Le vere cifre sul consumo delle risorse idriche a livello planetario

Parliamo spesso di acqua e del suo consumo niente affatto consapevole. Un interessante articolo incentrato sulla produzione dei cereali pubblicato oggi dagli amici del CESEC, Centro Studi ed Esperienze di Consapevolezza, sul blog Cesec-CondiVivere dedicato ai temi dell’ecosostenibilità, del cohousing e dell’acqua pubblica, ci fornisce l’occasione per evidenziare quanta acqua consumiamo effettivamente per gli usi quotidiani, compreso quello alimentare.

Ma quanta acqua consumiamo veramente? La risposta è semplice: tantissima. Utilizziamo l’acqua per bere, lavare, cucinare. Ma questa è solo la punta dell’iceberg.
In modo meno evidente, ma ben più incisivo, ne utilizziamo ancor di più per produrre cibo, carta, vestiti, oggetti in plastica e metallo. Esiste un’unità di misura, detta Acqua Virtuale, che copnsente di calcolare l’uso di acqua prendendo in considerazione sia l’utilizzo diretto che quello indiretto del consumatore o del produttore.
Ad esempio, per produrre un chilogrammo di grano o di orzo sono necessari circa 1.300 litri d’acqua che, calcolando la produzione annua di tali cereali, corrispondono rispettivamente al 12 ed al 3 per cento dell’acqua destinata all’agricoltura.

KL-Cesec - Acqua sprecataPer avere un’idea dei numeri in gioco, la produzione mondiale di grano abbisogna di circa 790 miliardi di metri cubi di acqua. Il mais è meno esoso, richiedendo solo 900 litri/kg, vale a dire circa 550 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che rappresentano l’8% del consumo globale di acqua destinata all’agricoltura.
Dal grano al pane il passo è breve: 1.300 litri d’acqua per kg, come dire che una fetta di pane del peso di circa 30 grammi implica un consumo di 40 litri d’acqua.

Per produrre un kg di riso serve la spaventosa quantità di 3.400 litri. Tenendo conto del fatto che i campi di riso attualmente presenti a livello mondiale consumano circa 1.350 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che rappresenta ben il 21% del consumo globale di acqua destinata all’aglicoltura, corrispondenti ad una miscela acqua piovana, la cosiddetta acqua verde,  e di acqua per l’irrigazione, detta acqua blu. Il rapporto di verde/blu dipende dalle tecniche di produzione e dal luogo di crescita.

E passiamo alla carne. Quella di manzo è un’idrovora per definizione: ci costa 15.000 litri d’acqua per chilogrammo. In un sistema di allevamento industriale, occorrono in media tre anni prima che l’animale sia macellato per produrre circa 200 kg di carni disossate. Prima di arrivare a quesl momento l’animale ha consumato quasi 1.300 kg di cereali, 24 metri cubi di acqua per bere e 7 metri cubi di acqua per le pulizie e la manutenzione. Ciò significa che per produrre un chilo di carne bovina disossata occorrono circa 6,5 kg di grano, 36 kg di foraggio e 155 litri di acqua.

Produrre un hamburger, tipologia assai cara agli statunitensi e comunque diffusa a livello mondiale, occorrono mediamente 2.400 litri d’acqua.

La carne di maiale sembra costare circa un terzo: 4.800 litri per chilogrammo. In realtà non è vero poiché i capi vengono macellati all’età di 8 mesi producendo circa 90 kg di carne, 5 kg di frattaglie commestibili e 2,5 kg di pelle per vari usi, e nel frattempo consumano circa 385 kg di cereali e 11 metri cubi d’acqua per bere e per la manutenzione della porcilaia, ai quali bosogna aggiungere circa  10 metri cubi di acqua in fase di macellazione.
Il pollame consuma, nelle 10 settimane di vita necessarie prima che sia macellato, l’equivalente di 3.900 litri per chilogrammo di peso. Infatti un pollo rende all’incirca 1,7 kg di carne ricavata dal consumo di circa 3,3 kg di cereali e 30 litri di acqua per bere e per la pulizia. Questo significa che per produrre un chilo di carne di pollo, usiamo circa 2 kg di cereali e 20 litri di acqua potabile.

Dai polli alle galline: produrre un uovo costa 3.300 metri cubi d’acqua per tonnellata, vale a dire 200 litri per singolo uovo. Il formaggio da latte vaccino costa circa 5.000 litri d’acqua per chilogrammo di peso non evaporato, poiché per produrlo occorrono 10 litri di latte, per produrre i quali occorrono 10.000 litri d’acqua. Vale a dire che se stiamo bevendo un bicchiere di latte, calcolato secondo gli standard in 200 ml (un quinto di litro) stiamo in realtà bevendo il frutto dei 200 litri dell’acqua resasi necessaria per produrlo.

