Solo attraverso profondi cambiamenti individuali il nostro Paese potrà rinascere

Stiamo vivendo un momento assolutamente particolare, forse unico: c’è chi dedica le proprie energie a diffondere una cultura delle regole, chi si impegna nella difesa dell’ambiente, chi si mobilita nel volontariato, chi affronta la fatica di un periodo di lavoro o di studio all’estero o semplicemente impara una lingua straniera in più, magari il cinese, il russo, l’arabo. Nel segno di un’Energia nuova e pulita sono tante le riforme dal basso che ciascuno di noi può avviare da subito, e costituiscono un antidoto alla lagnanza, alla rassegnazione, al senso di impotenza che non è mai nelle cose ma dentro di noi. Sono quell’impotenza, quella rassegnazione che respiriamo oggi in Italia nell’attesa sempre delusa di grandi cambiamenti, svolte, catarsi collettive, rinascite nazionali. Che dovrebbe essere sempre qualcun altro ad attuare.

Questo articolo nasce sulla scia di interessanti scritti pubblicati recentemente dal sito partner Consulenza-Finanziaria.it argomentando di competitività estera e di malcostume delle aziende nostrane, oltre che di gestione del credito bancario.

Iniziamo accennando al tanto vituperato cuneo fiscale che fa occupare al nostro Paese un posto niente affatto invidiabile nella classifica Ocse ma che, senza entrare nella disamina dei numeri – per quella basta leggere i siti del Sole 24 Ore e dell’Istat – è comunque inferiore a quelli tedeschi o francesi. Pertanto se Germania e Francia sono più competitive dell’Italia sui mercati mondiali non è certamente in ragione delle tasse sul lavoro.

treni alstom

Non a caso tiriamo in ballo la Germania, oggi da noi nuovamente nel mirino di una propaganda strumentale, che non esitiamo a definire sconcia, tendente a spostare l’attenzione dai problemi veri per raccattare voti nell’imminenza delle elezioni europee. Per comprendere da dove deriva la minore competitività del nostro Paese rispetto ai due concorrenti bisogna considerare i dati della produttività per addetto, e prima di tutto nelle aziende manifatturiere, cioè quelle globali per definizione. Qui i dati parlano da soli: la produttività manifatturiera per occupato è pressoché identica in Germania e Francia ed è vicina ai 65mila euro. In Italia è pari a 48mila, inferiore di circa un quarto.

La differenza non dipende dal fatto che i francesi sono bravi a fare treni e tram ed i tedeschi auto e frigoriferi, beni a tecnologia intermedia o elevata, e gli italiani lo sono a fare scarpe e cravatte, cioè beni tecnologicamente semplici.Se osserviamo attentamente l’intero settore manifatturiero ci accorgiamo che le produttività tedesca e francese sono quasi sempre più elevate rispetto alla nostra, per esempio in uno dei settori tipici del Made in Italy: tessile, abbigliamento e calzature, tradizionalmente considerato a più bassa produttività rispetto alla media economica europea. Ma in Germania e Francia la produttività annua per occupato è pari rispettivamente a 43 e 46mila euro, mentre da noi siamo a 33mila. Quindi inferiore del 25% circa. Come nel resto dell’economia.

Questa premessa per dire che, visto dal nostro Paese, il mondo appare immenso e fa paura. E’ un mondo che sta cambiando a velocità inaudita, nel quale sono entrati di prepotenza nuovi protagonisti ben più grandi di noi, dove antichi equilibri si sono alterati, gerarchie di potere improvvisamente stravolte, in cui nuovi pericoli incombono, mentre sfide e problemi mai incontrati prima chiedono una soluzione.
E’ già accaduto che per provincialismo, miopia e furbizia dei nostri attori politici ed imprenditoriali l’Italia sia arrivata impreparata di fronte a grandi svolte, perdendo tempo prezioso, e sta per accadere di nuovo: se non saremo pronti ad intuire gli scenari del futuro, se non sapremo valutare la direzione del cambiamento nelle tendenze di lungo periodo, rischieremo di prendere una volta di più le decisioni sbagliate.

Tanto è vero che invasione è la parola più usata dagli attuali predicatori dell’Apocalisse prossima ventura: invasione di immigrati clandestini, di prodotti cinesi, di capitali stranieri che ci colonizzano. E non ci accorgiamo che tutto ciò che temiamo è in realtà già accaduto.

Sia chiaro, di fronte ad ogni cambiamento la paura è legittima perché le grandi novità spaventano, possono nascondere delle incognite e il riflesso più spontaneo è difendersi. O negare il cambiamento. Ma qual è esattamente la natura dei pericoli che ci minacciano? E qual è il modo per difenderci attaccando, per vincere la sfida senza accontentarci semplicemente di limitare i danni?

Imprenditori illuminati (ne esistono anche da noi) ed osservatori dell’Impero di Cindia possono tentare di rispondere a queste domande offrendoci punti di vista nuovi e in un certo senso rivoluzionari: le scelte da fare non riguardano solo governi, classi imprenditoriali e dirigenti. Riguardano prima di tutto la vita quotidiana di ciascuno di noi, che inevitabilmente si ripercuote nelle famiglie e nelle imprese, di qualunque dimensione esse siano.

Siamo noi che, con maturata consapevolezza, impegno civile, consumi responsabili, andiamo in cerca, anzi costruiamo, il nostro futuro. Detto in altri termini: è solo attraverso una profonda revisione dei nostri modelli produttivi, di consumo, sociali che possiamo agire per scuotere i sistemi politico e produttivo. Ma se continuiamo a lamentarci attribuendo a chicchessia la responsabilità dei nostri fallimenti e del nostro non andare avanti, non solo resteremo al palo, ma inevitabilmente ci attende una regressione: economica, sociale, delle coscienze.

Non ci sono alternative: o ci risvegliamo da quello che alcuni hanno definito sonno verticale, aprendoci ad un mondo nuovo, dove il punto di riferimento non è più il pil bensì la decrescita più o meno felice, un nuovo approccio alla qualità della vita, o saremo già morti senza saperlo.

Ed i cimiteri che potremo visitare saranno alla portata di chiunque avrà occhi per vedere e cuore per sentire: autobus e metropolitane, centri commerciali, le strade dove passeggeranno torme di zombies. Dall’insieme delle decisioni individuali, decentrate, che ciascuno di noi compie ogni giorno possono nascere gli innumerevoli stimoli che possono spingere il nostro Paese all’ormai indifferibile cambiamento.

