Progettazione partecipata e Cohousing

Scriviamo questo articolo, in modo non eccessivamente tecnico bensì con un tono volutamente divulgativo, per esprimere dopo numerose richieste ricevute il nostro intento di mettere le nostre esperienze tecnicche, progettuali, negoziali e finanziarie a disposizione di chiunque intenda avvalersene per la realizzazione di un complesso coresidenziale.

Il termine cohousing, utilizzato per definire insediamenti abitativi composti da alloggi privati corredati da ampi spazi destinati all’uso comune e alla condivisione tra i cohousers, sta assumendo sempre maggiore importanza, non solo come forma di risparmio sui costi per l’acquisto di un alloggio ma anche  e soprattutto come desiderio di condivisione improntato alla solidarietà.

Effettivamente il cohousing si sta sempre più affermando come strategia di sostenibilità perché se da un lato la condivisione di spazi, attrezzature e risorse favorisce socializzazione e mutualità, dall’altro può portare alla costituizione di gruppi di acquisto solidale, all’implementazione del car-sharing ed alla localizzazione di servizi che favoriscono il risparmio energetico diminuendo l’impatto ambientale della comunità. Un buon progetto di cohousing non dovrebbe prevedere di accogliere più di trenta nuclei familiari.

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Desideriamo qui affrontare un aspetto importante legato alla strutturazione di nuclei coresidenziali: la cosiddetta progettazione partecipata.

Numerosi sono gli attori che intervengono nello sviluppo di un’iniziativa di cohousing, poiché essa  comporta un iter lungo e complesso, all’interno del quale la futura comunità coresidenziale riveste sin dall’inizio il ruolo della protagonista. E’ del resto non solo logico bensì auspicabile: si tratta della futura casa dove vivranno i futuri cohousers ed è giusto che, in termini di consapevolezza, coinvolgimento e responsabilità siano loro stessi a stabilirne le linee guida a partire dalla progettazione degli spazi, in particolare di quelli destinati all’uso comune.

I modelli di cohousing che offriamo trovano pertanto nella partecipazione il loro principio ed il loro alimento, poiché i nostri interlocutori non sono meri utenti finali bensì veri e propri committenti e promotori, anche ove l’individuazione dell’immobile, dell’area o del borgo da recuperare siano da noi individuati e proposti in via preliminare; I futuri acquirenti, che diverranno cohousers, partecipano pertanto attivamente al processo sin dalla sua fase embrionale investendovi risorse economiche, idee, capacità tecniche e manuali e, non da ultimo,  il proprio entusiasmo.

Un aspetto da analizzare con estrema attenzione, nel caso di autocostruzioni, sono inoltre le effettive capacità tecniche dei futuri cohousers, tenendo presente che qualsiasi attività edilizia dovrà svolgersi sotto la supervisione di tecnici abilitati e maestranze esperte.

Lo sviluppo di un progetto coresidenziale non è mai né breve né agevole, essendo innumerevoli i fattori che intervengono alla sua determinazione ed all’esito finale. Esso consta infatti di più fasi di sviluppo, che se da una parte consentono di frammentare l’iter che porta alla sua positiva conclusione, dall’altra consente pause di verifica ed eventuale sviluppo di nuove idee, purché attinenti alle indicazioni iniziali di massima.

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La primissima fase, inevitabilmente, è tutta nostra: è quella che riguarda l’individuazione e la valutazione di aree, superfici agricole, borghi dismessi, edifici che possiedano le caratteristiche adatte, non solo per accogliervi una comunità coresidenziale, ma anche quei caratteri ambientali, territoriali e di potenziale produttività agricola, eventualmente con l’aggregato della fattoria didattica e dell’attività ricettiva rurale, per poter essere vantaggiosamente proposti sulla base delle esigenze espresse dai promotori della futura comunità coresidenziale.

Una volta stabilito che, in linea di massima, la struttura può ritenersi adeguata, vengono approfondite le sue caratteristiche anche in base all’interesse che suscita tra i promotori e gli aderenti che man mano partecipano al progetto.

A questo punto viene stilato un progetto architettonico di massima, ancora suscettibile di variazioni e modifiche in corso d’opera prima della definitiva presentazione alle autorità competenti. Da quel momento le linee guida sono tracciate.

Da questo momento in avanti il progetto acquista carattere di ufficialità e ne vengono comunicati periodicamente gli sviluppi agli aderenti all’iniziativa; se ne sussistono le premesse, vale a dire se la comunità non è già strutturata, viene inoltre promosso all’esterno per stimolare l’interesse di eventuali ulteriori partecipanti.

Nel frattempo la manifestazione d’interesse si trasforma in prenotazione, attraverso la corresponsione di un anticipo a sancire volontà ed impegno economico.

Trasformato quindi l’interesse in impegno formale, e questo in contratti preliminari di compravendita, si pone mano alla realizzazione tecnica, senza trascurare un momento fondamentale: la progettazione partecipata che, se inizialmente ha espresso indicazioni di massima, da questo momento condiziona la scelta di soluzioni tecniche e dei materiali.

Va da sé che la progettazione partecipata, aperta a tutti i sottoscrittori dell’iniziativa, è uno strumento che i futuri cohousers utilizzano, attraverso scelte di natura tecnica, al fine di prendere decisioni relativamente allo stile di vita al quale intendono improntare il loro futuro complesso abitativo.
Una volta ultimata la realizzazione ed ottenuti i necessari collaudi e l’abitabilità gli alloggi vengono consegnati ai componenti la nuova comunità ed il cohousing è pronto per iniziare la propria esistenza autonoma.

Ferma restando l’individuazione preliminare delle possibili soluzioni abitative, appare evidente come soltanto i progetti capaci di stimolare interesse possono aspirare ad essere coronati dal successo. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che progettazione partecipata significa che i protagonisti dello sviluppo di un cohousing sono gli stessi cohousers.

Noi professionisti siamo, in un certo senso, soltanto facilitatori che possiedono abilità e competenze tecniche, normative, di negoziazione, finanziarie necessarie all’individuazione di possibili supporti regionali o comunitari qualora ne ricorrano i presupposti, ma sono i futuri cohousers a creare attraverso la loro visione lo spirito, oseremmo dire l’Anima e l’Energia, necessari presupposti per la nascita, lo sviluppo ed il consolidamento della futura comunità.