Se al latte preferiamo la birra teniamo presente che ci costa nella misura dell’orzo necessario alla sua produzione, vale a dire 75 litri al bicchiere.
Se invece preferiamo bere vino, il cui bicchiere standard è calcolato nella misura di 125 ml, un ottavo di litro, è bene che sappiamo che stiamo bevendo il prodotto di 12 litri d’acqua, la maggior parte dei quali resisi necessari per produrre l’uva.

KL-Cesec - Acqua

Considerato però che, come si dice, a qualcuno piace caldo, passiamo al caffè: ancora peggio! ogni goccia di quella gustosa bevanda presente nella nostra tazza corrisponde a 7 grammi di caffè torrefatto, per la cui produzione sono necessari 140 litri d’acqua, vale a dire 21.000 litri d’acqua per chilogrammo. Insomma, per ottenere una goccia di caffè è necessario sacrificare 1.100 gocce d’acqua, ovvero 140 litri a tazzina.
Ma se crediamo che vada meglio con tè e tisane varie non illudiamoci. Per produrre 1 kg di foglie di tè fresco abbiamo bisogno di 2.400 litri di acqua, mentre per un kg di tè nero (come lo si compra in negozio) servono ben 9.200 litri di acqua. E così una normale tazza di tè da 250 ml richiede 120 tazze di acqua.

Se il caffè o il tè ci piacciono zuccherati teniamo presente che per produrre un kg di zucchero di canna, quello che oggi va per la maggiore, servono 175 litri d’acqua. Complessivamente la canna da zucchero consuma circa 220 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, che rappresenta il 3,4% del consumo globale di acqua destinata all’agricoltura.
Crediamo di rimediare bevendo succo d’arancia o di mela? Niente affatto. L’arancia ci costa 170 litri al bicchiere, e la mela 190.

Giusto per concludere, se intendiamo consolarci con un sacchetto di patatine da 50 grammi, è bene che sappiamo che quel mezzo etto è nato grazie al sacrificio di 37 litri d’acqua, senza dimenticare che per produrre un kg di patate servono la bellezza di altri 900 litri al chilogrammo.

E dopo questa lunga carrellata.. vi invitiamo a contattarci per avere maggiori informazioni sulla nostra iniziativa legata proprio all’acqua. Visitate la pagina Contatti.

ACS

 

 

Acqua e tecnologia primo accordo di collaborazione tra ACEA e Mekorot

La società romana ACEA, quotata in borsa dal 1999, ha celebrato nel 2009 il proprio centenario ed è il principale operatore nazionale nel settore idrico.

Serve un bacino di utenza corrispondente ad otto milioni di abitanti nei comuni di Roma e e Frosinone e nelle rispettive province, oltre che in altre aree di Lazio, Toscana, Umbria e Campania. Con i suoi oltre 7mila dipendenti è attiva nella gestione e nello sviluppo di reti e servizi idrici, energetici ed ambientali. Encomiabile la frequentatissima sezione storica, riorganizzata nel 2005 con il recupero della biblioteca costituita da oltre 10mila volumi ed altre pubblicazioni specialistiche, alcune rarissime, di idraulica, elettrotecnica, chimica, impiantistica, ingegneria, organizzazione del lavoro e storia locale.

lo scorso 2 dicembre l’azienda romana ha sottoscritto un memorandum d’intesa con la società israeliana Mekorot,  avente per oggetto la collaborazione nel settore delle risorse idriche.

Mekorot Water Company ltd, nata nel 1937, è la società idrica nazionale di Israele e in assoluto tra quelle più avanzate al mondo, unitamente all’australiana MHW, nella gestione delle risorse idriche.

Mekorot WC ltd oggi fornisce l’80% dell’acqua potabile in Israele e nei territori adiacenti ed ha sviluppato un elevato livello di competenza nella gestione di risorse idriche ed acque comunali, nei sistemi di approvvigionamento idrico, desalinizzazione di acque marine e salmastre, trattamento, bonifica e riutilizzo delle acque reflue.

