementare la biodiversità attraverso idonee azioni che saranno indicate dai certificatori e verificate nei controlli successivi.

Tra i promotori dell’iniziativa, Gianfranco Caoduro, Roberto Battiston, Pier Mauro Giachino, Laura Guidolin e Giuliano Lazzarin, autori dell’ articolo dal titolo: “Biodiversity indices for the assessment of air, water and soil quality of the ‘Biodiversity Friend’ certification in temperate areas” pubblicato ad aprile sulla rivista scientifica “Biodiversity Journal”. Il lavoro descrive il biomonitoraggio di aria, acqua e suolo, considerando che la diversità dei macroinvertebrati di suolo e acqua e la biodiversità delle comunità dei licheni epifiti decrescono rapidamente quando suolo, acqua e aria sono alterate da diverse cause, come inquinamento, uso di pesticidi sintetici e biologici e cattive pratiche agricole. La pubblicazione presenta in dettaglio e in anteprima i protocolli dei tre indici della certificazione “Biodiversity Friend”: l’Indice di Biodiversità Lichenica (IBL-bf), l’Indice di Biodiversità Acquatica (IBA-bf) e l’Indice di Biodiversità del Suolo (IBS-bf).

Dal 2010 ad oggi si sono certificate “Biodiversity Friend” circa 50 aziende, sia biologiche sia a produzione integrata. Molte di esse hanno già immesso sul mercato i loro prodotti col marchio “Biodiversity Friend”, che permette di mostrare ai consumatori il loro impegno nella conservazione della biodiversità. Nel 2010, “Biodiversity Friend” ha ottenuto il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole e Alimentari italiano.

Molte aziende agricole e che operano nello specifico nella viticoltura sul territorio veronese hanno ottenuto tale certificazione. L’auspicio è che il numero continui ad aumentare.

Per maggiori informazioni visitate www.biodiversityfriend.org

Articolo ripreso dal sito VeronaGreen.it – autore: Mariagrazia Semprebon

Cucinare gli avanzi e i cibi in scadenza al supermercato si fa nella ricchissima Londra

«Evitare le perdite e riciclare tutto». In particolare in tempi di crisi. Un motto ecologista e anti-sprechi che ascoltiamo spesso ma è la prima volta che un supermercato lo fa suo.

Qual è? The People’s supermarket, una cooperativa alimentare nel quartiere di Holborn a Londra. «Il nostro obiettivo? Ridurre al minimo gli scarti prodotti dalla grande distribuzione, proteggere l’ambiente e prolungare la vita degli alimenti». Ma non solo: «Generare profitto». E così, all’interno del super c’è una cucina dove si cucinano gli «scarti».

NON SI BUTTA VIA NIENTE – Un pomodoro rimasto qualche giorno in più nel contenitore, non proprio perfetto, con qualche ammaccatura, ma buono da mangiare, non verrà gettato come si fa di solito… ma diventerà un ingrediente fondamentale di una ricetta preparata nella People’s Kitchen. «Questo permette di inventare nuovi piatti (sani) – si legge sul sito internet -. I clienti potranno comprarli e consumarli a casa».

the-people-supermarket

TUTTO RITORNA – Grazie a questo metodo, circa 100 chili di prodotti vengono riciclati ogni settimana. Se alcune pietanze cucinate non sono consumate in giornata vengono date in beneficenza. E se non sono più commestibili si trasformano in concime di un terreno dove sono coltivati i fiori e le piante in vendita al supermercato. Tutto ritorna.

L’ESEMPIO DI NEW YORK – I prodotti provengono soltanto da coltivazioni biologiche. E sono rigorosamente del Regno Unito (per dare lavoro ai coltivatori locali).

A ispirare l’idea è stata The Park Slope Food Coop, una cooperativa alimentare di Brooklyn, a New York. Ma Arthur Potts Dawson e Kate Wiches-Bull (i fondatori del PSFC) non avevano pensato di trasformare gli avanzi (ancora commestibili) in una succulenta zuppa o in un sandwich da gourmet (a prezzi molto accessibili).

 

Articolo di Rossella Burattino ripreso dal sito sissa.it

Entomofagia il cibo di un difficile futuro alimentare

Il cibo del futuro? Una semplice provocazione? O magari una possibile alternativa alla carne e al pesce?

Sono circa 1400 le specie di insetti (e vermi) presenti nella dieta di popolazioni dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia e dell’Oceania: cavallette, grilli, termiti, larve di coleotteri, falene, bruchi, perfino ragni, tarantole e scorpioni…

Sono invece totalmente assenti dalle tavole dei paesi industrializzati, anche se in realtà tutti noi ingeriamo insetti senza rendercene conto: mentre respiriamo e mentre dormiamo, mescolati alla farina o mangiando frutta e verdura. Eppure già nel 2004 un rapporto della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, aveva raccomandato di estendere il consumo degli insetti in quanto ricchi di proteine e vitamine, poveri di grassi e dotati di elevato valore energetico.

Su questa scia, negli ultimi anni timidi tentativi di proporre piatti a base di insetti sono stati fatti anche in varie città italiane con il sostegno di ecologi e ambientalisti, a livello di curiosità o per ampliare lo spettro potenziale dei nostri consumi alimentari.

Ecco allora menù da gourmet che comprendono bachi da seta fritti, crisalidi di cicale arrosto, spiedini di grilli, larve di tarma fritte, grilli al cioccolato come dessert. Piatti consumati e apprezzati non solo per il loro valore nutritivo ma – a giudizio di chef e critici gastronomici – anche per il sapore spesso delizioso e a volte inatteso. Resta, per noi, il tabù psicologico del mangiare insetti. Anche se magari al ristorante ordiniamo gamberetti, ostriche (crude), lumache e zampe di rana.

entomofagia

GLI INSETTI BUONI DA MANGIARE PER LO SVILUPPO UTILE DELLA BIODIVERSITÀ
Maurizio Guido Paoletti, entomologo, docente di Ecologia all’Università di Padova si occupa di sviluppo sostenibile della biodiversità, in relazione alle risorse locali, impiego di piante e piccoli animali, meccanismi del riconoscimento di tali risorse, soprattutto nelle zone tropicali.