C’è chi è particolarmente attento alla sostenibiulità ambientale, chi all’utilizzo di energie rinnovabili, chi all’analisi del terreno per verificare quali coltivazioni possano esservi impiantate con successo, chi all’utilizzo dei materiali da costruzione ed alle soluzioni interne, chi richiede spazi da adibire ad un’attività professionale o artigianale, chi è attento alle esigenze dei bambini. La casistica è pressoché infinita. E ad ogni domanda è necessario trovare una risposta.

L’esperienza sui progetti  da noi promossi e portati a termine ci porta ogni volta ad acquisire nuove competenze, nella consapevolezza che non può esistere un modello unico da proporre, magari a moduli, poiché un cohousing è completamente differente, per le sue caratteristiche intrinseche e per lo spirito che lo anima, dal recupero tradizionale di un immobile per civile abitazione.

L’aspetto stimolante di questo lavoro risiede nel fatto che, sin dalla prima fase propositiva, si tratta ogni volta di iniziative estremamente articolate, pregne di sfumature, dove tanta parte dev’essere lasciata al dialogo con e fra i partecipanti affinché esprimano confrontandosi le proprie aspettative. E’ oltremodo interessante osservare come idee, convincimenti e aspettative siano invariabilmente destinate a mutare, amalgamarsi e, fondendosi in un insieme armonico, dar vita attraverso il contributo di tutti a qualcosa di nuovo rispetto a ciò che promotori e partecipanti avevano immaginato individualmente. Ed è bello osservare queste persone, che, dapprima perfette sconosciute fra loro, diventino progressivamente amici, anzi una comunità.

La nostra prima esperienza risale al 2009, con la progettazione di una fattoria didattica destinata ad una conduzione comunitaria in Val di Taro. Possiamo affermare che in questi anni non abbiamo mai visto due casi uguali, ma un tratto è comune: funzionalmente alla bontà ed all’entusiasmo suscitato dal progetto sono gli stessi aderenti a farsene promotori presso amici e conoscenti, utilizzando uno strumento a torto ritenuto arcaico, ma in realtà solidissimo, se il prodotto è valido: il passaparola.

I momenti di progettazione partecipata sono altresì fondamentali perché i partecipanti apprendano a conoscersi, a dialogare e, perché no, a misurarsi esprimendo senza remore aspettative e desideri, cementando un vincolo elettivo che si fa sempre più tenace.

In realtà il processo non si conclude con la consegna degli alloggi perché, inevitabilmente, attraverso la vita quotidiana nascono nuove esigenze o si notano aspetti che nella fase progettuale erano sfuggiti. E ci ritroviamo quindi ad accompagnare la nuova comunità nei suoi primi passi, magari addirittura per un biennio.

Alberto C. Steiner

Cohousing a Monza una avventura da dimenticare

Stanno per essere diffusi nella città di Monza i risultati di un’indagine esplorativa svoltasi a partire dal novembre scorso ed il cui bando si è chiuso l’8 gennaio, finalizzata all’acquisizione di manifestazioni di interesse per la realizzazione di un edificio polifunzionale. Destinato a coresidenza per giovani studenti e lavoratori, giovani coppie, centro di quartiere con servizi per l’aggregazione e la socializzazione oltre che per formazione e lavoro, verrebbe realizzato in un’area situata tra le vie Andrea Lissoni e sant’Andrea, prospiciente il Parco, edificando su campi di calcio dismessi.

L’oggetto riguardava una palazzina della superficie di 3.930 mq nella quale ricavare 30 miniappartamenti, sita sulla medesima area dove sorgeranno quattro palazzi privati, acquisita dal Comune in conto oneri per una licenza edilizia concessa alla società di web-hosting Aruba in un altro quartiere cittadino. Nell’avviso diffuso a novembre erano previsti appartamenti in vendita, in locazione a canone agevolato ed eventualmente forme di affitto/riscatto.

L’idea è nata dal fatto che anche nel capoluogo della Brianza l’emergenza casa si fa sentire, e l’Amministrazione comunale aveva pensato di sviluppare una residenza in cohousing sociale, poiché andare a vivere da soli è la grande scommessa che gran parte dei giovani stanno cercando di vincere: affitti alti, mutui impossibili da ottenere, sempre meno soldi in tasca sono ostacoli noti ai ragazzi che tentano di affrancarsi da mamma e papà.

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L’idea è partita dallo staff dell’attuale sindaco Roberto Scanagatti, che ha avviato con serietà e determinazione un’opera di ricostruzione, prima di tutto etica basata sulla fiducia, sulla trasparenza e sulla partecipazione. Da sempre intollerante verso gli sprechi, una delle azioni più incisive sin qui condotte dall’attuale giunta è chiarra nello slogan Consumo del territorio uguale a zero. Naturalmente non significa impedire lo sviluppo della città, ma scegliere di usare le aree dismesse, notevolmente estese e spesso  da bonificare da svariati materiali inquinanti, salvando le aree verdi e quelle agricole e favorendo  l’edilizia bioclimatica per migliorare la qualità ambientale.

Per chiarire il concetto, in città non si è ancora spenta l’eco di una querelle ventennale che aveva per oggetto un grande appezzamento di terreno agricolo sottoposto a tutela ambientale acquisito dall’esponente di un noto gruppo imprenditoriale che intendeva ricavarne una lussuoso complesso residenziale.

Ed ora, prima di riportare gli esiti dell’indagine, mi sia consentita una divagazione, niente affatto peregrina ma utile ad inquadrare il contesto di una città dove la previsione di espansione edilizia prevista nella variante al PGT era abnorme, di una città dove il dettagliatissimo PRG messo online nella primavera 2002 è scomparso dai server (e chi lo possiede si comporta, giustamente, come se custodisse i Rotoli del Mar Morto) per lasciare il posto al vecchio PRG risalente al 1971.  Di una città dove da oltre un decennio la popolazione è stabile e il fenomeno degli alloggi sfitti non diminuisce: significa che i proprietari, in non rari casi di notevoli patrimoni immobiliari, preferiscono tenere gli appartamenti chiusi piuttosto che affittarli ad un canone non di loro gradimento.