Mekorot

 

In particolare una nota aziendale, che riprendiamo da Il Sole 24 Ore Radiocor, informa: “la collaborazione tra le due aziende si svilupperà nello scambio di esperienze e competenze nel settore del trattamento delle acque reflue, nella ricerca di soluzioni comuni per una gestione innovativa e sempre piu’ efficiente delle reti di distribuzione di acqua potabile, oltre allo studio di soluzioni per la protezione e la sicurezza dei sistemi di approvvigionamento idrico. Inoltre, l’accordo sottoscritto oggi, comprende anche la cooperazione nel campo del trattamento dei fanghi di depurazione delle acque reflue, oltre alla condivisione di conoscenza nel settore dell’incenerimento dei rifiuti. Acea e Mekorot, infine, potranno valutare anche la possibilità di sostegno congiunto allo sviluppo e alla sperimentazione di tecnologie all’avanguardia nei settori indicati nell’accordo, al fine di ottimizzare gli investimenti nella commercializzazione delle stesse tecnologie con vantaggi per le due aziende”.

Se l’accordo sottoscritto avrà un seguito i suoi effetti saranno pertanto indubbiamente positivi per l’azienda romana in termini di sviluppo tecnologico e di partecipazione a progetti di respiro internazionale.

La notizia della stipula dell’accordo non ha mancato di suscitare polemiche, levate di scudi e persino un’interrogazione da parte di alcuni esponenti del M5S romano con la motivazione che Acea farebbe bene a pensare ai beni comuni e all’acqua pubblica invece di sottoscrivere intese con una società che collaborerebbe al colonialismo,  e citando a supporto della propria affermazione il fatto che la società olandese di acqua potabile Vitens, citiamo dal sito del M5S, “ha sciolto i rapporti con la società Mekorot in quanto quest’ultima vìola il diritto internazionale a causa del suo coinvolgimento attivo nell’impresa degli insediamenti israeliani abusivi ed è responsabile del saccheggio delle risorse idriche nei territori palestinesi occupati e dell’esclusione dei palestinesi dalla fornitura di acqua.

loghi Acea MekorotLa società, la prima in Olanda per le forniture idriche, ha effettivamente inviato martedì 7 gennaio una lettera ai propri azionisti con una spiegazione circa la sospensione del rapporto di lavoro con Mekorot, dopo che il 9 dicembre scorso ha partecipato alla missione commerciale in Israele e nei territori palestinesi guidata dal primo ministro Rutte, durante la quale il governo olandese aveva espresso l’intenzione di voler sostenere mediante una possibile futura assistenza tecnica, la Palestinian Water Authority per migliorare la fornitura di acqua potabile.

Il secondo giorno della missione commerciale il ministro Ploumen ha espresso scoraggiamento per quanto riguarda le attività olandesi negli insediamenti poiché, a seguito di consultazioni con le parti interessate, l’azienda è giunta alla conclusione che è estremamente difficile lavorare su progetti futuri in comune in quanto non possono essere separati dal contesto politico. Si è infine deciso di sospendere l’accordo di cooperazione con Mekorot e di tenere consultazioni con il Ministero degli Affari Esteri per individuare il modo migliore affinché i risultati della questa missione commerciale, da entrambe le parti, israeliana e palestinese, abbiano sbocchi pisitivi.

Giusto per non sopire le polemiche, sempre infuocate ancorché non sempre sostanziate da concrete basi informative quando da noi si parla di Israele, l’8 gennaio un articolo informativo pubblicato dal giornale comunista online Contropiano titola: Olanda. Fondo pensioni lascia banche d’Israele: “collaborano al colonialismo” riportando la notizia che: “il fondo pensioni olandese PGGM, uno dei maggiori d’Europa, ha annunciato di aver cessato la  collaborazione con cinque banche israeliane perché queste finanziano gli insediamenti coloniali ebraici nei territori palestinesi occupati. Per il fondo le colonie sono un problema perchè sono considerate come illegali rispetto al diritto internazionale”.

Insomma, per chi sa leggere tra le righe della politica tutto lascerebbe intendere che sia in atto una lite tra il governo olandese e quello israeliano… Senza entrare nel merito della questione palestinese (non ne abbiamo né le adeguate conoscenze né, sinceramente, la voglia) per dovere di informazione ci corre l’obbligo di evidenziare che il 10 dicembre scorso è stato sottoscritto a Washington un accordo di collaborazione, storico e di portata estremamente rilevante, tra Palestina, Israele e Giordania, che prevede supporto tecnologico, incubatoio per imprese, istruzione e sanità. Maggiori dettagli sono disponibili sul sito dei quotidiani The Washington Post e The New York Times.