“Oggi c’è grande priorità per l’impiego sostenibile della biodiversità, per la biodiversità come risorsa creativa e per il patrimonio della conoscenza locale sulla biodiversità” afferma il professor Paoletti. In questo contesto, con una popolazione mondiale che cresce in maniera rilevante, per un pianeta sempre più affollato che richiede come necessità strategica la possibilità di trovare risorse più sostenibili, si colloca l’attenzione agli insetti, organismi fra i più abbondanti in natura anche come numero di specie.

È una ricerca strategica di risorse più sostenibili a livello economico, sociale e ambientale, sottolinea Paoletti. In questa analisi delle risorse animali e vegetali ci si pone con attenzione di fronte all’uso che di varie specie di insetti fanno diverse culture soprattutto nelle aree tropicali, ma non solo ai tropici.

Una risorsa, come quella dei piccoli invertebrati non acquatici, che troppo spesso sfugge a noi occidentali. In Africa, in Asia, nelle Americhe, in Australia esistono popolazioni che hanno nella loro cucina piatti, diciamo particolari che includono numerosi insetti, basti pensare al Messico dove 500 specie di insetti sono abitualmente mangiate. Nell’Alto Orinoco dove sono abitualmente serviti due tipi di lombrichi presso i Makiritare, ci sono ben 16 vocaboli per indicare diverse etnospecie… Vorrei ricordare, continua il professor Paoletti, che anche in Carnia fino a non molti decenni fa si mangiavano insetti, in particolare la Zygaena, una farfalla variopinta, assai tossica, che si attarda a suggere nettare dai fiori fidandosi della propria incolumità ed è quindi facile da catturare con le mani.

È una farfalla ricca di composti cianidrici, ma gli studi svolti hanno dimostrato che ne veniva consumata solo una piccola porzione: quella dove erano depositati gli zuccheri del nettare dei fiori… E ancora posso ricordare la mosca casearia, che dona un particolare gusto piccante a un formaggio ora fuorilegge per le norme europee, che non solo si può trovare in forma clandestina, ma è addirittura oggetto di sofisticazioni alimentari… “Grilli, locuste, larve di coleotteri e bruchi di farfalle sono quindi da considerare risorse strategiche, non solo per il valore proteico e nutrizionale ma anche per il tasso di trasformazione molto più conveniente che per animali di maggior mole . Si tratta solo di superare un problema culturale nei loro confronti”.

È curioso e riprovevole che in un recente bando Europeo di ricerca sia passato un consorzio che esaminerà non l’impiego umano degli insetti ma solamente il loro uso come mangime. È il segno della titubanza occidentale a riconoscere una risorsa meno dispendiosa. L’interesse e la ricerca però continuano animati da una richiesta che viene soprattutto dai giovani.

 

Articolo ripreso dal blog Foodcast su sissa.it

Ci stiamo cibando del Pianeta Terra

Sono 29 chili di suolo, 2,2 tonnellate di acqua e 4,1 litri di gasolio: ecco il pasto quotidiano del consumatore medio.

È l’analisi presentata da Julian Cribb, un veterano della comunicazione scientifica, a una conferenza dell’Accademia australiana di scienze a Canberra. È una quantità di risorse incredibile e inaspettata, dunque, quella che ogni persona mediamente consumerebbe ogni giorno sotto forma di cibo.

Risorse che sono sempre meno rimpiazzabili e rinnovabili.

7 MILIARDI DI PERSONE – Moltiplicando le cifre per 7 miliardi di persone, la quantità di pianeta divorata globalmente ogni giorno assume proporzioni gigantesche. «Prendiamo il suolo: secondo la Fao, la metà del pianeta è già degradato, e la Terra sta perdendo dai 75 ai 100 miliardi di tonnellate del suo strato superficiale ogni anno, che principalmente finisce in mare», ha dichiarato Cribb. «E il terreno impiega migliaia di anni a formarsi».

Similmente critica è la situazione dell’acqua dolce, con più di 4 mila chilometri cubi d’acqua estratta ogni anno dal sottosuolo, con metodi in grande parte non sostenibili. Infine il petrolio: una grave crisi si avvicina, secondo l’autore australiano, dato che la produzione dell’industria automobilistica mondiale cresce 8-10 volte più rapidamente di quella del petrolio: siccome la produzione di cibo richiede il 30 per cento dell’uso globale di energia, l’impatto potrebbe essere enorme.

PUNTO DI NON RITORNO – L’impatto degli shock provocati dal raggiungimento di punti di non ritorno rispetto alla sostenibilità di alcuni sistemi-chiave è stata oggetto della discussione tra scienziati riuniti nella Seconda conferenza australiana Earth System Outlook.

Gli scienziati analizzano alcune «bombe a orologeria» innescate dall’attività umana nell’attuale era storica, che alcuni hanno battezzato «Antropocene». Un aspetto critico è la perenne disconnessione tra la scienza del clima e la società. Secondo Cribb, per quanto riguarda il sistema-cibo globale, il punto di non ritorno nella crisi sarà raggiunto entro il prossimo mezzo secolo, a meno che cambiamenti radicali non vengano introdotti nell’agricoltura industriale, nelle città e nella dieta dei cittadini del mondo. Ciò dipenderebbe dalla sincronicità della penuria delle risorse che si verrebbe a creare.

frutta-ecologica

VERSO UNA DIETA CREATIVA – C’è ancora tempo per cambiare, ma l’azione deve essere rapida e universale. Cribb lo ha sostenuto anche nel suo ultimo libro, The Coming Famine: the global food crisis and how we can avoid it, pubblicato nel 2010, che, oltre al cambiamento climatico e altri fattori quali la dipendenza da combustibili e l’allevamento industriale, puntava il dito specialmente contro la crescita mondiale della popolazione e il sovraconsumo.

Alcuni esempi di opportunità per un cambiamento di rotta nel sistema-cibo mondiale sarebbero per esempio la crescita del 300 per cento dell’acquacoltura, il massiccio sviluppo della coltivazione delle alghe per la produzione di cibo, combustibile e plastiche, la crescita dell’agricoltura urbana e la diversificazione delle colture. «Ci sono 25 mila piante commestibili sul pianeta Terra, e il 99 per cento di esse sono sconosciute alla maggior parte della popolazione», ha concluso Cribb, quindi non abbiamo ancora esplorato il potenziale alimentare del nostro pianeta. Sarà un’epoca di eccitante scoperta di diete nuove, salutari, interessanti e sostenibili».