Alberto C. Steiner

KL Cesec CV 2014.04.30 Consapevolezza e cambiamento 004

Mai piu’ dubbi su cosa comprare consapevolmente al supermercato arriva FOOID

Daniele, Marco, Nicola e Valeria sono gli ideatori di FOOID, un’app che ha l’obiettivo di promuovere il benessere e la consapevolezza alimentari. Partiti da un progetto universitario che hanno portato avanti insieme, ora stanno vivendo l’intenso percorso di incubazione H-CAMP.

Cos’è e come funziona FOOID?

FOOID è un’applicazione mobile e web che offre servizi di food awareness. È pensata per aiutare gli utenti durante gli acquisti al supermercato, ma non solo: dà informazioni più chiare e dettagliate sulle etichette nutrizionali dei prodotti, segnala, attraverso un alert, gli alimenti non compatibili con intolleranze, allergie, vincoli religiosi, gusti personali e diete, fornisce prodotti alternativi e ricette collegate. Permette anche di gestire il proprio profilo, le proprie abitudini alimentari e la lista della spesa.

Come siete entrati nel programma di incubazione H-CAMP?

Tutti noi conoscevamo già H-FARM e, in particolare, Marco aveva già partecipato ad eventi e workshop qui, quindi ci ha proposto di inviare la nostra idea. A gennaio ci siamo decisi, abbiamo mandato l’application e… eccoci qua!

Che cosa vi ha spinto a pensare “E’ una buona idea!” e ad andare avanti nella realizzazione?

L’idea è nata durante un progetto di ricerca universitario realizzato nel 2012 dall’Università Bicocca in collaborazione con altri istituti lombardi. La ricerca aveva come obiettivo la definizione di una metodologia per lo sviluppo di servizi a valore aggiunto nel settore agroalimentare.

All’interno di questo progetto abbiamo individuato i reali bisogni degli utenti e questo ci ha spinto a ideare un’etichetta intelligente. Una volta terminato il lavoro universitario, ci siamo focalizzati sugli aspetti più importanti emersi in quel periodo e abbiamo deciso di continuare con il supporto dell’università.

Le difficoltà oggettive nel decifrare le etichette nutrizionali dei prodotti e la crescente sensibilità verso un consumo consapevole ci hanno convinto a credere sempre più nella nostra idea e a portarla avanti.

Come vi siete conosciuti e com’è composto il team?

L’dea è nata in ambito universitario, in un progetto in cui, a diverso titolo, tutti e quattro eravamo coinvolti. Nicola è lo sviluppatore dell’applicazione mobile, Daniele sviluppa il lato web. Anche Marco è sviluppatore, e CEO della startup. Valeria si occupa della user experience, dei contenuti e del lato marketing.

Qual è l’aspetto più innovativo del vostro servizio/prodotto e qual è il vostro modello di business?

Crediamo che un’applicazione di questo genere aiuti le persone alle prese con il carrello della spesa, con il poco tempo a disposizione e con la necessità di acquistare prodotti genuini e adatti a ai loro bisogni e/o vincoli alimentari.

Conciliare questi aspetti non è facile. FOOID fa risparmiare tempo e guadagnare consapevolezza. Il nostro modello di business è B2B: ci stiamo rivolgendo a GDO di generi alimentari di qualità (come Eataly e NaturaSì) per proporre una versione customizzata dell’app. Al momento ci focalizziamo su utenti finali più competenti, disposti a spendere di più e più bisognosi di un servizio di questo genere.

il cibo a madrid

Qual è la difficoltà maggiore che state sperimentando?

 La creazione e gestione del database dei prodotti, degli ingredienti, delle ricette, degli additivi è un lavoro oneroso e impegnativo. Non avendo ancora stretto accordi con la GDO, queste attività risultano le più critiche. Stiamo però collaborando con un’altra startup, Klappo, che ci aiuterà in questa fase.

Provate a immaginarvi tra tre anni: come (e dove) vi vedete?

Abbiamo molte idee per far crescere FOOID. Il nostro auspicio è quello di creare un ecosistema di startup nell’ambito dell’agroalimentare, ma stiamo esplorando anche altri domini con altre soluzioni. Dopotutto, siamo giovani e pieni di forze!

 

Articolo ripreso dal sito h-farmventures.com – Autore: redazione

CondiVivere è anche questo: muore la movida nasce la social street

Qualcuno ricorderà l’articolo pubblicato il 5 febbraio scorso sul nostro blog Riabitare Antiche Pietre intitolato Monza: la pace di una clinica svizzera a due passi dal centro. Ne riportiamo l’inizio.

Avrebbe dovuto diventare la via della Movida, ma visto che a parte uno storico negozio di biciclette, una gelateria, una vetreria artistica, qualche bottega etnochic, due pub (chiusi) e ristorantini tipici (non occorre fissare il tavolo), nonché le immancabili agenzie immobiliari, non si è mai movida, è tornata ad essere la strada sonnacchiosa di sempre.

Anzi, più di sempre: trasformata in isola semipedonale, riselciata in cubetti di porfido, abbellita da qualche vasca piantumata e chiuso il passaggio a livello in passato all’origine di tanti incidenti a incauti pedoni, è diventata un’oasi di tranquillità a due passi dal centro. Stiamo parlando della via Bergamo: strada riqualificata, case ristrutturate che però mantengono l’impronta vagamente Bohèmienne pur se, ad onor del vero, con un’atmosfera serale più ginevrina che parigina.

Cantava de André, nell’indimenticabile Via del Campo: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.
Mi piace immaginare che sia andata così: due persone che una mattina chattano, due nel mortorio del proprio negozio deserto. Ad un certo punto una sporge la testa oltre lo schermo, e vede la faccia dell’altra dietro la vetrina del negozio di fronte. Mollano il computer e si incontrano in mezzo alla strada. Una terza persona che svolgiatamente seguiva la chat da casa propria scende in strada, seguita da una quarta, e da una quinta adirittura in ciabatte. E così decidono di esserci, toccarsi, annusarsi, condividere un caffè per davvero. E di fare qualcosa per evitare di rintanarsi nuovamente dietro la lucina azzurra.