Di una città, infine, dove nel 2002 a chi scrive venne conferito dall’allora sindaco l’incarico riservato di monitorare aree dismesse ed immobili inutilizzati per individuare – nell’ottica della provincia di Monza e Brianza allora in fase di cosituzione – spazi di ricettività turistica che andasse oltre i pochi alberghi cittadini, oltre che residenziale da considerare per edificazioni convenzionate per accogliere nuovi residenti.

L’incarico era talmente riservato che dopo un quarto d’ora lo sapeva tutta la città… ma non siamo a Los Angeles.
Nel pomeriggio del giorno successivo al conferimento dell’incarico chi scrive incontrò (casualmente?) in una delle (tre) centralissime vie della città la facoltosa proprietaria di uno sterminato patrimonio immobiliare che, salutandolo, così lo apostrofò: “Ma ingeggnuere, cosa ciui sta combinando! case popolari in ciuentro? Ma per i poveri ci sono Bresso, Cinisello, Muggiò!… E poi anche lei abita qui, è un po’ come sentirsi traditi da uno di noi…” Aria finto contrita (la mia) e poi via con il carico da undici circa il messaggio mafioso affidato alla garrula proprietaria. Per la cronaca lo scrivente completò l’incarico ma, sempre per la cronaca, non se ne fece nulla.

Ed eccoci dunque all’esito dell’indagine esplorativa. Interesse da parte dei potenziali acquirenti od inquilini: tantissimo. Interesse da parte dei potenziali costruttori, cooperative comprese: zero.

Sviluppo e tutela del territorio l’argomento principale all’Assemblea nazionale degli Alberghi Diffusi

Portico di Romagna, incantevole borgo situato alle pendici dell’ Appennino Tosco-Romagnolo nel comprensorio delle Foreste Casentinesi, è una località che conosciamo bene. Ieri, nell’ottocentesca cantina dell’albergo diffuso Al Vecchio Convento trasformata in sala conferenze, si è svolta la tredicesima assemblea nazionale dell’Associazione Alberghi Diffusi, che raggruppa oggi 81 realtà sparse sul territorio nazionale.

KryptosLife - Portico di Romagna

Lasciamo alle parole del presidente Giancarlo Dall’Ara la migliore e più realistica istantanea di una realtà dinamica ed in crescita nel rispetto del territorio e delle sue specificità: “Difficile sintetizzare in poche righe i risultati della nostra Assemblea Nazionale.
Dovrei dire che anche questa assemblea si è svolta in uno spirito di collaborazione che non sempre vedo altrove. Che gli alberghi diffusi crescono sia numericamente che qualitativamente. Che c’è molta voglia di fare rete, di imparare gli uni dagli altri. Che sono molte le realtà gestite da giovani, o interamente al femminile. Che c’è molta passione nei discorsi e nei progetti.
Che sono molti i progetti innovativi in cantiere, e i casi di eccellenza. E anche che è alto l’interesse che abbiamo registrato verso di noi da parte del Trade.

Kryptoslife - Assemblea Albergo Diffuso

Abbiamo cercato tutti assieme di rafforzare il nostro movimento, i legami con altre realtà che credono nello sviluppo turistico dei borghi, che credono nella sostenibilità e nella centralità della persona nel mondo dell’ospitalità.
Personalmente sono contento del livello di eccellenza registrato sul web in termini di reputazione collegata al nostro modello. Sono contento dei risultati sinora raggiunti anche in termini di visibilità.
Diciannove Regioni hanno una norma, ripresa più o meno bene dal nostro modello.
Gli alberghi presenti venivano dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Calabria, dalla Campania e dal Molise….e, da nord, da Piemonte, Lombardia e Liguria. Insomma abbiamo fatto parecchia strada, e immagino che presto saremo un centinaio.”

Nell’occasione è stato presentato, e degustato, un vino speciale, dedicato agli Alberghi Diffusi. Si chiama Memoriae.

Kryptoslife - Memoriae vino alberghi diffusi

Albergo Diffuso sull’altipiano di Forgaria si chiama Monte Prat

Nel cuore del Friuli l’altopiano di Monte Prat si sviluppa ad un’altitudine media di 800 metri su un incantevole balcone naturale e consiste in una una distesa verde di prati e borghi rurali ristrutturati dove si trovano le case dell’Albergo Diffuso.
L’altopiano di monte Prat è raggiungibile da Majano o da San Daniele del Friuli seguendo le indicazioni per Forgaria ed attraversando il fiume Tagliamento sul ponte di Cornino. Giunti alla frazione di Grap ci si ritrova in piazza Julia dove si può parcheggiare l’auto per proseguire a piedi mentre su tutto vigila lo sguardo attento del grifone, maestoso nel suo volo.

Kryptos - Monteprat - Cartografia

L’albergo diffuso Forgaria Monte Prat è nato nel maggio 2003 da un’idea sorta spontaneamente tra alcuni compaesani. I fabbricati che si trovavano sull’altipiano, il più antico dei quali risale all’anno 1775, e che fungevano da residenza estiva erano prevalentemente rurali, con la stalla sotto e l’abitazione al piano superiore, tutti costruiti in pietra locale per ospitare bestiame e popolazione che, all’inizio dell’estate e sino ad autunno inoltrato, si trasferiva sull’altipiano.

Come in tante altre località montane, negli anni ’50 del secolo scorso con l’avvento delle prime industrie, abitudini ed economia locali mutarono e l’altipiano di Monte si spopolò. Il terremoto del 1976 portò all’abbandono quasi totale del promontorio. Quando si riprese a ristrutturare ed edificare sull’altipiano di Monte Prat, la popolazione si rese conto dell’importanza della tipicità dei fabbricati, che vennero adeguatamente censiti. Venne creato il Parco di conservazione di Monte Prat e, grazie ad un piano regolatore lungimirante, vennero stabilite direttive chiare sulle caratteristiche che dovevano e devono tuttora avere le case edificate e ristrutturate. Tant’è vero che, a tutt’oggi, la pietra locale caratteristica deve essere presente nella totalità degli edifici o almeno in buona parte.

Kryptos - Monteprat - Autunno

In questo contesto e con queste rigorose premesse, connotate alla mentalità friulana che, quando decide una cosa, non ammette deroghe, è nato l’Albergo Diffuso Forgaria Monte Prat, disteso ai piedi del maestoso Monte Cuar, ricercata meta di un turismo escursionistico sempre più esigente.