 

Articolo di Carola Traverso Saibante

Il Grande Parco della Martesana polmone verde di Milano

Parliamo, com’è nostro costume, di una storia minore ma non per questo meno importante sotto il profilo di quella maturata consapevolezza che porta un numero sempre maggiore di cittadini a volersi riappropriare del territorio e conseguentemente della storia e dell’identità locali.

Dopo numerosi rinvii si è finalmente tenuto il 10 aprile il convegno dedicato al Grande Parco Martesana, rilanciando un progetto risalente all’anno 2008 finalizzato a creare un ambito protetto sotto il profilo ambientale che potrebbe sorgere dalla fusione del Parco delle Cascine di Pioltello con il Parco Cave Est di Brugherio, Carugate, Cernusco sul Naviglio, Cologno Monzese e Vimodrone: 10 milioni di metri quadri di verde agricolo, per il benessere e la salute dei cittadini della Martesana.

Sono intervenuti Paolo Micheli, consigliere regionale del Patto Civico, Giordano Marchetti, assessore al territorio del Comune di Cernusco, Fabiano Gorla della Lista per Pioltello, Roberto Codazzi di Vivere Cernusco e Giuseppe Bottasini candidato sindaco di Pioltello con la moderazione di Ivonne Cosciotti di Vivere Pioltello.

KL Cesec CV 2014.04.23 Parco Martesana 002

Il Parco delle Cascine nella Martesana

La storia del parco inizia da lontano, esattamente dal 1983, quando il Parco delle Cascine inizia ad essere sottoposto ad aggressioni speculative che tentano di renderlo fruttuoso non con i frutti della terra bensì con quelli avvelenati del cemento, in piena contraddizione con la presenza di attività agricole e di allevamento anche di eccellenza.

Purtroppo qualche conseguenza non è mancata, particolarmente nel comuni di Segrate e Vimodrone, dove è stata cancellata ogni superficie agricola con l’abbandono e la successiva distruzione di buona parte della cascine in previsione di volumetrie edificatorie, senza trascurare la devastazione operata dall’insediamento di gruppi di Rom con il conseguente abbattimento delle cascine Vallota e Bareggiate, distrutta da un incendio originato da un fornello acceso dai nomadi che la occupavano abusivamente, ma tollerati in quanto rappresentanti di quella cultura altra tanto cara a certi buonisti e politici.

Il Parco delle Cascine confina a Nord, per un breve tratto nel territorio vimodronese con il Parco delle Cave Est, esteso su Brugherio, Carugate, Cernusco sul Naviglio e Cologno Monzese. Entrambi i parchi sono riconosciuti dalla Provincia come PLIS, Parchi Locali di Interesse Sovracomunale ed in entrambi è tuttora presente una significativa attività agricola. In particolare l’area pioltellese, di forma quadrata, estesa su 200 ettari e non attraversata da strade, è particolarmente pregiata dal punto di vista naturalistico.

Le aree insistenti negli altri Comuni sono più frammentate ma complessivamente si estendono per 800 ettari. Fondendolo le due realtà quetse dipenderebbero da ben cinque amministrazioni comunali, alle quali dovrebbe essere sottoposta qualsiasi eventuale proposta di variazione dell’utilizzo  e sarebbe pertanto meno agevole stravolgerne la vocazione agricola e naturalistica.

Come è stato ricordato nel corso del convegno, i PLIS non nascono da una decisione statale o regionale, bensì dalla volontà della comunità locale di salvaguardare le proprie aree verdi ed agricole aggregandole a quelle dei vicini. Esattamente ciò che si propongono i promotori dell’unificazione dei due parchi.

Le tipologie di alberi che compongono i boschi inseriti nei due parchi sono quelle tipiche del nostro territorio: farnie e carpini bianchi, tigli selvatici e ciliegi, olmi campestri e rovere, meli selvatici e peri, gelsi bianchi e neri che tanta parte hanno avuto nella nostra storia anche economica per l’allevamento dei bachi da seta, pioppi nero e salici bianchi oltre a svariate tipologie di arbusti, il tutto a comporre una vegetazione forestale che riproduca ciò che era presente un tempo in vaste aree della Regio Insubrica.

Ad oggi il parco agricolo è stato finalmente bonificato in modo da poter tornare ad essere coltivato, grazie ad una convenzione con alcuni operatori agricoli che rende l’area facilmente e tranquillamente fruibile e quotidianamente percorsa da trattori e carri agricoli all’opera. Un bel colpo d’occhio lo si ottiene attraversando il nuovo ponte ciclopedonale sulla Statale 11 Padana nei pressi del supermercato Esselunga di Pioltello, di fronte al quale è tra l’altro sorto un gattile nato dalla passione di un pensionato. Ed è molto piacevole vedere come i cittadini si stiano riappropriando del Parco prendendo la buona abitudine di farci un giro in bicicletta o a piedi, rispettando la natura ed il lavoro dei contadini.

E per finire, giusto per non lasciare il futuro parco ed il suo vasto territorio di riferimento alla mercè di una mobilità insostenibile, si potrebbe anche ipotizzare una tramvia che dall’aeroporto di Linate colleghi la stazione della metropolitana di Cernusco attraverso l’Idroscalo e San Felice, Pioltello e la sua stazione ferroviaria che sta assumendo sempre maggiore importanza, da realizzare sull’esempio di quella che collega Bergamo con Albino.

Alberto C. Steiner

KL Cesec Cv 2014.04.23 Parco Martesana 003

 

La giornata mondiale della Terra celebrata da Google

Accendiamo il pc e sulla pagina iniziale il doodle di Google ci ricorda, con il suo grazioso colibrì rosso animato, che oggi è la Giornata Mondiale della Terra.

E’ un attimo, e a quello del colibrì si susseguono i disegni animati di una medusa quadrifoglio, un macaco giapponese, un camaleonte velato, un pesce palla ed infine uno scarabeo.
Quest’ultimo è sicuramente uno degli animali più misteriosi della storia, da sempre legato a simbologie esoteriche nonché apprezzato ornamento sulla cui forma si sono modellati numerosi gioielli in metalli preziosi e gemme. Ma lo scarabeo costituisce altresì un anello fondamentale nella perpetuazione dell’ecosistema.