Giornale di Monza

Nella realtà è accaduto che qualcuno, ed in particolare l’associazione Proiezione 180 che si occupa di disabilità e disagio e che, guarda caso, ha sede proprio in una vecchia corte di via Bergamo, ha provato ad importare nel sonnacchioso capoluogo brianteo l’idea della social street nata un anno fa a Bologna. E sembra che ci stia riuscendo.

Per ora c’è una pagina su Facebook, via bergamo socievole, già cult tra i monzesi e destinata a traghettare a costo zero dall’estraneità alla condivisione, dallo striminzito buongiorno tra vicini alla consapevolezza di far parte di un gruppo, con l’obiettivo di trasformare la via in una palestra di buone pratiche, una community del buon vicinato: lezioni di pianoforte in cambio di un’ora di inglese, il materasso che da una cantina trasloca in casa di chi non ce l’ha, seggiolini per bimbi in prestito, sos per computer in panne, contrasto allo spreco alimentare.

Un’ottima occasione utile per risolvere i problemi quotidiani di tutti, tenere la via viva e pulita, aiutare le persone sole e in difficoltà. I cittadini sono stati veramente in gamba organizzandosi in completa autonomia, senza offrirsi per fare da spettatori a tavoli, osservatori, congreghe. Si tratta di una splendida iniziativa, perché è noto che da quando sono spariti i cortili, la tendenza è di interessarsi ognuno ai fatti propri.

E per le ore 19 di mercoledì 26 marzo è stato organizzato un aperitivo, dove tutti potranno incontrarsi, conoscersi meglio, gettare le basi delle innumerevoli iniziative che potranno nascere.

Nascerà anche qualche amore? Perché no, niente di più facile.

Monza Social Street

 

Dynamo Camp una realta’ internazionale nella bellissima Toscana

Ogni anno in Italia oltre diecimila minori sono affetti da patologie gravi o croniche. Se dovessimo dar retta al mito dell’efficientismo, all’ossessione della perfezione dell’involucro ci converebbe buttarli, in quanto difettati.
No, forse è meglio se li curiamo…

Ok, cominciamo da uno dei mostri sacri della bellezza holliwoodiana: sembra che, marinaio nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, vide il fungo atomico di Hiroshima da molte miglia di distanza e che in seguito non amasse affatto parlarne. Dopo aver mietuto numerosi successi come attore e regista, nel 1982 fondò un’azienda alimentare, tuttora esistente, specializzata in produzioni biologiche i cui ricavati vengono devoluti in beneficenza per scopi umanitari ed educativi.

Ma fu anche un apprezzato pilota automobilistico: nel 1995 si aggiudicò la 24 Ore di Daytona mettendo però all’asta il premio, un orologio, che venne battuto per 39mila dollari devoluti in beneficienza.
Nel 2006, infine, venne in Italia per inaugurare la locale sezione della fondazione Dynamo Camp, nata dall’iniziativa che egli stesso attuò nel 1988 per accogliere bambini affetti da patologie gravi e croniche.
Stiamo parlando di Paul Newman.

Dynamo Camp è un luogo dove i bambini con gravi patologie tornano ad essere bambini, un luogo di vacanza dove la vera cura è ridere e la medicina è l’allegria. Dynamo Camp è un luogo magico dove si fa terapia ricreativa, il primo in Italia appositamente strutturato per ospitare per periodi di vacanza e svago bambini e ragazzi malati dai 6 ai 17 anni, in terapia o nel periodo di post ospedalizzazione. In modo assolutamente gratuito intende offrire loro la possibilità di riappropriarsi della propria infanzia attraverso un programma che, in totale sicurezza ed allegria, li porti a ritrovare e acquisire fiducia in loro stessi e nelle proprie potenzialità.

Dynamo Camp

A Dynamo Camp i ragazzi possono sviluppare le proprie capacità sperimentando numerose attività creative e sportive, a contatto con la splendida natura dell’oasi di Limestre, in provincia di Pistoia, affiliata al WWF nella quale il Camp è inserito. Possono condividere momenti indimenticabili con altri ragazzi che hanno vissuto esperienze simili alle loro senza sentirsi diversi. Collaborando e divertendosi traggono reciproco sostegno, spesso scoprendo di poter riuscire laddove non ritenevano di essere capaci, concentrandosi così sulle loro abilità piuttosto che sulle disabilità, e ritrovando autostima e fiducia in loro stessi.

Si tratta infatti di minori che devono sottoporsi a terapie spesso invasive e di lunga durata che li costringono a trascorrere molto tempo in ospedale, e la condizione della malattia li porta ad affrontare paura, stanchezza, effetti correlati alle terapie che spesso vincolano anche la loro socializzazione con i coetanei compromettendo inevitabilmente spensieratezza ed allegria.

Chiunque può contribuire a fare in modo che i bambini trascorrano gratuitamente una settimana a Dynamo Camp. Non dimenticheranno questa settimana di divertimento in un ambiente protetto, dove la massima sicurezza è sempre garantita da un’assistenza medica di eccellenza e dalla costante supervisione di personale qualificato: medici ed infermieri in grado di intervenire tempestivamente, ma non casualmente l’infermeria è discretamente nascosta ed allegramente colorata.

La struttura è attiva tutto l’anno ed offre anche programmi specifici rivolti all’intero nucleo familiare e ai fratelli sani, coinvolgendo così tutta la famiglia che si trova ad affrontare la delicata situyazione della malattia.
Dynamo Camp nasce dall’esperienza di SeriousFunChildren’s Network, che ad oggi ha sostenuto 440.000 bambini, che con le loro famiglie hanno partecipato a programmi di  in tutto il mondo. I Camp sono 17 diffusi in Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Irlanda, Ungheria, Israele mentre 11 sono i Global Parnership Programs, programmi di Terapia Ricreativa promossi dall’associazione in Africa, Asia e Sud America.

Per sostenere l’attività, oltre a donazioni in denaro, beni e servizi, è ammessa la possibilità di prestare servizio volontario per un giorno, un week-end, una settimana: “Entri con la presunzione di poter ‘lasciare il segno’ per poi accorgerti che il segno è stato lasciato proprio dai ragazzi, ‘tatuato’ indelebilmente nel cuore: un bimbo gioioso a cavalcioni del mondo.” ha scritto una volontaria.