Le antiche case della transumanza, isolate o inserite in microborghi rurali e ristrutturate rispettando la tipologia tradizionale della seconda metà dell’800, si presentano in spazi intervallati da prati e radure boschive, uniti tra loro da sentieri secolari.
L’ospite gode completamente della casa, in un luogo dove rigenerare corpo e mente in un ambiente sicuro adatto anche ai bambini più piccoli. Ogni casa è unica, incorniciata da uno splendido paesaggio che muta il suo aspetto con il cambiare delle stagioni.

 

Kryptos - Monteprat - Altopiano Forgaria

Progettare un ecovillaggio per elevare la qualità della vita: Vallesanta

Vallesanta, immersa nella Foresta Casentinese a 750 metri di altitudine nel cuore dell’Appennino Tosco-Romagnolo e sulla strada che collega il Monastero di Camaldoli ed il Santuario della Verna, è una frazione dell’abitato di Corezzo, un borgo che durante i mesi invernali conta solo poche decine di abitanti, ma che in estate si risveglia arrivando ad ospitarne diverse centinaia.

Anche questo luogo ha subito il destino che, dal dopoguerra, ha accomunato numerose località di montagna: progressivo spopolamento in ragione dei mutamenti sociali dovuti al passaggio dalla civiltà agro-pastorale a quella industriale, terreni agricoli abbandonati, indebolimento del tessuto sociale.

Vallesanta - Collocazione geografica

Lo scenario che avevamo descritto nell’articolo Cohousing rurale montano e salvaguardia del territorio pubblicato in queste pagine il 14 giugno scorso: e quindi scuole dismesse e negozi chiusi, nessun servizio e, inevitabilmente, il disgregarsi della comunità locale superstite.
Fortunatamente alcune persone sensibili alla storia del territorio, inizialmente per aggregazione spontanea e successivamente dandosi una denominazione, uno statuto, un regolamento ed un progetto, hanno pensato a come fare per riportare nuovi abitanti in questa zona montana, creando stimoli ed opportunità concrete per famiglie e singoli motivati a stabilirvisi, portando nuova linfa e nuove prospettive per un futuro vivibile. Badando bene a non correre il rischio di creare un museo all’aperto o un borgo della ruralità intellettuale da salotto.

Appurata l’esistenza di un crescente interesse da parte di altre persone ecologicamente e socialmente motivate a tornare a vivere in zone ormai abbandonate e selvagge, con l’intento e la capacità di recuperare un territorio di elevato valore ambientale e paesaggistico, si sono dati da fare. E qui, giusto per non dilungarci, preferiamo ricorrere ad un’ulteriore autocitazione: Perché vivere in un ecovillaggio, articolo da noi pubblicato in questo sito il 23 giugno scorso.

Vallesanta - Borgo

Le disponibilità finanziarie erano modeste ma grazie alla Regione Toscana qualche finanziamento è arrivato. Il Decreto Regionale 51/2004 prevede infatti agevolazioni per l’attuazione di interventi nel campo di bioarchitettura e bioedilizia, concorrendo per una disponibilità complessiva di 13 milioni di Euro alla realizzazione di interventi riferiti ad organismi abitativi con caratteristiche di sostenibilità ambientale e che favoriscano le relazioni umane e sociali. La norma risale a nove anni fa, ma sappiamo come le regioni Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Toscana siano state pioniere sotto il profilo legislativo, tant’è che la disposizione legislativa prevede persino l’autocostruzione.

Alta qualità del vivere, e politica del fare, del rimboccarsi le maniche. Di case abbandonate nei boschi non ne mancano e allora si progetta un futuro sostenibile, fatto anche per famiglie con bambini. Il progetto del Villaggio Ecologico in Vallesanta cerca quindi di realizzare un’offerta accessibile e attraente per chi è intenzionato a stabilirvisi, creandosi un’abitazione sana ed economica e occupazioni legate al territorio.

Nelle intenzioni dei suoi promotori l’ecovillaggio non sarà un’enclave isolata, ma collaborerà con persone, associazioni, enti e istituzioni a livello locale, nazionale e internazionale. A livello locale esistono già da diversi anni collaborazioni con l’Amministrazione Comunale di Chiusi della Verna, con le Pro-Loco della zona, con l’Ecomuseo del Casentino e con associazioni presenti sul territorio, nell’intento di creare sinergie utili a sostenere la qualità del vivere in una zona marginalizzata.

Particolarmente intenso è il legame con la piccola scuola di Corezzo, grazie alla quale negli anni diverse famiglie hanno deciso di insediarsi nella zona, e con la quale sono state realizzate varie iniziative di carattere culturale e ambientale. Inoltre l’arrivo recente di alcune famiglie richiamate dal progetto dell’ecovillaggio ha permesso di allontanare la minaccia di chiusura della scuola.
Il progetto è sin dall’inizio animato dall’intento di realizzare abitazioni a minimo impatto ambientale, utilizzando materiali locali, naturali, biodegradabili – legno, paglia, terra – e per quanto possibile di recupero, per ottenere case veramente ecologiche e che rispondano a criteri di alta efficienza energetica, obiettivo decisamente difficile e costoso da ottenere nelle vecchie case in pietra.
Le abitazioni saranno armoniosamente inserite nel paesaggio, quasi a confondersi in esso, ma al tempo stesso raggruppate intorno a spazi comuni finalizzati a creare una tipologia di insediamento che risponda a uno stile abitativo frutto di un approccio rispettoso dell’ambiente, della socialità, della condivisone. E dell’autocostruzione, obiettivo da realizzare nel modo più ampio possibile nel rispetto delle vigenti leggi in materia.

La vicinanza all’abitato di Corezzo è chiaramente considerata una risorsa per consentire l’integrazione con la comunità locale preesistente e per la fruizione di servizi come scuola, negozi, mezzi pubblici, ambulatorio medico.

L’inizio dei lavori è ormai prossimo e il Comitato per la realizzazione del villaggio cerca nuovi aderenti, facendo sapere che ogni nucleo familiare che intendesse aderire all’iniziativa potrà beneficiare di un contributo fino a 35.000 euro, finalizzato all’autocostruzione partecipata della propria abitazione.

Il progetto prevede la realizzazione di 14 unità abitative autonome, 8 delle quali da terminare entro giugno 2016, provviste di sala polivalente, officina ofalegnameria, lavatoio, orti comuni, frutteto. E’ prevista la gestione condivisa e responsabile dell’acqua e delle fonti energetiche.