Alberto C. Steiner

Acqua pubblica finalmente accettate le firme italiane del referendum ICE

Il giorno 10 dicembre il Ministero dell’Interno ha dichiarato valide nella misura del 96,65 per cento le firme raccolte nel nostro Paese nell’ambito dell’iniziativa popolare ICE, Iniziativa dei Cittadini Europei, finalizzata a statuire che l’acqua sia considerata bene pubblico. Le 65.223 firme italiane (ben superiori al minimo pro-quota di 54.750 fissato per il nostro Paese) si aggiungono così a pieno titolo a quelle raccolte in Spagna, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Germania, Slovacchia, Slovenia, Grecia, Lituania e Finlandia pari a 1 milione 600mila.

Dell’ICE avevamo parlato la scorsa estate: è un validissimo strumento, purtroppo non ancora conoscuto come merita, che permette ai cittadini europei, raccogliendo almeno 1 milione di firme in 7 stati membri, di prendere direttamente parte all’elaborazione delle politiche dell’Unione Europea invitando la Commissione a presentare una proposta legislativa. L’ICE per l’Acqua, la prima a concludere il suo iter di presentazione, era stata presentata in Italia dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.
Lo stesso giorno di emissione del parere di validità delle firme, una delegazione del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha incontrato a Roma il rappresentante italiano della Commissione Europea per esprimere la soddisfazione per questo primo risultato e per chiedere che la Commissione si pronunci ora positivamente sulle 3 questioni poste dall’ICE:

– che l’accesso all’acqua potabile sia considerato un diritto umano universale in tutta Europa
– che il servizio idrico non possa essere privatizzato
– che questi principi siano assunti dall’Unione Europea nella definizione dei trattati internazionali.

In margine a questa confortante notizia segnaliamo che qualcosa si sta già muovendo: nelle prossime settimane i sindaci della provincia di Reggio Emilia saranno chiamati a decidere che forma dare alla nuova gestione pubblica dell’acqua, funzionalmente a quanto i cittadini espressero con il referendum nazionale del 2011. L’acqua deve essere gestita in modo totalmente trasparente, senza logiche di profitto e con la maggiore partecipazione possibile. Secondo alcune correnti di pensiero l’Azienda Speciale è il sistema migliore per farlo, mentre secondo altre sarebbe altrettanto valida la SpA, quando non addirittura la Srl, purché si obblighi statutariamente a reinvestire eventuali profitti a beneficio degli utilizzatori del servizio erogato.

il mio voto
Alla fine dello scorso anno i sindaci della provincia di Reggio Emiia presero una decisione coraggiosa, coerente con l’esito del referendum e con la volontà dei cittadini, quella di ripubblicizzare la gestione del servizio idrico sino a quel momento affidata ad una società privata. E tutt’altro che casualmente tale decisione venne definita come una proposta che guarda alle nuove generazioni.

Rammentiamo che con il primo referendum i cittadini italiani hanno deciso che fosse abolito l’obbligo di privatizzare l’erogazione dei servisi idrici, mentre con il secondo hanno scelto che la gestione dell’acqua rimanesse restare fuori da logiche di profitto. Profitto, è la nostra opinione, non significa solo conti in pareggio ma anche perseguimento di obiettivi ambientali attraverso la riduzione dei consumi, sociali mediante il contenimento della tariffa e politici favorendo la trasparenza e la partecipazione dei cittadini.

Chiariamo, per concludere, che il Forum dell’Acqua è un organismo poco più che consultivo, ma riteniamo che per gli amministratori pubblici ed i gestori di servizi idrici costituisca un punto d’onore, nonché una inequivocabile manifestazione della volontà di trasparenza e condivisione, informarne i suoi esponenti delle ipotesi di studio, dei progetti e delle scelte, particolarmente in questo momento delicato e per certi versi pionieristico.

Éve-verta di St. Marcel un fenomeno legato all’acqua

Quando, grazie a James Watt, i primi sbuffi di vapore annunciavano la rivoluzione industriale e le prime tredici colonie ammericane dichiararono l’Indipendenza fu tutto chiaro: sul Secolo dei Lumi stava per abbattersi la rivoluzione francese. In quegli anni un certo conte Saint Martin de La Motte, membro dell’Académie Royale des Sciences, compì una ricognizione naturalistica in Valle d’Aosta, e gli accadde così di studiare nel vallone di Saint Marcelun fenomeno naturale detto de l’l’Éve-verta , in patois l’acqua verde, chiamata fontaine verte a causa del colore del suo deposito composto in gran parte da rame mineralizzato all’aria.

Eva Verda Kryptos

Riferì, lo studioso, che rimase estasiato dal colpo d’occhio offerto da vallone: “non credo che una natura così feconda e varia possa offrire uno spettacolo più gradevole, l’entrata del vallone è molto stretta e montagne si innalzano su ogni lato, cascate d’acqua riempiono di terrore al rumore che fanno, ma tra tutto questo spicca questa sorgente che pare di smeraldo, soprattutto quando il sole la illumina con i suoi raggi.