Come avviene con i membri dello staff, anche i volontari vengono scelti accuratamente, e ricevono una formazione intensiva prima delle sessioni in modo da garantire ai ragazzi una supervisione adeguata e costante, per regalare loro un soggiorno indimenticabile. Ciascuno può portare capacità ed esperienze: ,shiatsu piuttosto che yoga, reiki o ayurveda, tiro con l’arco ed altre discipline sportive compatibili con lo stato di disabilità, saper far ridere inventando situazioni, giochi e teatri improvvisati. I limiti sono costituiti da cuore e fantasia.

Noi abbiamo deciso di andarci, probabilmente a pasqua. Porteremo Amore e torneremo arricchiti. Chi viene?

Anima in Cammino – Malleus

KL Cesec CV 2014.03.20 Dynamo Camp 004

Gli asili nido specializzati nella educazione alla natura

Stiamo pensando ai bambini odierni, a quelli che vivono nelle nostre città. Esclusi pochi fortunati che frequentano scuole sperimentali (il Trotter a Milano, per esempio) a parte qualche sortita nei parchi, in qualche bosco o in qualche fattoria didattica, i bambini vivono rinchiusi dal mattino al pomeriggio in cubi di cemento dotati di un patetico giardino attrezzato con qualche gioco.

Credono che i polli nascano tutto petto o tutta coscia, e che i mirtilli spuntino in un guscio di plastica nera cellofanata in una serra che si chiama supermercato, insieme con gli alberi degli ombrelli. E respirano quello che respirano.

Fortunatamente, oltre alla meritoria iniziativa chiamata Piedibus e della quale spesso condividiamo sulla nostra pagina Facebook gli sviluppi, esistono scuole materne ed elementari inserite in un contesto verde.
Ma anche i nidi si stanno attrezzando: stanno nascendo gli agrinidi.

L’agrinido vero è un asilo a tutti gli effetti, che però è situato all’interno di un agriturismo. La vera differenza rispetto a un comune nido sta quindi nel tempo che si passa all’aria aperta facendo tante attività come coltivare le piante, socializzare con gli animali e imparare a conoscere i ritmi dei contadini.

KL Cesec CV 2014.03.16 Agrinido 002

Neanche a dirlo, sono nati nel Nord Europa, in particolare in Danimarca, ed hanno conosciuto un’ampia diffusione in Svizzera. In italia, dopo una partenza in in Trentino, Veneto e Piemonte, si stanno timidamente diffondendo e sono già un centinaio le strutture private che sopperiscono alla cronica carenza di asili nido pubblici.
Possono essere considerati un’evoluzione della fattoria didattica e costituiscono ambienti educativi informali dove anche i più piccoli possono stare quotidianamente a contatto con la natura e diffondono una cultura di attenzione alla qualità della vita e alla sostenibilità ambientale. Persino i giocattoli, in un agrinido, si costruiscono con quello che si recupera dagli scarti: legno, cartone, stoffa e via di colla, forbici e fantasia!

Si mangiano i prodotti locali, che (tenerezza!) gli stessi piccolini hanno contribuito a coltivare e, nel limite delle loro pasticciose possibilità, a preparare. Si vive vicino agli animali imparando a conoscerli e a rispettarli. In un agrinido i bambini si avvicinano progressivamente all’ambiente agricolo, interagendo quotidianamente con la natura e facendo esperienza nella coltivazione delle piante e nell’allevamento. Inventano storie che recitano al Teatro nella Natura e giocano nell’agriludoteca, un posto magico dove essi stessi realizzano giochi fantastici utilizzando esclusivamente prodotti naturali reperibili in loco.

L’agrinido è sempre più esplicitamente inserito nelle attività agricole previste dai piani di sviluppo rurale regionali e sta crescendo il riconoscimento delle finalità sociali delle fattorie, sostenute nelle loro iniziative per l’educazione anche con interventi economici per adeguare gli edifici ai rigidi standard stabiliti dalle normative nazionali per i servizi destinati alla prima infanzia.

Questo significa che presso l’azienda agricola possono trovare allocazione micronidi, ma anche servizi integrativi e sperimentali per la prima infanzia e servizi di ludoteche oltre ai nidi in famiglia. Non è affatto trascurabile, inoltre, il fatto che i progetti di questo tipo aiutino aziende agricole e cascine a riciclarsi per affrontare la crisi economica in modo innovativo.

A questo punto il passo è breve: se in campagna è facile, in città non è impossibile. E non solo nelle aree verdi periferiche: Vettabbia, Parco Sud, Forlanini, Lambro, Nord, Groane, Bosco in Città per citare alcune realtà milanesi. Anche in quartieri più centrali è tecnicamente possibile, dove esistono adeguate aree dismesse che non abbisognano di particolari bonifiche dei suoli poiché vi si rilasciavano sostanze pericolose o nocive.
Un’ipotesi progettuale da non trascurare, suscettibile di dare verde, serenità, socialità e conoscenza ai più piccoli e creare opportunità di lavoro. Senza dimenticare che in un contesto di cohousing, sia esso urbano oppure di campagna o montano, un agrinido ci sta benissimo.

Noi abbiamo deciso di pensarci seriamente. Questo scritto è solo un abbozzo di un’idea che stiamo sviluppando più diffusamente. Abbiamo l’opportunità di individuare strutture a costi ridotti e possediamo le necessarie capacità progettuali, organizzative e di sostegno finanziario attraverso business angels, investitori, individuazione di sostegni pubblici agevolati. Chi ha voglia di seguirci segnalandoci manifestazioni di interesse nella propria località di residenza?

Contattateci usando la pagina Contatti per inviarci le vostre segnalazioni.

Alberto C. Steiner

 

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Toscana una nuova realta’ per gli investimenti internazionali

Gli ultimi due casi, la “presa” degli aeroporti toscani da parte di Corporation America e l’apertura del secondo store Ikea, sono l’emblema di come in Toscana sia girato il vento degli investimenti esteri.

Da regione bacchettata due anni fa da Josè Manuel Barroso per gli ostacoli posti a chi porta capitali, a primatista in attrazione. Con alcune decine di multinazionali e imprese che negli ultimi 24 mesi si sono insediate qui, oltre mille posti di lavoro creati, e ora i riconoscimenti che Fdi, magazine del Financial Times, assegna alla Regione e che saranno consegnati domani al salone Mipim di Cannes: tra i territori del Sud Europa, la Toscana è seconda solo alla Lombardia – ma davanti ad una corazzata come la Catalogna – per attrattività generale degli investimenti in una classifica biennale elaborata da Fdi che misura l’appeal globale (quindi anche ambientale e infrastrutturale) di 468 location (regioni ma anche città).