Ed è da questa evidenza che probabilmente origina la scelta di Google di dedicare anche al simpatico animaletto il proprio logo animato.

Oggi, 22 aprile, è la Giornata della Terra, istituita il 22 aprile 1970, esattamente un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera, per sensibilizzare il mondo ai problemi della fame, dello sviluppo sostenibile, dell’inquinamento.

La celebrazione intende coinvolgere più nazioni possibili, oggi sono esattamente 175, per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. Dall’originario movimento universitario, la Giornata è divenuta nel tempo un avvenimento educativo ed informativo, utilizzato da gruppi ecologisti come opportunità per valutare le problematiche del pianeta: dall’inquinamento di aria, acqua e suolo alla distruzione dell’ecosistema, dall’esaurimento delle risorse non rinnovabili alle migliaia di specie vegetali ed animali che scompaiono.

KL Cesec CV 2014.04.22 Giornata della Terra 002

Un esempio macroscopico di tale devastazione lo possiamo vedere in Cina, dove l’inquinamento è diventato talmente insostenibile da determinare l’invivibilità delle aree inquinate (notizia di qualche settimana fa: a Pechino alcune fabbriche hanno dovuto chiudere perché l’eccessivo inquinamento dell’aria impediva fisicamente il lavoro) ma addirittura influenza tutto il Pianeta.

Ed il nostro Paese non può certamente chiamarsi fuori da tali problematiche, a partire dal dissesto idrogeologico originato dalla devastazione, dall’incuria e dall’abbandono del territorio, in particolare di quello montano. Per tale ragione è nata Earth Day Italia, l’organizzazione italiana impegnata a promuovere l’Earth Day e le sue finalità sul territorio nazionale, favorendo lo sviluppo di progetti ed iniziative utilizzando, per esempio, il linguaggio dell’arte come moltiplicatore della sensibilità ambientale, ovvero dando voce e forza al mondo scientifico, istituzionale, delle imprese e della società civile per promuovere innovazione tecnologica e cambiamento culturale.

Celebriamo dunque questa giornata, con spirito gioioso ma non come una festa, bensì come un momento di riflessione e impegno: ne va, letteralmente, della nostra vita e della sua qualità.

ACS

KL Cesec CV 2014.04.22 Giornata della Terra 003

L’Alta Velocita’ ferroviaria non e’ una alternativa sostenibile al trasporto aereo

Negli ultimi anni l’alta velocità ferroviaria viene spacciata come l’alternativa sostenibile al traffico aereo. Non è vero. Nonostante la sua presunta efficacia, i treni ad alta velocità non rendono affatto più sostenibili gli spostamenti: pensiamo solo al fatto che i passeggeri che passano dai treni a bassa velocità a quelli ad alta velocità aumentano l’uso di energia e le emissioni di carbonio, per tacere dell’impatto ambientale e del taglio delle vene idriche dovuti ai lavori d’impianto.

Secondo l’UIC, Union Internationale des Chemins de Fer, i treni AV: “Giocano un ruolo chiave per lo sviluppo sostenibile e di lotta al cambiamento climatico”. Come viaggiatore ferroviario professionista, che sin dall’infanzia ha coperto regolarmente sulla rete nazionale ed europea lunghe distanze utilizzando indifferentemente ogni tipo di treno da quelli superlusso a quelli più semplici, mi viene da dire che è vero il contrario, ma che anzi i treni ad alta velocità stanno distruggendo la più valida alternativa all’aereo: quella rete ferroviaria a bassa velocità onorevolmente in servizio da decenni.

Sappiamo come l’introduzione di relazioni ferroviarie ad alta velocità abbisogni di costosissime infrastrutture dedicate, essendo impensabile la commistione eterotachica con treni più lenti ancorché su binari dedicati, per le necessità progettuali altiplanimetriche e per la tensione di alimentazione, in Italia 3kVcc  per la trazione ordinaria e 25kVca50Hz per l’alta velocità.

L’apertura all’esercizio di linee AV così concepite comporta invariabilmente l’eliminazione di quelle più lente, più abbordabili dal punto di vista economico, spingendo i passeggeri ad utilizzare le nuove soluzioni più costose o ad abbandonare il treno, relegandolo a collegamenti locali poiché le nuove linee escludono località intermedie. Il risultato è che chi viaggia per lavoro può anche passare dall’aereo al treno mentre, nel contempo, la maggior parte dei viaggiatori viene spinta ad utilizzare le linee aeree sempre più low-cost, le autolinee o addirittura l’auto privata.

Questo concetto non si applica alla Germania, unico paese europeo con un modello misto, dove i servizi tradizionali e ad alta velocità possono utilizzare ogni tipo di infrastruttura. I treni ad alta velocità possono utilizzare tratte ammodernate, mentre i servizi di trasporto merci utilizzano la capacità delle linee ad alta velocità inutilizzata durante la notte. La Germania ha relativamente poche tratte specifiche per l’alta velocità e i treni sono relativamente lenti.

Studiando la storia ferroviaria europea appare evidente come la scelta che spinge a realizzare linee AV non è affatto obbligata: partendo dall’ottocentesca Valigia delle Indie Londra-Bombay che attraversava la nostra penisola da Modane a Brindisi per proseguire via mare, e passando dall’Orient Express Parigi-Costantinopoli nelle sue molteplici configurazioni, una sola delle quali, la Simplon via Losanna-Milano-Trieste, toccava l’Italia, arriviamo al 1956, quando venne istituita la rete dei TEE, Trans Europa Express, costituita da convogli dedicati di sola I classe ma non di lusso per i quali venne costruito materiale apposito in una stimolante gara alla comodità ed alla ricerca di soluzioni raffinate e tecnologicamente avanzate, che ha consentito di realizzare convogli estremamente accoglienti e, per l’epoca, tecnologicamente avanzati.

KL Cesec CV 2014.04.08 AV 002

Gli sforzi tesi ad organizzare veloci servizi ferroviari internazionali europei, sono sempre stati accompagnati da condizioni economiche vantaggiose e da servizi di bordo sempre più accurati.