Vallesanta - Area di progetto

 

Al fine di cautelarsi il Comitato rende noto che aderire al progetto significa prendere parte ad un percorso di costruzione di fiducia reciproca. Per tale ragione l’adesione è subordinata ad un periodo di conoscenza ed all’accettazione degli attuali aderenti. Per consentire la partecipazione al Bando tutti gli aderenti versano inoltre una quota paritaria di 15.000 Euro per nucleo famigliare, in parte investiti come partecipazione alla Cooperativa ed in parte per la realizzazione delle case, anche attraverso lo svolgimento di attività lavorative comuni.

Il Borgo senza nome di Frasnedo

La strada asfaltata in ripida ascesa cede il passo a quella sterrata e chi la percorre difficilmente si accorge di alcuni tetti in beola a malapena visibili oltre il ciglio della carreggiata.

Un breve sentiero in discesa e, in poche decine di metri, si è in un luogo senza tempo e senza vita: nove edifici, o meglio quel che ne resta, alcuni addossati, altri isolati, uno slargo, una fontana. Niente infissi, niente serramenti, muri e tetti parzialmente crollati, interni invasi da arbusti che hanno ormai preso il sopravvento.

La maggior parte degli abitanti di Verceia, nei tempi antichi quando il Pian di Spagna, prima della bonifica, era terra di malaria, viveva qui. Un giorno iniziarono ad andarsene, chi nell’attuale agglomerato sulla sponda del lago, chi negli Stati Uniti, chi in Argentina e chi in Australia. Come spesso accade, questi ultimi non tornarono, e neppure i loro figli o nipoti si fecero mai vivi.

Per effetto degli assi ereditari qualcuno si ritrovò così comproprietario di un pezzo di casa unitamente a cugini ed altri parenti. Un pezzo di casa inutile.

Ora il borgo, in stato di totale decadimento, potrebbe essere recuperato per farne, unitamente al bosco circostante, un luogo destinato ad ospitare dei residenti che vogliano vivere con spirito comunitario nel rispetto della natura.

La difficoltà oggettiva consiste nel ricomporre i segmenti di proprietà: un vero e proprio lavoro certosino. Le possibilità di realizzazione esistono, a condizione di condurre l’intervento con ritmi lenti e nel rispetto dell’anima del luogo. Ne riparleremo a tempo debito. Per ora godetevi le immagini di questo luogo magico.

Borgo di Frasnedo panoramica

Un luogo incontaminato

Campo di Brenzone il borgo abbandonato che accoglie solo chi ne rispetta le antiche pietre

In posizione incantevole a mezza costa sulla sponda veronese del lago di Garda, all’ombra del monte Baldo e circondato da campi di ulivi secolari, un pugno di case pressoché disabitate aspetta di essere riportato a nuova vita: è Campo, un antico borgo dal quale si gode la vista di tutto il Garda.

Lontano dalla strada e non accessibile in auto, ma in quindici minuti di camminata si giunge in riva al lago. Numerosi sentieri indicati da segnavia portano in vetta al monte Baldo, per chi non vuole faticare scalabile in cabinovia dalla vicina Malcesine.

Campo, situato a 45°42′ N 10°46′ E ed il cui toponimo deriva dai campi coltivati ad ulivi, è una frazione di Brenzone, con i suoi 50 km2 di estensione territoriale il comune più vasto del Veneto, e la sua esistenza è riscontrabile sin dall’anno 1023; oggi consta di un abitante censito, in realtà i residenti sono ben… nove facenti capo a due nuclei familiari.

La via che conduce a Campo sale dal lago stretta fra le antiche case, selciata e molto ripida. Appena termina l’abitato appaiono i primi ulivi, che accompagnano il rimanente percorso in una campagna curata, caratterizzata da terrazzamenti con muretti a secco e da un panorama mozzafiato: in basso si vede la chiesa di San Giovanni di Magugnano, sullo sfondo della sponda bresciana con le alte scogliere che cadono a picco sul lago ed il santuario di Montecastello.

Presto si giunge alla valle detta della Madonna dell’Aiuto, percorsa da un torrente quasi sempre in secca, e superato un ponticello in muratura, la visione che si schiude raggiungendo l’antico borgo medievale ripaga di ogni fatica.

Oltre che dalle pittoresche case in pietra arroccate, disabitate e raccolte su se stesse attorno ai resti del castello ormai ricoperto dalla vegetazione, attorno al quale si è sviluppata la frazione, Campo è caratterizzato da vasti uliveti, da un fitto bosco di lecci e faggi e dalla chiesetta romanica dedicata a San Pietro in Vincoli eretta tra il XII ed il XIV Secolo, un piccolo scrigno che conserva pregevoli affreschi d’influenza bizantina databili al 1358 e… qualche misteriosa particolarità.

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Il borgo è raggiungibile esclusivamente a piedi poiché la stradina carrabile, recentemente realizzata grazie ai fondi regionali funzionalmente al progetto di recupero, non è percorribile dai non residenti ed è anzi provvidenzialmente sbarrata ben prima di giungere all’agglomerato. Ma ciò non impedisce a numerosi turisti di visitare Campo, noto per essere uno dei punti più spettacolari della costa lacustre veneta; trattasi fortunatamente di un turismo di nicchia attento alle sfumature della natura e felice di sapere che l’unico punto di ristoro è costituito dall’antica fontana in pietra.

Durante il periodo medioevale, Campo e tutta l’area gardesana passarono sotto varie dominazioni: scaligera, viscontea, carrarese fino ad arrivare alla Repubblica di Venezia e, a partire dal 1797, seguirono le vicende napoleoniche ed asburgiche sino al termine della I Guerra Mondiale.

Rimarcabile il fatto che nel territorio di Brenzone non esistesse una via comoda per raggiungere Verona o Trento, poiché la stessa morfologia della catena montuosa ricca di strapiombi sui due versanti e chiusa dal lago sul versante occidentale, e dalla Val d’Adige su quello orientale, la rendeva un’immensa fortezza naturale, accessibile soltanto da nord o da sud; ciò permise a borghi come Campo di rimanere in gran parte immuni dalla penetrazione del potere cittadino.