E nella classifica per strategia di attrazione, che valutale azioni dei governi territoriali per catturare capitali, è prima tra le location europee del sud, quinta tra quelle di media grandezza (indipendentemente dall’area geografica) e nona nella classifica generale che valuta 180 siti. Si diceva degli ultimi due casi esemplari. Corporation America, multinazionale argentina che gestisce 51 concessioni di terminal aeroportuali, ha appena chiuso l’acquisto del 27,3% della società di gestione dell’aeroporto di Pisa (Sat) e del33,4%D di quella di Firenze (Adfl, ha annunciato l’Opa totalitaria su entrambe le quotate e promesso l’integrazione dei due scali.

paesaggio toscano

«La Toscana ha grandi potenzialità, non solo turistiche, e investire in Italia è adesso diventato interessante» ha motivato l’operazione l’82enne Eduardo Eurnekian, patron di America Corporation. Poche ore dopo, giovedì scorso, Lars Petersson, ad di Ikea Italia, inaugurava a Pisa il secondo store della compagnia in Toscana (l’altro è a Firenze), realizzato in 24 mesi dall’individuazione della locati on con procedure amministrative accelerate per rimediare alla figuraccia fatta mesi prima con gli svedesi: dopo sei lunghissimi anni di lentezze burocratiche, che avevano fiaccato l’intenzione di aprire uno store Ikea a Vecchiano (sempre in provincia di Pisa), la multinazionale due anni fa aveva infatti deciso di mollare tutto e di lasciare la Toscana, suscitando anche la durissima reprimenda contro la regione inospitale del presidente della Commissione Europea Barroso. Una pizzicata insopportabile per l’orgoglio toscano. Che ha stimolato il rovesciamento delle sorti del territorio trasformandolo in un polo seduttore di capitali, anche grazie alla creazione in Regione del settore politiche per l’attrazione dei capitali voluto dal presidente Enrico Rossi.

La Regione ha censito negli ultimi due anni 29 investimenti di medio-piccole dimensioni, tutti tranne uno sotto i90 milioni di euro, per 807,14 milioni di euro impiegati complessivamente, 1.031 posti di lavoro creati e 1.592 mantenuti. Dati largamente sottostimati. Sfuggono infatti al censimento investimenti importanti che in questi due anni sono “entrati in produzione”: come il rigassificatore Olt di Livorno di E.On e Iren costato 850 milioni e attivo da dicembre, le linee produttive di Firenze della farmaceutica Eli Lilly (330 milioni stanziati negli anni passati), il nuovo polo di Ge ad Avenza (Carrara) destinato alla costruzione di grandi moduli (12 milioni appena annunciati, più 8 già spesi, oltre i 30 tra Firenze e Massa destinati ad un progetto per lo sviluppo di nuove turbine), le azioni di Continental a Pisa. E al conto generale mancano anche le ultime operazioni: America Corporation ha già speso 75 milioni per i due scali toscani, ma si prevede che l’esborso finale sarà di almeno 130 milioni, mentre è consolidato che ad Ikea il nuovo store di Pisa è costato 62 milioni (250 i posti di lavoro creati).

Dai dati della Regione emerge, invece, un interessante filone di investimenti giapponesi: Ihi Corporation ha realizzato una joint venture con Ihmer e ha delocalizzato la fabbricazione di macchinari per la movimentazione destinati al mercato europeo dal Giappone a San Gimignano (22 nuovi assunti in aggiunta ai 67 addetti già in organico); Yanmar ha scelto Firenze da una short list di 12 location europee per impiantarvi un centro di ricerca e sviluppo nel quale lavorano 10 persone; Tokay Rubber ha inglobato lo stabilimento grossetano di Dytech stanziando 62,5 milioni (ci lavorano 140 persone); nel tessile Takisada Osakasi è presa l’attività di System Italia a Prato, Hankyu e Kuipo hanno fatto un investimento ciascuno a Firenze, e Otzuka ha acquistato a Peccioli (Pisa) uno spin-off dell’Istituto Sant’Anna che opera nel settore del medical devices.

Singolare, a proposito, l’origine dello sbarco a Livorno della tedesca Dialog Semiconductor, che ha impiegato 18,5 milioni per aprire un presidio di 47 cervelli. «Impressionati dalla bravura di un loro giovane ricercatore laureato a Pisa e impiegato in Germania – raccontano in Regione Toscana- i vertici di Dialog sono voluti venire a scoprire l’humus dove il cervello si è formato, e noi li abbiamo convinti ad insediarsi qui battendo la concorrenza del Politecnico di Milano».

Il settore ad hoc in Regione, attivo dal 2011, ha ricevuto 71 richieste di assistenza e seguito 20 pratiche, ha un sito Internet, investintuscany.com, e guide alle pratiche e ai costi che un’impresa deve affrontare se vuole aprire in Toscana. E ora sta aspettando i fondi per gestire i “contratti di insediamento” già deliberati dall’amministrazione regionale. «Creiamo tavoli di “facilitazione” con tutti gli enti che devono dare autorizzazioni all’impresa » dicono dall’ufficio. E l’ultimo affollatissimo tavolo, su una richiesta di ampliamento della farmaceutica Kedrion, è riuscito nel miracolo di capovolgere i ruoli, spingendo il pubblico a sollecitare il privato. «Ci è capitato che siano stati i vigili del fuoco, all’inizio dell’anno, a chiamarci per ricordarci che Kedrion non aveva presentato una domanda a cui i pompieri si erano impegnati a dare risposta entro Natale».

 

Articoli ripreso dal sito ilsignorrossi.it – Da: Affari e Finanza. 10 marzo 2014. Di Maurizio Bologni

Anima in Cammino ci racconta la storia di Bedonia una terra lontana

Sul nostro blog Riabitare Antiche Pietre pubblichiamo oggi la notizia che a Bedonia è in vendita una casetta un po’ sgarrupata in prossimità del bosco, e mi piace pensare che quelle mura conservino l’eco dell’anima di Donne antiche, che in questo borgo arrampicato sui monti dell’Appennino vagarono e soffrirono per ché non si spegnesse la fiamma della Conoscenza. E voglio quindi raccontare una Storia che per molti aspetti mi riguarda. Molto da vicino.