Se osserviamo le tracce orarie di quei treni, oppure dei rapidi in servizio interno, ci rendiamo conto di come non pochi dei servizi resi in passato fossero addirittura, fatte le debite proporzioni, più veloci delle attuali Frecce. Nel 1937 la coppia di rapidi R90/R95 Torino-Milano-Venezia, affidata a possenti locomotive a vapore l’ultima delle quali conservata al Museoscienza Leonardo da Vinci di Milano, percorreva i 267 km della tratta da Milano a Venezia senza fermate intermedie in tre ore secche. Oggi un Frecciabianca impiega 2h40′.

Un ultimo esempio d’epoca, e poi passiamo oltre: la relazione Milano-San Remo affidata al TEE Ligure Milano-Avignone impiegava 3h50′ con fermate a Voghera, Genova Savona e Imperia (oggi una Freccia impiega 3h38′) ed il suo costo nel 1970 era pari a Lire 4.740 (53 Euro attuali considerato il trend inflattivo) oltre al supplemento di Lire 1.340 (15 Euro) contro un attuale costo di Euro 39,50 in I classe e di 29,50 in seconda. Giusto per avere un riferimento, nel 1970 la paga oraria media di un lavoratore assommava a 597,30 lire.

E’ del resto noto che, se le ferrovie italiane non se la sono mai passata granché bene, il loro peggioramento ha coinciso con la cacciata, negli anni Ottanta, di Mario Schimberni, che ebbe la pretesa di rivedere le spese folli, compresi cavalcavia pedonali realizzati per attraversare le stazioncine di soli due binari dove transitavano sei treni al giorno, per esempio su relazioni indubbiamente fondamentali come la Rocchetta Sant’Antonio – Lacedonia.

Ed oggi assistiamo allegramente allo sperpero di centinaia di miliardi di Euro per realizzare attraversamenti sotterranei in città come Bologna e Firenze, che consentono di risparmiare al massimo dieci o quindici minuti di percorrenza.

L’Europa ha la rete ferroviaria più incredibile del mondo, in grado di condurre ovunque in qualsiasi momento, e un viaggio in treno finisce per essere più divertente e interessante di un viaggio in aereo.

Per quanto non sia questa la sede per cantare le bellezze dei lunghi viaggi in treno, ogni anno diventa sempre più difficile viaggiare in Europa utilizzando i treni ordinari, e la colpa è dell’alta velocità che avanza senza sosta. Poiché sempre più sono le linee ferroviarie soppresse a favore di quelle ad alta velocità, i viaggi internazionali in treno raggiungono costi proibitivi. La cosa strana però è che molti di questi percorsi cancellati erano quasi più veloci, e qualche volta decisamente più veloci, delle più recenti e costose linee ad alta velocità.

Storicamente, le tariffe ferroviarie sono sempre state inferiori a quelle aeree. Ma la comparsa dei treni Av e delle compagnie aeree low-cost nel 1990 ha invertito questo stato di cose. Ricchi e poveri hanno semplicemente scambiato le modalità di viaggiare: le masse viaggiano ora in aereo, mentre le élite prendono il treno. Poiché ci sono sempre meno ricchi in Europa, ciò non comporterà ovviamente alcun risparmio né monetario né energetico, tantomento riduzioni delle emissioni di carbonio.

I treni Av condividono un problema fondamentale con quasi tutte le altre soluzioni high-tech che di questi tempi vengono millantate come sostenibili: sono troppo costosi per diventare la soluzione ideale. Questo spiega perché a fronte dell’installazione di 10.000 chilometri di linee ferroviarie AV, la crescita di passeggeri del traffico aereo in Europa non si è fermata. Dal 1993 al 2013 il traffico aereo in Europa è cresciuto in media del 5,2% annuo. E si stima che cresca di un altro 45% tra il 2014 e il 2030, nonostante l’attuale crisi economica e i nonostante i 20.000 km di linee AV che si vogliono ancora realizzare.

La differenza di prezzi tra biglietti di compagnie aeree low-cost e treni ad alta velocità è così grande che è impossibile pensare a un significativo trasferimento di passeggeri dal trasporto aereo a quello ferroviario.

Nonostante questo, sia l’Unione Europea sia l’UIC persistono nel pubblicare report che mostrano come le persone stiano abbandonando gli aerei per passare ai treni, risparmiando emissioni di energia e di carbonio.

Come può essere? Semplice, come diceva mio padre: la carta riceve di tutto. E giocando con i numeri si può fare quel che si vuole.
ACS

KL Cesec CV 2014.04.08 AV 003

Table una mostra sull’esplorazione del cibo nel corso degli ultimi secoli

Cosa mangiavano i nostri antenati? Cosa mangiamo noi e, attraverso l’apparentemente semplice atto del mangiare, chi siamo?

Ce lo racconta Table, una mostra, anzi una grande installazione artistica, realizzata dall’Assessorato alle Politiche Culturali in collaborazione con Wood*ing che dal 12 aprile all’8 giugno occuperà la sala esposizioni dell’Arengario di Monza.

Spreco alimentare, agricoltura familiare, migliori pratiche di nutrizione e biodiversità saranno i temi affrontati.

L’ingresso è gratuito, come i numerosi laboratori esperienziali a tema. Ne elenchiamo alcuni fra i più interessanti:

  • Dal seme al pane, laboratorio di panificazione artigianale con lievito madre per bambini a partire dai 6 anni;
  • Piante spontanee in cucina, per imparare ad apprezzare e cucinare quello che la natura ci offre stagionalmente;
  • Annusiamo! laboratorio sensoriale sulle erbe per bambini a partire dai 3 anni;
  • La cucina sostenibile, per imparare ad utilizzare in cucina scarti di frutta e verdura; Tisane, balsami e oleoliti, per imparare l’uso delle piante aromatiche e officinali per il benessere personale.

Sono previste inoltre visite guidate a cascine della zona.

KL Cesec CV 2014.04.08 Table 001

Wood*ing nasce dalle  passioni di Valeria Margherita Mosca: la natura, l’esplorazione e il cibo attraverso l’indagine delle biodiversità e le mutevoli caratteristiche del territorio.

Valeria ha scelto di vivere tra montagne e boschi Valeria per avere la possibilità di studiare la natura e le sue infinite possibilità in materia di scienze alimurgiche, etnobotanica e tradizioni.