Ancora oggi le strade che corrono a mezza costa, per lo più mulattiere selciate e delimitate per lunghi tratti da muretti a secco, ricalcano sentieri e piste antiche costituendo una fitta rete di tratturi colleganti le diverse contrade e la zona abitata con le rive del lago da una parte e, dall’altra, con la zona olivetata, i boschi e i pascoli, come ad esempio il sentiero che da Magugnano-Marniga porta, attraverso Campo, ai pascoli di Prada e a San Zeno di Montagna. Va annotato che il comune di Brenzone aveva giurisdizione sui pascoli sino a Cima Telegrafo e a Cima Coal Santo.

Questi sentieri, arterie vitali del versante occidentale del Baldo, cominciano ad essere fitti proprio a nord di Punta San Vigilio; da Garda partiva invece la strada in costa detta Cavalara, che riuniva i piccoli centri rivieraschi e quelli sopracosta.

Campo si trova al punto di confluenza di diverse mulattiere; in particolare, fino agli inizi del XX Secolo, erano importanti quella che da Castelletto, attraverso Biasa, giunge al borgo, detta strada vicinale di Campo e quella che da Magugnano-Marniga saliva verso Prada, detta strada comunale della Cà Romana o strada comunale di Campo.

Queste due arterie s’incrociavano proprio a Campo e proseguivano nella strada comunale di Caprino che attraverso Torri, Monte Motta e Pesina costituiva l’unica via di collegamento fra le contrade dell’alto lago e quelle del basso lago e dell’entroterra gardesano, in particolare Caprino, nodo delle vie di comunicazione dell’entroterra veronese e importante centro di mercati del bestiame.

Per queste mulattiere, che a tratti passano anche sotto i portici delle case, si saliva a piedi, o con animali da tiro e le tipiche slitte di fabbricazione locale, le sbarusole, sbarossole o carièle. Ancora oggi sulle pietre del selciato molto levigate si possono notare i solchi lasciati dal frequente passaggio delle slitte.

I muretti di contenimento, detti marogne, costituiscono il limite perimetrale dei sentieri nelle zone a terrazzamenti o a pascolo e sono un elemento tipico del paesaggio collinare e montano non solo lacustre, ma di tutto il territorio veronese; sono realizzati in blocchi sbozzati di pietra, faccia a vista e a secco, ricavati dallo spietramento dei campi messi a coltura o a pascolo ed in alcuni punti aperti da piccoli barbacani per favorire lo scolo delle acque dai campi nei periodi di abbondanti precipitazioni.

Del resto, la ristrettezza e le asperità del territorio, confinato tra il lago e le impervie e scoscese pendici del Monte Baldo, spesso solcate da valli profonde e torrenti, hanno comportato notevoli difficoltà nel realizzare vie di comunicazione terrestre, rendendo per secoli le comunicazioni via terra praticamente impossibili e non favorendo lo sviluppo di centri abitati che non fossero, fino alla prima metà dell’Ottocento, modesti nuclei sparsi collegati da mulattiere e sentieri stretti tra muri a secco.

Proprio per tale ragione intense ed importanti furono invece le comunicazioni per via d’acqua che produssero vivaci rapporti, anche familiari, tra le opposte sponde lacustri

La via lacustre, tra tutte le vie di transito era sicuramente quella più veloce, comoda, frequentata e, in alcuni periodi, anche meno pericolosa e quindi meno costosa, rimase fondamentale nelle diverse epoche e sotto i vari domini fino agli inizi del Novecento.

Tra l’altro la Via dell’Ambra, che aveva origine nella penisola dello Jutland e, percorrendo i corsi dell’Elba e dell’Inn, valicate le Alpi attraversava il Garda e la Val d’Adige per sfociare sulle coste del Mediterraneo e delle regioni dell’Oriente.

Sino ai primi decenni del Novecento l’economia locale, oltre che dalla pesca e dalla navigazione, dipendeva prevalentemente dalle attività legate alla terra: allevamento di bachi da seta, produzione casearia come attestano le numerose malghe tuttora esistenti, coltivazione di ulivi. Da ricordare anche la produzione di legna e di due importanti derivati: lignite e calce. Per la produzione di quest’ultima, destinata principalmente all’esportazione, venivano utilizzate particolari costruzioni in pietra di forma circolare, le calchére, alcune delle quali visibili ancora oggi.

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Cohousing responsabile e lotta alla fame

Frutti e ortaggi che non rispettano le misure standard vengono buttati via,poiché agricoltura meccanizzata e vendita di massa richiedono uniformità.

Tutti abbiamo presenti quelle mele tutte uguali: tonde, verdi gialle o rosse come quella di Biancaneve, passate a cera. O la carne di un rosso improbabile, nei banchi frigo dei supermercati massimamente rappresentata da fettine, costate, roast-beef…SlowFood

La quantità di cibo che viene sprecata e buttata via nel mondo potrebbe saziare tre miliardi di persone, ben oltre i 900 milioni censiti come coloro che soffrono la fame. Secondo quanto dichiaratoci da Slow Food solo in Italia, e dalla filiera, non dalla mancata vendita, vengono sprecate 4.400 tonnellate giornaliere di cibo, con le quali si potrebbe sfamare una città di tre milioni di abitanti.

Niente di nuovo, purtroppo… Vandana Shiva, vicepresidente di Slow Food e presidente del movimento ambientalista Navdanya ha recentemente dichiarato: “Il 50 per cento del cibo prodotto negli Stati Uniti viene gettato o non utilizzato” aggiungendo “Invece di un grande business legato alle monoculture, abbiamo bisogno di fattorie che preservino la biodiversità. Monoculture come la soia non risolvono i problemi legati al cibo, ma li creano. Si tratta di un circolo vizioso” ha concluso “perché il circuito della produzione industriale ha bisogno dello spreco per creare surplus”.