Furono otto le Donne di Conoscenza che un giorno lontano si riunirono sul versante del Pen, il Monte Sacro, esposto alla luce del mattino per osservare, a sud del Rago, l’antico vulcano a est del Tomar, il monte della gente Drusca dietro le cui Rocce Sacre ancora oggi tramonta il Sole.
Da quel luogo ignoto agli uomini, situato alla base delle Rocce Aguzze, scaturiva la sorgente del Rio dei Laghi. Per le otto Donne quel luogo senza nome divenne il Centro.

KL Cesec RAP 2014.02.25 Bedonia Bosco

In passato le sfide condivise erano tappe fondamentali lungo il cammino della Consapevolezza. Allora le Donne di Conoscenza erano numerose e solidali, ma in quei tempi pericolosi i boschi e le montagne, le rupi e i torrenti venivano profanati da uomini crudeli, e le Donne della Conoscenza dovettero ricorrere al lato oscuro per difendersi. Oggi è diverso, l’essere umano ha smarrito, forse per sempre, il senso del meraviglioso, e quel poco di consapevolezza silenziosa che nel corso delle ere aveva accumulato. E può fare del male solo a se stesso con la droga, l’alcol, gli incidenti stradali, la cattiveria che avvelena acqua, aria, cibo e persino i rapporti di coppia. Perché vuole morire annichilito da un immenso dolore che nemmeno sa di avere dentro.

Oggi siamo poche e isolate, e se la mia amica Haria non avesse ceduto all’istinto di rivelarlo, il mondo delle Donne di Conoscenza sarebbe rimasto ignoto. Ma un giorno comprese che scrivere, pubblicare un libro, era una nuova arma. Che se anche soltanto dieci Donne, leggendo quel libro, fossero riuscite a spezzare la catena dell’infelicità le sue parole non sarebbero state vane. E da quel primo libro altri ne scaturirono.

Ed io giunsi insieme ad altre, ciascuna di noi all’insaputa delle altre, ciascuna isolata e guidata da un intento che nasceva dal tormento, dall’impulso di andare, senza sapere dove ma andare, cercare, trovare, guidata da un profondo sentire che ci portava a vagare nei boschi. E conobbi la Donna anziana che viveva sul Monte Nero, nell’antica foresta di mughi lontani centinaia di chilometri dai loro fratelli alpini, e le facevano compagnia l’aquila reale e la vecchia Lupa malinconica che sempre mi accompagnava discreta, al mio ritorno prima del tramonto, lungo i sentieri costellati di saldanelle, tulipani, viole farfalla, orchidee selvatiche, pulsatille, genziane, arniche, astri e scompariva solo quando avevo messo in moto l’auto.

Quasi as assicurarsi che non rimanessi lì dopo il calar del sole, perché non ero ancora pronta. Quella Donna non leggeva libri e non scriveva sulla carta, ma leggeva nell’anima e scriveva parole tracciate nell’aria, dove rimanevano grondando sangue e lacrime o rugiada e brina. Non frequentava riunioni o balletti ma solo sorelle e cugine, e con parsimonia estrema ed in silenzio. Mi diede molto e quando ritenne che fui pronta lasciò questa terra, aveva esaurito il suo compito. Io la porto nel cuore.

Il cambiamento fu necessario perché parte dell’intento delle Donne della Conoscenza si stava perdendo: troppe energie profuse nel contenere l’azione devastante degli uomini nei confronti dei luoghi della Bellezza, troppo spreco di consapevolezza per difendere la vita dall’assalto della violenza. Se devi pensare a nasconderti o a batterti non puoi concentrarti sul tuo cammino di consapevolezza.

Il potere di quelle Donne era grande e sicuro, migliore e maggiore del nostro che pure siamo, ma proprio per questo quelle Donne si esposero alla persecuzione del mondo vuoto. Più hai talento e più quel mondo ti odia, ti schernisce, cerca di umiliarti ed annullarti. E gli uomini di allora, consci del talento di quelle Donne ne ebbero invidia, paura, terrore ed infine si coalizzarono per annientarle.
Alcune ne morirono, altre scomparvero imparando a guardarsi sia dall’odio sia dall’amore per l’amore, poiché entrambi non sono che maschere e, quando diventano cani sciolti, acquistano un irrefrenabile potere di devastazione. E’ facile, oggi, dire che quelle Donne avrebbero dovuto fingersi contadine ignoranti. Ma andò come doveva andare…

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Haria riuscì a lasciare silenziosa il mondo vuoto, perché non era nessuno, se lo avesse fatto come Donna di Conoscenza gli uomini l’avrebbero braccata ed infine trovata. Quando, una volta riconquistata la tranquillità, decise di esporsi lo fece affidandosi alla parola scritta, ma al suo editore ancora oggi lascia i manoscritti conficcati in un albero, sotto una pietra o, nelle rare volte che scende a valle, inviandoli per posta. E non esistono sue fotografie.

Le antiche otto viaggiatrici tracciarono dunque una mappa, che ancora oggi è sacra: le Foreste del Nord, i Boschi del Cen, le Vallate dei Valichi Oscuri, la Rupe Maestra del Monte Pen, il Rago, i Dirupi delle Rocce Sacre e, infine, la Foresta Sacra che dal Monte Tomar si estende fino alla base del Monte Nero.
E, all’intersezione di tutto questo, il Centro.

Questi luoghi sono qui, attraversati da inconsapevoli escursionisti, sorridenti famiglie, innamorati, ma si aprono alla Bellezza solo quando vi giungono Donne e Uomini di Conoscenza portandovi Amore e Rispetto.

Il riferimento più evidente è quello al Monte Nero, mentre il Monte Pen è il Pelpi ed i Valichi Oscuri sono i sentieri che conducono al passo di Montevacà; i Boschi del Cen sono quelli che ancora oggi affiancano il corso del torrente Ceno ed il monte Tomar è il Tomarlo, che si eleva per milleseicento metri.
Le frazioni Castagna e Castagnola dagli estesissimi castagneti, Bruschi di sopra e di sotto, Molino Anzola del vecchio Rio Anzol, Cognole, Rio Grande e Rio Merlino, Selvola e Tomba costituiscono tuttora Luoghi di Energia. E infine la frazione Drusco, quella che ha dato il nome alla Gente Drusca.
In questa selva che nuovamente avanza, riconquistando gli spazi che negli ultimi sei secoli le furono presi dall’uomo, trovano nuovi spazi animali a cui a lungo questi luoghi furono preclusi: l’aquila reale e il corvo imperiale, il capriolo e il muflone, il lupo e il cinghiale.