Riconoscendo la l’etnogeografia come fondamento gastronomico raccoglie con rispetto ciò che è disponibile stagionalmente, esplorando così il nostro ambiente commestibile e le materie prime spontanee della nostra regione. Indagando le potenzialità nutrizionali e organolettiche, i metodi di raccolta e d’uso, di cottura e di conservazione include nel suo ambito d’interesse anche i prodotti artigianali che ci parlano della storia culinaria della nostra terra e dei metodi di lavorazione nei tempi passati.

Attraverso ingredienti semplici, freschi e spontanei, si generano così sapori che parlano delle nostre origini e del nostro ambiente, creando non solo un concetto di cucina ma anche un vero e proprio modo d’essere nuovo, che ci collega a questo luogo e al nostro tempo.

Anima in Cammino

KL Cesec CV 2014.04.08 Table 002

Posizione prestigiosa in Valle d’Aosta per un’attivita’ a contatto della natura

I comuni di Bard e Donnas, in Valle d’Aosta, pur essendo due entità autonome, sono uniti da un’antica uniformità culturale, storica e territoriale anche in virtù dell’esigua distanza che li separa, tre chilometri percorribili in pochi minuti. Le relative Amministrazioni hanno recentemente costituito, insieme con la località di Pont Saint Martin, un consorzio finalizzato alla valorizzazione del microsistema, favorendo l’istituzione di circuiti turistici storici, culturali ed ambientali destinati a destagionalizzare le attrattive turistiche locali.

Tra le iniziative una in particolare ci attrae molto, e si ripete ormai da diversi anni legata all’origine celtica del toponimo: Bar, che significa rocca. Ai primi di luglio nel bosco di Peuterey, in val Veny, e a Bard ha luogo la festa di arte, musica e cultura celtica più alta d’Europa, dedicata ai Celti antichi e moderni che amano incontrarsi ai piedi delle Grandi Montagne. E’ possibile rivivere un sogno antico attraverso musica e danze, concerti e sfilate, conferenze e giochi, poesia e rievocazioni storiche. Mentre nell’aria si spandono profumi di griglie e spiedi, vini aromatizzati e fiumi di birra, non mancano tiro con l’arco, danze tradizionali e giochi di spade. E, tra combattimenti di guerrieri, concerti di arpe e laboratori espressivi di arte pittorica, narrazione di favole di fate ed elfi tra incantesimi e pozioni, si conclude con sfilate notturne alla ricerca degli gnomi.

Osserva tutto questo gioioso bailamme l’imponente forte di Bard, eretto nel 1838 in corrispondenza del punto più stretto della valle e che sovrasta gli abitati costituendone un punto di riferimento visivo obbligato.
Venne fatto costruire in funzione anti francese da Carlo Felice di Savoia in luogo della precedente fortezza fatta radere al suolo da Napoleone e che a sua volta nacque dall’idea di Carlo Emanuele II di smantellare, nel 1661, le piazzeforti di Verrès e Montjovet trasferendo le artiglierie a Bard nella rocca realizzata nel 1242 da Amedeo IV di Savoia, trasformando così in fortezza il castello voluto da Ottone di Bard nel 1036.

Oggi il forte, rimasto pressoché intatto dal momento della sua costruzione e di proprietà regionale dal 1975 a seguito di dismissione da parte del Demanio Militare, rappresenta uno dei migliori esempi di fortezza di sbarramento di primo Ottocento ed è stato recentemente oggetto di un piano di recupero e riconversione nato in risposta ad una fase di crisi economica del territorio, integrando un progetto di ampio respiro che riguarda anche il recupero del borgo medievale.

La piazzaforte è costituita da tre principali corpi di fabbrica, detti Opere, posti a diversi livelli tra i 400 e i 467 metri: Ferdinando, la più bassa ed a forma di tenaglia con la Mortai e la Polveriera collocate alle sue spalle, che attualmente ospitano laboratori didattici. Vittorio, l’Opera mediana, ospita Le Alpi dei Ragazzi, un percorso interattivo interamente dedicato ai più giovani di avvicinamento all’alpinismo in cui ci si può cimentare in un’ascensione virtuale al Monte Bianco.

Al culmine del rilievo, la più imponente delle tre opere è formata da una cinta su cui si appoggiano tutti i fabbricati e che racchiude al suo interno l’Opera di Gola con relativo cortile, posta a difesa del lato sud, e l’Opera Carlo Alberto con il grande cortile quadrangolare della Piazza d’Armi circondato da un ampio porticato. Il primo piano dell’Opera ospita il Museo delle Alpi mentre al pianterreno, lungo il deambulatorio che si affaccia sulla grande Piazza d’Armi, si affacciano gli spazi dedicati alle mostre temporanee: Cannoniere, Cantine, Corpo di Guardia e spazio Vallée Culture.

Il borgo medievale nacque per costituire un’unità omogenea con l’apparato difensivo arroccato sullo sperone che ospitava l’antico castello. Della cinta muraria sono rimaste le tracce della porta situata a Est e quella in direzione opposta, il cui arco coincide con Palazzo Nicole risalente al XV Secolo. E’ certo che molti edifici vennero costruiti su antichi muri romani costituenti la platea d’appoggio della strada stessa, ancora visibili in molte cantine e spesso caratterizzati da notevoli pendenze.

In profondità sotto l’abitato scorre la Furiana, antico canale di scolo delle acque reflue realizzato dai Romani e ancora oggi in uso. Il borgo divenne fiorente grazie ai pedaggi, costituendo il passaggio obbligato per entrare o uscire dalla Valle. Consultando gli antichi documenti dei gabellieri che catalogarono minuziosamente persone, animali e merci si scoprono cose interessanti:  per esempio che a Bard passarono generi esotici e di lusso come il sale, le spezie e la seta, e animali come sparvieri, scimmie, falchi e cavalli di ogni razza. Nel 1862 il traffico venne dirottato sulla carrozzabile iniziata nel 1856 e che costituisce l’odierno tratto della Statale 26: se da un lato ciò ha portato al progressivo isolamento ed alla conseguente decadenza del borgo, dall’altro gli edifici di valore storico sono stati risparmiati mantenendo inalterato quel fascino che ancora oggi incanta i visitatori.