Essa sgorga tra due montagne molto elevate, che formano un vallone laterale alla valle centrale: queste montagne sono in parte calcaree e in parte scistose; quella che si trova sulla destra della fontana è in gran parte composta da mica riempita di granati; vi ho trovato anche delle tracce di schorl con granati. In cima alla montagna si trova una miniera di rame attualmente sfruttata e che viene chiamata filon de Molère; questa miniera, così come il resto della montagna, è ricco in granati; sarebbe auspicabile che lo fosse altrettanto in rame.

La fonte sgorga da una grande roccia calcarea che sembra essersi staccata dall’alto della montagna ed ha coperto una parte del letto della fonte stessa; l’acqua uscendo crea un volume del diametro di poco più di 30 cm (le unità di misura sono riferite al Système international d’unités codificato a partire dal 1889, NdA). Essa si estende per 2 – 2,5 metri nei punti più larghi e dopo aver percorso circa 300 metri tra le rocce e attraversato pendii scoscesi, si perde nel torrente del vallone di Saint – Marcel, da cui prende il nome.

Il legno, le pietre, il muschio, tutto ciò che viene bagnato da quest’acqua è coperto da uno strato di terra verde, dove più e dove meno, a seconda che l’acqua scorra più o meno rapidamente; si nota la colorazione verde persino nei punti in cui l’acqua fa mulinello e si crea la schiuma, ma di colore meno intenso.”

Interpellati in proposito, gli abitanti del posto dichiararono che nel periodo del disgelo l’acqua era più sporca del solito, ma la portata era sempre costante. Relativamente alla qualità dell’acqua, la gente credeva che fosse nociva per gli animali poiché non cercavano mai di berne, ma forse la ragione era dovuta alla temperatura: lo studioso stimò che in acqua fosse 4,5°C contro una esterna di 12°C.

Kryptos - Acque verdi

Egli rilevò altresì come l’acqua non fosse né acida né alcalina, non contenesse alcuna sostanza metallica bensì acido vitriolico, terra calcarea, terra magnesiaca ed argilla. Analizzando il deposito lasciato sulle rocce questo risultò composto da una parte estrattiva vegetale, accidentale in quanto dipendente dalle piante che l’acqua incontrava al suo passaggio, circa 1/3 di rame, 1/5 di argilla, 1/10 di terra silicea ed una modesta quantità di terra calcarea.

La relazione del conte Saint Martin de La Motte offre altri spunti. Partendo dall’esistenza di una miniera di rame nella parte alta della montagna, al tempo in fase di sfruttamento unitamente a quelle di ferro prevalentemente per approvvigionare gli arsenali sabaudi, dalla quale sgorgava la sorgente dell’acqua verde. Questa miniera, sfruttata già ai tempi dei Romani, non è un semplice filone che segue la stratificazione della montagna, com’erano le miniere di La Thuile, Cogne o altre, ma una vera montagna di rame e pirite rameica coperta da roccia di diverso genere.

Se la sorgente origina dall’interno della montagna il flusso idrico potrebbe attraversare banchi di minerale decomposto trascinando materiali per forza meccanica. Lo studioso annotò come inizialmente ritenne che il deposito fosse dovuto ad efflorescenza delle pietre erose dall’acqua, ma presto comprese come le particelle di rame, più pesanti, precipitassero in funzione della forza trascinante impressa dall’acqua. Osservò altresì come fosse possibile che le particelle venissero trasportate solamente in determinati periodi dell’anno, per esempio durante lo scioglimento delle nevi.

Salendo lungo il vallone, in località Laveyc o Éve-verta (in patois valdostano Acqua verde) a circa 1290 metri di altitudine, si incontra una sorgente di acque turchesi, la cui colorazione dà il nome al luogo: la particolarità dell’ Éve-verta, ricca di sali di rame, è proprio quella di colorare pietre, terra e muschi su cui scorre depositandovi una patina di quel minerale oggi noto come woodwardite poiché prende il nome Samuel Pickworth Woodward, il naturalista e geologo inglese che la studiò in Cornovaglia determinandone la formula chimica Cu1-xAlx(OH)2[SO4]x/2·NH2O. La woordwardite è diffusa in Tasmania, Tirolo, Nuova Scozia, Boemia, Alsazia, Baden-Württemberg e Westfalia e, in Italia, oltre che in Valle d’Aosta, in Sardegna, Trentino, Toscana e Veneto.