Poichè sei al mio focolare, che tu sia figlia o madre, spirito o anima, che abbia trovato il tuo compagno o lo debba ancora incontrare, che tu sia la più giovane o la più vecchia, che tu sia la donna messa alla prova o collaudata dal tempo o entrambe le cose… china la testa, figlia cara, e consentimi di darti questa benedizione per il resto di questa notte e per il viaggio che ne seguirà.
In questo Luogo dell’Anima possiamo ancora fare cose importanti, con semplicità e amore e rispetto.

Anima in Cammino

Cesec 2014.02.25 Haria

I farmaci omeopatici e antroposofici rischiano di scomparire

Leggendo questo articolo qualcuno potrebbe pensare che siamo usciti dal nostro ambito abituale. Non è così, poiché il nostro tema principale è il benessere fisico e spirituale.

Ci muoviamo su due fronti, accomunati da una matrice etica: cohousing ed acqua. Ma tutto ciò che, specialmente di questi tempi, minaccia il benessere e la salute non manca di suscitare la nostra attenzione. E’ infatti di questi giorni la notizia, completamente rimossa dai mezzi di informazione, che, così come gruppi di interesse tendono a privatizzare l’acqua, allo stesso modo altri stanno cercando di eliminare i farmaci omeopatici ed antroposofici.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, nei fatti si vogliono escludere questi farmaci non solo perché tolgono fatturato al comparto dell’allopatico, ma anche perché se tutti imparassimo a curarci in questo modo ridurremmo, oltre che il fatturato dei moloch farmaceutici, anche le dimensioni delle strutture sanitarie nazionali.
Da noi accade l’esatto contrario rispetto all’antica tradizione cinese, secondo la quale gli antichi medici venivano pagati in funzione del numero di pazienti sani. E che accada il contrario lo vediamo quotidianamente: pensiamo solo all’uso smodato che dei farmaci viene fatto, senza lasciare al nostro corpo il tempo per reagire, agendo pervicacemente contro la sintomatologia e non andando alla ragione profonda per cui tali sintomi compaiono. Non siamo medici e non ci addentriamo in un territorio non nostro, ma sappiamo bene come sedare sintomi senza permettere alla malattia di sfogarsi porti ad un unico risultato: ci si ammala sempre di più.

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Ma, nel concreto, come stanno agendo i poteri forti per conseguire il risultato della scomparsa dei farmaci omeopatici e antroposofici? Nel modo più semplice e diretto. Le tecniche di combattimento, dal pugilato alle arti marziali, insegnano a colpire dove fa più male. In questo caso ad essere colpiti sono i costi di registrazione, aumentati di 700 volte. Vale a dire che, secondo una stima effettuata dall’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, le cifre che le aziende dovranno versare all’atto della presentazione della richiesta di registrazione potranno essere superiori a 20.000 euro per ogni medicinale omeopatico unitario, poiché per ogni ceppo si dovrà pagare per ogni formulazione e diluizione. Prima della formulazione del decreto i costi assommavano a 31 euro.

La ghigliottina è stata montata il 15 marzo scorso, quando la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato i nuovi costi di registrazione, e il filo della mannaia è stato arrotato il 10 settembre quando l’Aifa ha reso noto alle aziende ed alle associazioni che le raggruppano il calendario delle registrazioni, iniziato ad ottobre e da concludersi entro il giugno 2015.

Le nuove tariffe di registrazione, secondo i firmatari dell’appello inviato al Ministero della Salute, all’Aifa, al Parlamento ed agli Ordini professionali di medici, farmacisti e veterinari, non tengono in nessun conto la realtà economica e produttiva del settore. Alcune aziende rischierebbero addirittura la scomparsa, inoltre “Le recenti norme emanate dallo Stato rischiano di ridurre fortemente la piena disponibilità di tali farmaci nel nostro paese” si afferma nell’appello inviato “minacciano la professionalità dei medici esperti, sottraggono ai cittadini la piena possibilità di cura discriminandoli rispetto agli altri cittadini europei.”

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E si legge ancora nel documento: “La registrazione dei medicinali omeopatici, sino ad oggi autorizzati ope legis, è un processo a lungo auspicato dai medici e dai cittadini, per il quale tutte le Associazioni firmatarie sono grate alle Istituzioni. Infatti, assicurare la qualità e il controllo dei medicinali omeopatici e antroposofici che vengono messi in vendita è essenziale in medicina. Ma non altrettanto condivisibili sono le modalità previste per realizzare questo obiettivo, in particolare l’aspetto economico di tale procedura: ogni domanda di registrazione deve essere accompagnata dal versamento di una somma che purtroppo non tiene minimamente conto della realtà dell’industria del medicinale omeopatico e antroposofico in Italia e delle esigenze dei medici prescrittori e dei pazienti.”

Per comprendere la devastante portata del fenomeno basti pensare che tutti i medicinali unitari sono privi di brevetto, appartenendo da almeno due secoli al patrimonio umano della tradizione omeopatica; il 95% dei medicinali omeopatici unitari in commercio viene venduto in lotti inferiori ai 5000 pezzi all’anno, a volte in solo poche decine di pezzi. La stessa situazione si verifica per molti medicinali di tradizione antroposofica e per quei complessi omeopatici che vengono utilizzati per patologie specifiche, secondo i criteri di individualità della malattia tipici della tradizione omeopatica e antroposofica e di conseguenza venduti in piccolissimi lotti o anche solo in pochi pezzi (meno di dieci l’anno). Ne deriva che i ricavi, in questi casi, non sono nemmeno sufficienti a coprire le spese di produzione.

La conseguenza certa di tali costi di registrazione sarà l’eliminazione dal mercato italiano della grande maggioranza dei farmaci omeopatici unitari e complessi e dei farmaci antroposofici attualmente disponibili. Inoltre i ‘piccoli rimedi’ certamente spariranno, molti lavoratori perderanno il loro posto di lavoro, i medici perderanno le loro possibilità di cura e 11 milioni di cittadini italiani non potranno ricevere la cura che avevano scelto, pagandola, peraltro, di tasca propria senza gravare sul Servizio Sanitario Nazionale.