Donnas, con i suoi 2.600 abitanti sparsi nel 34,24 kmq di superficie che va da un’altitudine di 332 a 1.410 metri, di fronte a tanta magnificenza sembra fare la figura del parente povero.

In realtà è come quelle persone che amano più essere che apparire. Vanta infatti, ma a conti fatti nemmeno tanto silenziosamente, uno dei reperti più preziosi della presenza romana in Valle: un tratto della via consolare romana delle Gallie, tagliata nella roccia in un contesto paesaggistico incantevole a strapiombo sulla Dora Baltea, che poco fuori dal borgo antico viene sormontato da un arco di pietra spesso circa 4 metri con una pietra miliare recante il numero XXXVI, corrispondente alla distanza in miglia da Augusta Prætoria, l’odierna Aosta.

Bard-Donnas Map 001

A cavallo fra le due località è da tempo in vendita un complesso di tre ruderi in pietra ciascuno costituito da due piani fuori terra, inagibili poiché in cattivo stato di manutenzione e completamente diroccati, con annessa una porzione di terreno. Pertinenti al comune di Bard, nella località Crous della frazione Albard, gli immobili sono censiti ai Fogli 3/262/2, 5/256/ e 5/337/1 del catasto comunale unitamente a 19.529 mq di terreno suddiviso tra castagneto, bosco ceduo, prato e incolto produttivo.Nel comune di Donnas vi sono invece la corte estesa su 297 mq, ora divenuta parcheggio ed in corso di esproprio, e terreni per complessivi 4.490 metri quadri a bosco, pascolo e prato.

La proprietà verrà posta in vendita il 2 aprile presso il Tribunale di Aosta ad un prezzo base di 48.163 Euro.
Cosa farne? Utilizzando gli oltre due ettari di terreno vi si può sviluppare un’attività di nicchia connessa alla terra. Ma in realtà, considerando i costi di recupero e l’esiguità degli spazi residenziali disponibili, la sua collocazione migliore è quella di abitazione d’atmosfera, eventualmente sede di un’attività professionale magari nell’ambito olistico, con tanto verde a disposizione per se stessi e per i propri amici ed ospiti.

Se desiderate ricevere maggiori informazioni contattateci.

Alberto C. Steiner

KL Cesec RAP 2014.03.18 Bard 006

Il metodo piu’ efficace per la conservazione del cibo e’ l’essiccazione

Tra i metodi naturali di conservazione, l’essiccazione è sicuramente il più antico e il più salutare, perché il più naturale, oltre che il più economico ed ecologico. Infatti, né vi sono drastici interventi di natura fisica né aggiunte di sostanze chimiche e/o di ingredienti, come sale, aceto, olio, zucchero, che, seppur naturali, alterano la composizione degli alimenti destinati alla conservazione. Tali ingredienti, del resto, anche se non nocivi, comportano variazioni nutritive in termini di contenuto calorico, di sali minerali e vitaminico. Se si scegli il metodo di essiccazione solare, i costi energetici vengono ridotti a zero, mentre pesi ed ingombri possono essere ridotti anche dell’80-90%.

Ricordiamo a questo proposito la start up italiana di eccellenza, Solwa S.r.l, che con il suo metodo FoodWa sta lavorando per fornire a tutti i paese dell’Africa una soluzione a basso costo per garantire la conservazione del cibo e in particolare della frutta che viene raccolta naturalmente.

La logica alla base del processo di essiccazione è semplice: privando gli alimenti del loro contenuto di acqua per circa l’80-90%, si inibiscono i microrganismi, che necessitano dell’acqua stessa per sopravvivere, bloccando ogni loro attività per periodi anche lunghi. L’essiccazione è una tecnica alternativa all’imbottigliamento/invasettamento o alla conservazione in frigorifero e/o congelatore di frutta e verdura. Pertanto, se si ha un’eccedenza di prodotto, ma non si hanno a disposizione gli strumenti per procedere al loro imbottigliamento/invasettamento e/o allo spazio per la loro conservazione, l’essiccazione può essere la soluzione ideale per non sprecare nulla. Infatti, gli alimenti essiccati, oltre ad essere ottenuti grazie a procedimenti a bassissimo costo e a non avere controindicazioni quali il botulismo o altro, necessitano di poco spazio per essere conservati e non hanno bisogno di essere messi in frigo per mantenersi.

frutta_essiccata_barattoli

Inoltre, frutta, funghi, legumi, ortaggi ed erbe essiccati conservano il loro sapore, il loro valore nutritivo, il contenuto minerale. La frutta secca, in particolare, può suddividersi in: a) glucidica o polposa disidratata, che in termini più semplici significa che essa è ricca di zuccheri e povera di grassi, e comprende tutta quella frutta che viene abitualmente consumata fresca; b) lipidica o a guscio, vale a dire ricca di grassi e povera di zuccheri, e comprende tutta la frutta con guscio (noci, nocciole, mandorle, pinoli, pistacchi, arachidi, ecc.).

Si rammenta che la frutta secca, sia essa di tipo polposa sia essa a guscio, proprio a causa dell’assenza di colesterolo, degli effetti benefici sui grassi del sangue (comprovato da numerosi studi scientifici) e dell’elevato contenuto in fibra, ottima per coadiuvare e favorire i transiti intestinali, è consigliata a persone di tutte le età, anche a diabetici e dislipidemici, e può essere consumata a qualsiasi ora della giornata, dalla colazione a fine pasto o come snack.

Come si evince da queste poche righe, per ottenere alimenti secchi di buona qualità, bisogna seguire alcune indicazioni precise ed avere tempo a disposizione, pazienza ed accortezza. In primo luogo, è necessario decidere quale tipo di tecnica di essiccazione utilizzare: vale a dire se mettere i prodotti al sole, mediante essiccatore oppure nel forno.

Essiccazione al sole e solare

L’alto contenuto in zuccheri ed in acidi favorisce l’essiccazione al sole della frutta, se esistono le condizioni necessarie: temperature elevate, basso grado di umidità e ventilazione.

Al contrario, per le verdure, povere di zuccheri e di acidi e, pertanto, maggiormente esposte al rischio di deterioramento, e per le carni, ricche di proteine e, pertanto, esposte al rischio di sviluppo microbico in presenza di elevate temperature e di umidità, è meglio utilizzare metodi di essiccazione controllati mediante strumenti quali forni od essiccatori.