Resterebbe da stabilire, cosa che ancora oggi nessuno ha fatto, quali possano essere le eventuali proprietà curative di quest’acqua che, in ogni caso, è una meraviglia da vedere: il ruscello, il suo fondo, le rocce, le pietre, il legno, il terreno coperti da una sostanza che presenta tutte le sfumature tra il verde ed il blu. Tutto ciò che è sommerso appare di un bel blu cielo, ciò che è parzialmente bagnato è verde, mentre ciò che è asciutto è d’un blu cielo pallido. Lo stesso ruscello scorre su di un fondo colorato.

Ma la sorgente di acqua verde non esaurisce le attrattive di Saint Marcel che, percorrendo l’autostrada e vedendolo di sfuggita, lassù in alto sulla destra orografica della Dora Baltea, nessuno si immaginerebbe che meriti più di un’occhiata distratta…
In realtà il paese, abitato fin dalla preistoria e che in alcune frazioni conserva numerose incisioni rupestri, oltre ad essere molto gradevole, offre prosciutti crudi da urlo, aromatizzati con erbe di montagna ed anticamente preparati con carne d’orso. Il clima asciutto e ventilato ne permette una stagionatura ottimale e se la loro storia si perde lontano nel tempo, l’esistenza ufficiale è comprovata da affreschi risalenti al XV e XVI secolo che li ritraggono.

Naturalmente, a Saint Marcel non poteva mancare un un castello. Uno dei tanti, bellissimi, che costellano la Valle d’Aosta. Questo, detto a monoblocco a definire l’ultima fase evolutiva del castello medievale quando i manieri da semplici fortezze iniziano a trasformarsi in residenze, presenta una costruzione quadrata ed una successiva rettangolare scandite dall’immancabile torre.
Eretto nel villaggio di Surpian ad opera di Giacomo di Challant verso il 1500 ampliando una preesistente casa forte, il castello è inquadrabile tra le installazioni che permettevano di controllare il fondovalle. E, come in ogni castello che si rispetti, non possono mancarvi i fantasmi.

Ma non è finita. Tra le attrattive di Saint Marcel vi sono, situati nella parte alta del vallone, i giacimenti manganesiferi di Praborna, a 1900 metri di altitudine e quelli ferrosi-cupriferi di Servette e Chuc, che fanno parte di un complesso minerario noto e sfruttato intensamente nei secoli passati ed oggi abbandonato. Le tracce delle attività estrattive industriali sono ancora visibili lungo i sentieri, nei boschi e nelle antiche gallerie parzialmente crollate e coperte di vegetazione, costituendo oggi un patrimonio di archeologia industriale meta di numerosi turisti.
Saint Marcel, il cui vallone ospita rare varietà floristiche, fa infine parte della Riserva Naturale Les Îles, una zona umida vicino alla Dora istituita nel 1995 e che comprende anche i territori di Brissogne, Nus e Quart.

Disegno St. Marcel Kryptos

Una finanza etica e’ possibile?

Finanza etica? E’ possibile

Apriamo questo scritto con un’annotazione personale. La nostra provenienza da esperienze imprenditoriali e professionali ci ha fatto comprendere, una volta giunti d un certo punto del nostro percorso, che nessuna attività può prescindere dal contesto. Ciascuna azione umana risuona, per così dire, in modo universale, mettendo in circolo energie ed attivando risposte negli altri esseri. Abbiamo compreso che la crescita parossistica, la mancanza di rispetto per la natura, prima o poi avrebbero portato a conseguenze gravi.

Abbiamo quindi deciso di dedicare noi stessi e la nostra attività ad un progetto: quello di salvare il mondo. No, non siamo pazzi megalomani, siamo però fermamente convinti – proprio per le ragioni in precedenza addotte – che se ciascuno porta il proprio, modesto talvolta modestissimo, contributo nella consapevolezza che se qualcosa può essere fatto è bene iniziare a farlo senza stare a parlarne troppo, qualcosa potrà accadere.

E’ per questa ragione che abbiamo messo a disposizione le nostre esperienze finanziarie, informatiche, immobiliari e in generale di vita per creare una realtà rispettosa dell’Uomo e dell’Ambiente. Abbiamo deciso di farlo ora, nel bel mezzo di una fra le peggiori crisi economiche della storia, un periodo in cui gli artifici della finanza speculativa hanno svelato la loro pericolosità e la minaccia che costituiscono nei confronti della vita di tutti noi.

Non è facile individuare responsabilità precise, forse in un certo senso sono di tutti noi, e sappiamo che le soluzioni adottate per tamponare la situazione peseranno sulle spalle dei cittadini contribuenti, e dei loro eredi, per decenni.