La non disponibilità in farmacia dei medicinali omeopatici e antroposofici porterà peraltro allo sviluppo di un mercato parallelo, meno controllato, soprattutto via internet dall’estero e quindi in contraddizione con l’obiettivo che la politica di registrazione si pone. Senza considerare che molti di questi medicinali sono disponibili nelle farmacie europee creando un evidente discriminazione tra cittadini dell’unione.”

Da qui nasce la proposta di: unificare i costi di registrazione dei medicinali unitari al singolo ceppo per tutte le forme farmaceutiche, tenendo anche presente i costi di registrazione già applicati in altre nazione europee.
Prevedere delle registrazioni per fasce differenziate, adeguando i costi al reale volume di vendita dei medicinali.
Riconoscere alle ditte la facoltà di approntare preparazioni magistrali senza obbligo di deposito di campioni, come avveniva in passato, senza che si sia mai verificato alcun danno ai pazienti e come avviene tutt’ora in altre nazioni europee.

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Relativamente al concetto di medicina antroposofica ci limitiamo a riportare senza commenti quanto scritto nel sito Wikipedia “la medicina antroposofica è un tipo di medicina alternativa che nacque e si diffuse in Svizzera e in Germania e, successivamente, nel resto d’Europa e del mondo, subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Venne formulata e sviluppata inizialmente dal filosofo austriaco Rudolf Steiner e dal medico olandese Ita Wegman. Essa è altresì definita una pseudo-medicina appartenente all’area delle pseudoscienze dal momento che non si fonda sul metodo sperimentale, base della scienza moderna. I principi steineriani non hanno alcun fondamento scientifico e sarebbero piuttosto assimilabili alla metafisica mentre i preparati farmacologici avrebbero la stessa valenza scientifica dei preparati omeopatici.”

La palma dell’acqua canzone dallo Zecchino d’Oro 2011

Ma che bella storia che vi racconterò: la storia di una bimba in cerca di un torrente, sopra le montagne un giorno se ne andò a  prendere dell’acqua per tutta la sua gente.

“Riempi questa brocca”, le disse suo papà “Non perdere una goccia, è il bene più prezioso”.

Dallo Zecchino d’Oro 2011 una canzone interpretata da Amelia Fenosoa Casiello ci parla di quanto l’Acqua, per noi così comune da giungere a sprecarla senza pensarci, sia in realtà preziosa, e di come ogni bene a tutti faccia bene ove amorevolmente condiviso.

Perché gli umani, ad onta di ciò che alcuni di essi ritengono, non sono affatto i proprietari di ciò che Madre Terra mette a disposizione con Amore. A condizione di trattare questi doni con Rispetto.

Le vacanze intelligenti sono quelle piu’ semplici

La famiglia A ci aveva provato, un paio di volte, a trascorrere le vacanze con la famiglia B. Non funzionava. Tra le molteplici differenze una era proprio insopportabile: quando si trovavano in un certo luogo i B parlavano invariabilmente di come sarebbe stato bello essere in un altro posto.

Immaginatelo: siete insieme in un bel rifugio in montagna a gustare porcini e loro, invece di assaporarli, continuano a discettare su come sarebbe bello essere al mare in quel tal posto dove fanno così bene il pesce…

E poi si fa presto a dire andiamo altrove: un vero viaggio richiede piccoli passi, con la mente aperta e svuotata, gli occhi che scrutano con la meraviglia del bambino, i cibi inediti, le chiacchiere con sconosciuti, il piacere di smarrirsi sprecando tempo, l’ascolto dei silenzi compresi quelli interiori. La famiglia B invece no, insegue il dover fare, l’accelerazione, la saturazione mentale. “La vacanza costa, facciamola rendere!” Così anche in vacanza si affanna, e torna più stanca di prima.

Ecovacanze in Val Pusteria

Ad esempio, cosa mai spingerà la famiglia B a passare ore e ore in aereo, cambiare continente e fuso orario per poi trovare, sotto un cielo diverso, le stesse esperienze che troverebbe qui? La stessa discoteca con le stesse musiche che troverebbe in Romagna, la stessa piscina al cloro di qualche comune del milanese (però qui di fianco c’è l’oceano, mica il Lambro), gli stessi vassoi con quantità esagerate di cibo industriale praticamente uguali a quelli che la pro-loco del varesotto compra al cash and carry per le sue sagre (qui però, vuoi mettere? arrivano dall’Europa in aereo, con grande spreco di soldi, carburante, intelligenza…). Oltretutto la famiglia B non mette il naso fuori dal recinto del villaggio-vacanze se non per qualche tour organizzato e, quando torna a casa, non ha la più pallida idea di come siano persone, mercati, odori, colori del paese che ha visitato.

La famiglia A preferisce cercare un vero altrove.

E’ inutile cercarlo agli antipodi del pianeta se non lo sappiamo trovare dentro noi stessi: occorre decelerare, risvegliare i sensi, reimparare a godere ciò che sta succedendo. Qui e ora.

Non occorre andare lontano. In fondo siamo in Italia, giardino d’Europa e museo del mondo, sicuramente un po’ bistrattato ma guardiamo il bello, che c’è, invece di sfinirci a sfrucugliare su ciò che non funziona; Possono bastare pochi euro di treno e due panini per essere i turisti più ricchi della Terra. E infatti c’è un altro motivo per cui la famiglia A quest’anno resta in Italia, la crisi. La questione non è solo spendere meno, è molto importante anche spendere in modo che quei soldi girino tra noi, nell’economia a km zero, senza finire negli hotel delle grandi catene e da lì in qualche altrove di tutt’altro genere.

Noi siamo dalla parte della famiglia A: guardiamo bene ogni banconota che spendiamo nelle vacanze, con quei soldi siamo convinti di contribuire a plasmare il nostro bel paesaggio migliorandolo premiando agriturismi, ristorantini, vigne, aranceti, uliveti… piuttosto che peggiorarlo finanziando gli albergoni di cemento sulle coste ed i vacanzifici del divertimento coatto.

E voi? in ogni caso buone vacanze.