Dunque, per essiccare al meglio la propria frutta al sole è necessario che faccia caldo, meglio se le temperature superino i 30°C, che l’aria sia asciutta (il tasso di umidità non deve superare il 60%), che vi sia una leggera brezza per aerare bene il prodotto e che l’esposizione continui per vari giorni. E’ evidente, quindi, che essiccare la frutta al sole può comportare dei rischi, poiché mantenere a lungo e costanti tutte queste condizioni meteorologiche non è facile. In caso di cambiamento climatico repentino si rischia di dover buttare via interamente il prodotto messo ad essiccare.

Durante la notte, gli alimenti sottoposti a trattamento di essiccazione vanno coperti e portati in ambienti riparati, poiché l’aria fredda notturna crea condensa portando, quindi, nuova umidità, che addensandosi sul prodotto ne rallenta il processo.

Per quanto riguarda gli strumenti necessari per l’esposizione al sole, è meglio non poggiare la frutta direttamente al suolo, perché questo è sempre umido: è consigliabile, invece, disporre ciascun pezzo di frutta in modo distanziato su dei pannelli, meglio se metallici (dato che il riflesso del sole sul metallo fa aumentare la temperatura), a loro volta poggiati su dei blocchi, di modo che l’esposizione sia massimamente arieggiata. I pannelli, ovviamente, devono essere puliti e sicuri, poiché a diretto contatto con gli alimenti: i migliori risultano essere quelli in acciaio inossidabile oppure in vetroresina rivestita di teflon oppure ancora in plastica; da evitare, invece, materiali rivestiti in zinco o in cadmio, poiché possono ossidarsi rilasciando residui nocivi per la salute sugli alimenti essiccati, od anche schermi di rame o alluminio: mentre il rame, infatti, distrugge la vitamina C ed aumenta il rischio di ossidazione degli alimenti, l’alluminio ha la tendenza a scolorire ed a corrodere. Inoltre, dato che uccelli ed insetti sono naturalmente attratti dalla frutta secca, è opportuno munirsi di due pannelli: se ne utilizza uno come ripiano su cui far riposare gli alimenti da essiccare e l’altro come schermo protettivo. Per una protezione massima, si può ricoprire la frutta con della garza grezza. I nostri nonni usavano utilizzare pannelli o assi di legno sui quali poggiavano i frutti facendoli essiccare al sole.

Esiste anche l’essiccazione solare, che si differenzia da quella al sole, poiché riproduce schemi simili alla serra. Infatti, basta munirsi di teli in plastica trasparente e schermarvi i prodotti da essiccare opportunamente disposti su dei pannelli, stando naturalmente attenti a che vi sia un costante ricircolo di aria. I teli di plastica fanno aumentare la temperatura riducendo i tempi di essiccazione e, quindi, i rischi di deterioramento dei prodotti o di sviluppo di muffe.

Forno elettrico o a gas

Per sottoporre alimenti freschi al processo di essiccazione con calore artificiale, si può utilizzare il forno domestico, che andrebbe regolato su una temperatura costante di 50-60°C lasciando possibilmente lo sportello socchiuso per favorire la circolazione di aria. I forni di nuova generazione, in genere, includono l’opzione “forno ventilato” e, pertanto, non necessitano dell’accorgimento di tenere socchiuso lo sportello.

In linea di massima, i trattamenti di essiccazione andrebbero protratti per diverse ore e ripetuti per diversi giorni consecutivamente a seconda della tipologia di alimento da essiccare: di media bisognerebbe mettere i prodotti in forno per otto ore al giorno, toglierli per 12 ore e rimetterli per altre otto ore per complessivi 4 giorni.

Si consiglia sempre di tagliare gli alimenti a fette sottili oppure a pezzetti di spessore ridotto al fine di ridurre al massimo i tempi di essiccazione. Ovviamente, nel procedere a questa operazione non si può non tenere conto dell’uso finale che si vuole fare dell’alimento essiccato: dimensioni e forme dipenderanno, pertanto, dalla loro destinazione d’uso.

Il forno a microonde non è utilizzabile, se non per le erbe, poiché non prevede possibilità di ventilazione. Proprio la mancanza di una vera ventilazione rende il forno uno strumento più oneroso in termini temporali e di risparmio energetico rispetto agli essiccatori, che impiegano in media la metà del tempo per portare a termine un trattamento di essiccazione.

Gli essiccatori

Gli essiccatori sono piccoli apparecchi elettrici per essiccare in casa prodotti freschi quali frutta, ortaggi, erbe e funghi. Essi sono composti di un elemento elettrico per il calore e di un ventilatore e relativi sfiati per favorire la circolazione dell’aria. Gli essiccatori sono adatti all’essiccazione veloce di alimenti ad una temperature di 60°C. Essi sono disponibili presso grandi supermercati dotati di reparti di elettrodomestici, presso negozi di elettrodomestici, su internet. I costi variano a seconda del modello e della capacità, oltre che dalle caratteristiche specifiche. L’unico grande svantaggio degli essiccatori deriva proprio dalla loro limitata capacità.

Fondamentalmente esistono due tipi di modelli di essiccatori: uno di tipo orizzontale ed uno di tipo verticale. I primi hanno la corrente d’aria orizzontale, poiché l’elemento riscaldante ed il ventilatore sono posizionati su un lato dell’apparecchio. Ciò comporta alcuni vantaggi evidenti: i sapori e gli odori dei vari prodotti in essiccazione non si mischiano, poiché ogni tipologia di alimento viene messo su un ripiano differente; è possibile procedere all’essiccazione di prodotti diversi contemporaneamente; tutti i ripiani ricevono eguale quantità di calore e di aria; i liquidi ed i succhi non gocciolano all’interno del motore dell’elemento riscaldante. Gli essiccatori di tipo verticale, invece, avendo l’elemento riscaldante ed il ventilatore posizionati alla base inferiore dell’apparecchio, presentano alcuni svantaggi come la possibilità che sapori ed odori pervadano tutti gli alimenti processati, soprattutto se si tratta di frutti e/o verdure differenti e che i liquidi ed i succhi gocciolino all’interno dell’elemento riscaldante stesso.

 

Articolo ripreso da romaorienta.it