Per parte nostra, oltre a condividere l’indignazione per tale spreco in nome del solito Moloch, affermiamo la nostra propensione per la biodiversità, che le multinazionali delle sementi si guardano bene dal favorire. Aggiungiamo infine che, per quanto è nelle nostre possibilità, attraverso la promozione e la progettazione di comunità coresidenziali ecocompatibili stiamo muovendoci nella direzione della maggior tutela di un’agricoltura locale e non invasiva, rispettosa delle specie e del territorio. Una goccia nel mare? Chissà…

Perche’ vivere in un ecovillaggio

Vivere in un ecovillaggio: protesta verso il sistema, sogno romantico, utopia? No, semplicemente una scelta razionale motivata a dare priorità nella propria vita ad aspetti quali il senso di comunità, l’ecologia, la spiritualità.
L’idea non è né recente né innovativa, trattandosi della naturale evoluzione del villaggio tradizionale, dove l’essere umano, durante gran parte della sua storia, ha vissuto in armonia con la natura, non consapevolmente, ma in quanto ciò rappresentava l’unica possibilità. L’Ecovillaggio odierno è una comunità intenzionale di persone pienamente consapevoli di vivere in modo che rema in direzione contraria alla spinta della società circostante. Il sentimento di appartenenza ad una comunità viene da lontano, è innato nella natura umana.

La tecnologia, l’organizzazione sociale, la nascita delle metropoli, la corsa verso il successo individuale han dato l’illusione che il nuovo essere umano non avesse più bisogno dell’appoggio di una comunità, creando la spinta verso una vita sempre più individualista e solitaria. Evoluzione ben rappresentata dall’anonimo palazzone cittadino, dove un numero svariato di vite sono rinchiuse tra queste mura, cercando una nicchia di intimità dietro spesse porte blindate di appartamenti tutti uguali, ignorando completamente l’esistenza di vicini sovente visti solo come una molestia. La vita di comunità è l’opposto, è il compromesso di vivere in un gruppo, di solito non troppo numeroso in modo che tutti i membri si conoscano personalmente.

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Nulla a che vedere con lo stereotipo che tutti abbiamo in mente quando pensiamo alle comunità, la comune hippy degli anni Sessanta: comunione dei beni, amore libero, chitarre e liberta’… Alcuni ecovillaggi praticano si’ la comunione dei beni, ma la vera essenza di comunità, più che nell’ottimizzazione dei beni materiali che ovviamente è ricercata, è esaltata nell’appoggio reciproco.

Un gruppo su cui contare vuol dire miglioramento della qualità di vita, per esempio attraverso la cura condivisa dei bambini, la possibilità di facilitare e rendere più attraenti lavori comunitari, la creazioni di posti di lavoro all’interno della comunità. Inoltre la vita comunitaria è un costante stimolo alla crescita personale, poiché persone a stretto con- tatto quotidiano sono obbligate a confrontarsi su scelte in comune, a discutere, a parlare apertamente dei problemi che invariabilmente sorgono e questo migliora la comunicazione con gli altri e con se stessi ed aiuta a vedere con più chiarezza il nostro misterioso mondo inconscio. L’armonia della vita comunitaria si ripercuote conseguentemente nella cura dell’ambiente circostante. La concezione di tutela ambientale si attua prevalentemente tentando di produrre la maggior parte del cibo che si consuma, coltivando orti vicino alle case, affidandosi a energie rinnovabili, riducendo i consumi e limitando l’utilizzo delle automobili.

Pensiamo solo ai bambini, che in un ecovillaggio possono trascorrere le giornate scorrazzando per le strade del villaggio prive di auto, giocando nei giardini comunitari, senza necessità della miriade di giochi che popolano la vita dei bambini cresciuti negli appartamenti.
Infine la spiritualità, che racchiude aspetti controversi in quanto storicamente fraintesa con la religione. La spiritualità è ben altro: accompagna in modo naturale il rallentamento dei ritmi e il contatto con la natura, poiché il materialismo non è sufficiente a saziare l’innata curiosità dell’essere umano. La spiritualità significa arte, musica, contempla- zione, meditazione, riflessioni.

Il movimento degli ecovillaggi, infine, si associa spesso ad altri movimenti quali la permacultura o la decrescita, termini che in tanta gente evocano scenari di ristrettezze, di ritorno all’età della pietra e di rinuncia. Nulla di tutto ciò, significa semplicemente ricercare il benessere attraverso forme che prediligono l’armonia con la natura e l’ambiente.

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Le immagini a corredo sono state riprese nel borgo abbandonato di Campo di Brenzone, situato sulle prime alture del Garda Veronese in corrispondenza del Monte Baldo. Il borgo, del cui primo impianto si hanno notizie a partire dal XV secolo, possiede le caratteristiche ideali per essere recuperato trasformandolo in ecovillaggio, abbinandovi eventualmente un’attività a vocazione turistica.

 

Cohousing rurale montano e salvaguardia del territorio

Alpeggio BittoPrati fioriti di mille colori, alte vette che fanno da quinta, aria cristallina, mucche sparse a brucare che sembrano messe lì come in un presepe, il mandriano, i cani, le baite, il formaggio saporito, il burro giallo che si conserva nell’acqua gelida del torrente mentre la polenta brontola nel paiolo sul fuoco del camino…
Riusciamo a immaginare cosa c’è veramente dietro bei paesaggi e buoni formaggi, ricordi e suggestioni, sapori e folclore?

Non è solo questo l’agricoltura in montagna. Qui gestione, manutenzione, valorizzazione di territorio e paesaggio non sono opera di giardinieri, ma il frutto di un’attività economica e produttiva che per millenni ha costituito la principale fonte di sostentamento e il centro identitario e culturale del territorio e delle popolazioni.
Le tracce di questa cultura e di queste attività improntano tuttora in modo indelebile e diffuso il territorio, il paesaggio, i modi di vivere, le tradizioni, l’architettura, i cibi, i prodotti alimentari ed i manufatti artigianali lasciando, in montagna forse più che altrove, i segni di un’identità forte che agli occhi degli estranei viene percepita come luogo di tradizioni senza tempo.

Una storia millenaria ha costruito in Alpe il paesaggio di cui oggi godiamo come straordinario testimone che ci racconta la vita delle sue genti e ci apre alle belezze di ambienti frutto di fatiche secolari poiché, all’interno di questo sistema che ha funzionato perfettamente fino ad alcuni decenni fa, la valorizzazione delle risorse pastorali è stata una delle chiavi di successo e di sopravvivenza delle popolazioni, armonico ed equilibrato rapporto tra risorse del fondovalle e degli alpeggi che ha permesso lo sviluppo di forme integrate di economia agricola con l’allevamento permanente di bestiame da latte.