Mentre scriviamo non possiamo ovviamente sapere come andrà a finire. Sappiamo però che tutto questo, in un certo senso, era stato paventato da quel vasto movimento che da tempo in tutto il mondo lavora per una finanza diversa. Questo movimento, quell’universo che indichiamo col termine di finanza etica che descriviamo nel prosieguo.

Finanza Solidale 001

Esaurita questa premessa, siamo lieti che anche quest’anno, dal 5 al 12 novembre, si svolga in diverse città italiane la Settimana dell’Investimento Sostenibile e Responsabile, un’iniziativa promossa e coordinata dal Forum per la Finanza Sostenibile.
Approfittiamo dell’evento per esprimere alcune considerazioni circa la finanza, che può ed anzi dovrebbe essere etica e sostenibile. Si ma come?

Anzitutto riteniamo che la finanza debba generare un profitto. E’ dall’origine e dalla misura dello stesso, oltre che dall’utilizzo che se ne fa che si esprime la vocazione etica e solidale dell’operatore.
Infatti, non casualmente la cosiddetta finanza sostenibile vanta, oltre ai suoi convinti seguaci, anche i suoi acerrimi oppositori. Tra i due estremi una variegata zona d’ombra di tiepido interesse, di moderato scetticismo e di chi semplicemente sta alla finestra a guardare. Insomma, come in tutte le cose terrene.

Giusto per esprimerci con la chiarezza che ci contraddistingue, e per non smentirci, ricorriamo ad alcuni esempi.
Primo esempio, surreale: traffichiamo in armi o stupefacenti, reinvestendo i favolosi profitti che ne derivano nella costruzione di villaggi ecologici o in altre attività ecocompatibili ed all’insegna della solidarietà. Potrà avere una valenza karmica, ma non è certamente un’attività solidale.

Secondo esempio, questa volta connotato alla realtà: decidiamo di coltivare vasti appezzamenti di terreno secondo tecniche biodinamiche e collochiamo i prodotti sul mercato affermando che, oltre che biologiche, le nostre coltivazioni sono all’insegna della solidarietà perché abbiamo garantito un lavoro a n persone; in realtà queste persone sono sottopagate con la scusa dell’ecosostenibilità e della solidarietà. Anche in questo caso non siamto facendo proprio nulla di etico, anzi. E se il primo esempio appartiene alla sfera della fantasia, in questo caso non stiamo purtroppo parlando a vanvera.

Terzo esempio: costituiamo un fondo di investimento che con il denaro dei risparmiatori/investitori acquista fonti idriche inutilizzate. Dal fondo origina una serie di società, consorzi, cooperative e quant’altro legate al fondo per un’economia di scala ed un’uniformità normativa ma di esclusiva proprietà dei cittadini residenti nel territorio, nel comprensorio, nel comune, insomma nel bacino d’utenza di fruizione di quell’acqua. Le società, consorzi, cooperative e quant’altro sono proprietarie di ciò ciò che permette l’adduzione delle acque ed il loro smaltimento: condotte, rete distributiva, vasche di depurazione. Il vantaggio per gli utilizzatori/soci consiste nel fatto di sapere di essere gli effettivi proprietari dell’acqua che utilizzano, e che ovviamente pagano, ma a prezzi che corrispondono al costo reale degli impianti, della loro manutenzione, degli stipendi degli addetti. Il fondo, a propria volta, percepisce dei diritti o royalties se così vogliamo chiamarle, che gli consentono di sopravvivere remunerando altresì il capitale degli investitori ad un tasso dignitoso pur se non certamente esorbitante.

Il quarto, ed ultimo, esempio è la fotocopia del precedente solo che al posto dell’acqua c’è il recupero di borghi abbandonati per trasformarli in complessi abitativi in cohousing, magari rurale ed all’insegna dell’ecocompatibilità.

Finanza Solidale 002

Questi esempi, compreso il primo farneticante, sono inoltre tutti accomunati da un aspetto: non si parla di immaterialità. Patate e pomodori, acqua e case sono tutti beni concreti. In questo senso la nostra non tanto ipotetica attività finanziaria è la conseguenza di un lavoro reale, di produzione, di costruzione. Non di fantasie o scommesse su questa o quella catastrofe, sul fatto che i pomodori di Tizio potranno valere X e allora li acquistiamo ben prima della maturazione a X-60%, anzi già che ci siamo acquistiamo anche quelli di Caio, Sempronio e Mevio. Così abbiamo il monopolio della produzione di quell’anno e siamo noi a fare il prezzo. Siamo trogloditi finanziari? In effetti non siamo esperti di finanza o, peggio, guru; siamo solo professionisti e imprenditori che ad un certo punto hanno scelto di muoversi in un modo piuttosto che in un altro, nella consapevolezza che la decrescita non può essere legata agli abracadabra del pil: o è pil o è decrescita. E la decrescita o, se preferite, consapevolezza, è ora più che mai necessaria se decidiamo di sopravvivere al futuro che ci aspetta. E decrescita non significa affatto tornare al medioevo o al paleolitico.