L’attività degli agricoltori montani ha consentito di creare forme ingegnose di transumanza verticale che hanno costruito nel tempo un paesaggio variegato fatto di aperture tra i boschi, prati e maggenghi, pascoli di alta quota, nuclei rurali ed architetture tipiche che costituiscono il pregio di tante località montane.
Eppure anche la montagna è cambiata e sta cambiando, anche se questo può non apparire agli occhi dei frequentatori occasionali, e non parliamo di mutamenti dovuti all’incremento di strade, case, capannoni che hanno invaso e imbruttito i fondovalle, quanto di cambiamenti più profondi e meno evidenti. Fra tutti la riduzione quando non la scomparsa dell’agricoltura e con essa, pur se a più lungo termine, della biodiversità e della bellezza paesaggistica dei luoghi.

Due tendenze opposte originano tale pericolo: da una parte l’intensificazione dello sfruttamento e, dall’altra, il suo abbandono. I fondovalle, considerati superfici pregiate, sono utilizzati in modo sempre più intensivo dallo sviluppo di un’urbanizzazione indiscriminata e da un’agricoltura che, assumendo sempre più i caratteri tipici della pianura, è ormai diventata di tipo periurbano.

Alle quote più elevate e meno accessibili i terreni vengono invece spesso abbandonati, e prima o poi riconquistati dal bosco. Se il ritorno del bosco può apparire positivo perché riduce l’impatto negativo dell’uomo su natura e paesaggio, costituisce in realtà un pericolo perché spesso le zone abbandonate sono proprio quelle più importanti ai fini della conservazione della biodiversità florofaunistica, oltre che per la diversità dei paesaggi. E senza trascurare l’incontrollato proliferare di animali selvatici che, non trovando di che nutrirsi, devono necessariamente essere abbattute. Innegabilmente, il ritorno del bosco migliora la stabilità delle pendici.

Per queste ragioni l’atteggiamento più sbagliato che una comunità coresidenziale può assumere allorché si stabilisce in un luogo, e maggiormente in un contesto orograficamente difficile quale quello montano, è quello di apparire e sentirsi enucleata dalla società locale ivi residente.
Sappiamo di ripeterci, ma non finiremo mai di dirlo: le comunità da noi promosse non prescindono dal territorio, sarebbe una forma di colonialismo, non di inserimento.

I cohouser che provengono, come in massima parte accade, dal vissuto urbano possono incontrare situazioni particolarmente difficili: agli occhi delle comunità storicamente residenti sono, a seconda dei casi quei matti che vivono nel bosco oppure i cittadini che giocano a fare i contadini o, più semplicemente, quelli là.
Chi vive da generazioni strappando con fatica alla montagna di che sostentarsi ha maturato una scorza dura. Perché duro è il loro lavoro: in montagna non servono le mastodontiche mietitrebbia che vediamo in pianura, tutt’al più i trattorini ed i trenini delle vigne, anch’esse faticosamente ricavate terrazzando a mano la montagna, dove i raccolti e le merci viaggiano per gli alpeggi nella gerla o a dorso di mulo. O con la teleferica.

Gli scenari futuri mettono in luce un sistema rurale alpino senza domani, con una perdita progressiva e costante delle note caratteristiche e delle specificità che l’hanno finora contraddistinto. Solo una diversa considerazione del ruolo dell’agricoltura di montagna rispetto alla conservazione dei paesaggi colturali tipici, alle produzioni alimentari di qualità, alla tutela degli spazi, alla difesa dell’ambiente e del territorio potrà garantire nuove forme di sopravvivenza e di sviluppo.

Agli agricoltori di montagna andrebbe finalmente riconosciuto il ruolo di Protagonisti essenziali del mantenimento del paesaggio naturale e rurale, come recita il protocollo Agricoltura di Montagna redatto nell’ambito della Convenzione delle Alpi e risalente all’anno 1991. Da allora si sono sprecati convegni e dibattiti ma è tuttora necessario lottare perché in montagna le imprese agricole continuino ad avere un ruolo centrale nello sviluppo di attività multifunzionali, confermando la funzione dell’agricoltore quale attore principale e strumento di presidio e salvaguardia del territorio e dello spazio rurale. Il futuro dell’agricoltura di montagna è a rischio e con esso molto della cultura che rappresenta.

Lungi da noi demonizzare il progresso o celebrare inni retorici al bel tempo andato, anche perché in quel tempo si emigrava per fame, ma intendiamo invece onorare ciò che ha formato la montagna come la conosciamo e che si sta irrimediabilmente perdendo.
Se l’agricoltura scompare, niente più ampi pascoli alpini tra i boschi, niente prati fioriti, niente mucche, niente paesaggi, niente formaggi.

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La scomparsa dell’agricoltura rischia di mutare profondamente le condizioni di vita dei territori di montagna e dell’intera società, e i fondovalle del futuro rischiano di diventare agglomerati di tipo metropolitano circondati da versanti boscosi inselvatichiti e abbandonati.
La montagna rischia così di diventare periferia urbana e una delle opportunità di divertimento che la cultura metropolitana esige per il benessere dei propri cittadini. In questo senso e pur non disconoscendone le molteplici opportunità di reddito, da noi stessi propugnate e sostenute nelle opportune sedi progettuali a condizione di essere saldamente legate al territorio, anche gli Agriturismi non connotati da un senso di appartenenza ambientale costituiscono solo un’ennesima opportunità di turismo mordi-e-fuggi, destinata ad utilizzatori con una patente ecosostenibile di maniera ma che, al di là dell’effimero, non rende giustizia al contesto ed alle sue tradizioni di lavoro. Tanto è vero che a non pochi di questi l’attuale contingenza economica sta rendendo difficile l’esistenza.

Sinceramente, crediamo più all’iniziativa delle Comunità locali e dei cittadini responsabili che alla capacità ed alla volontà politica centrale di attuare scelte corrette ed efficaci affinché all’agricoltura di montagna ed alle attività connesse – che tanto hanno dato alla difesa dell’ambiente ed alla valorizzazione della specificità delle produzioni – sia garantita non solo la sopravvivenza, ma anche il sostegno.

Ma se questi attori del cambiamento attraverso decisioni ed iniziative concrete, sono solamente coloro che vivono il territorio come fonte di lavoro, sostentamento e vita non ci si deve poi stupire di chiusure o localismi esasperati: è solo il frutto dell’abbandono in cui questi cittadini, lavoratori, elettori e contribuenti sono stati lasciati.