Ciò detto, appare quindi ovvio come gli investimenti finanziari, in quanto tali, implichino rendite. E’ vero, non è detto che tali rendite abbiano sempre origine diretta dal lavoro ma si sostanziano come etiche allorché seguono precisi parametri nell’ottica di un’equa riditribuzione della ricchezza generata.
In un mondo perfetto… afferma sempre uno di noi. Ok, il mondo perfetto non esiste, e se si aspetta la perfezione non ci si muove mai. Quindi ci muoviamo, programmando ma contemporaneamente navigando a vista pronti a correggere la rotta ogni volta che sia necessario od opportuno. Ma ponendoci costantemente la questione di affrontare questi temi secondo una matrice di sostenibilità e con meno iniquità possibile.

Ed è qui che accogliamo pienamente la teoria del male minore che, in una logica di sano pragmatismo, costituirà il filo conduttore della Settimana dell’Investimento Sostenibile.
In questa settimana coloro che interverranno: operatori finanziari, imprenditori, esponenti del mondo accademico non parleranno di aria fritta di engagement come nuova opportunità per gli investitori istituzionali, di cambiamento climatico e dei rischi connessi, delle nuove frontiere dell’impact investing e del responsible property investing, della possibile svolta sostenibile del mercato retail e, crediamo con poche speranze di successo, del ruolo dei decisori politici nella promozione di una cultura della sostenibilità in Italia.

“L’Investimento Sostenibile Responsabile” spiegano i promotori dell’iniziativa “è la pratica in base alla quale considerazioni di ordine ambientale o sociale integrano le valutazioni di carattere finanziario che vengono svolte nel momento delle scelte di acquisto o vendita di un titolo o nell’esercizio dei diritti collegati alla sua proprietà. L’ISR si esplica attraverso la selezione di titoli di società, per lo più quotate, che soddisfano alcuni criteri di responsabilità sociale, cioè svolgono la propria attività secondo principi di trasparenza e di correttezza nei confronti dei propri stakeholder tra i quali, per esempio, i dipendenti, gli azionisti, i clienti ed i fornitori, le comunità in cui sono inserite e l’ambiente. Investitori sostenibili e responsabili possono essere sia i singoli individui, che operano direttamente o attraverso la mediazione dei gestori, sia le istituzioni: fondazioni, fondi pensione, enti religiosi, imprese o organizzazioni non-profit”.

Acquistare l’Acqua per salvare l’Acqua

Nelle piccole Comunità le idee nascono per essere applicate. Noi pensiamo che il nostro futuro risieda nelle piccole Comunità autonome ed autosufficienti, pur se fra loro interconnesse.
L’acqua, ormai definita OroBlu, costituirà sempre più un bene primario e dovrà essere messa al riparo dalle mani adunche della speculazione internazionale: non con bombe, barricate o manifestazioni di piazza destinate ad essere strumentalizzate, bensì con un’arma veramente rivoluzionaria: il notaio.

Si, proprio quel professionista che serve a stilare gli atti necessari a costituire associazioni, consorzi, società. Per entrare legalmente nel sistema attuando interventi di finanza etica attraverso società, niente affatto marginali, di proprietà dei diretti utilizzatori dell’acqua. Vale a dire i cittadini di comuni, comprensori, aree territoriali più o meno estese.

Rochefort Mappa

E che l’acqua non rappresenti solo un costo ma un utile potenziale, persino nei suoi utilizzi apparentemente marginali, lo dimostra un’iniziativa partita sperimentalmente due anni fa nella città francese di Rochefort e che oggi conferma la validità della scelta di trasformare il costo di un depuratore delle acque reflue in risorsa per la collettività.

Evitando di fingere che la recessione non esista ed aguzzando l’ingegno poiché i soldi erano pochi, quell’amministrazione comunale ha pensato a come mutare le difficoltà in opportunità, trasformando i costi di un depuratore in introiti per la collettività. Va detto che il costo di depurazione delle acque reflue, generalmente piuttosto alto, è quantificabile in circa 60 euro annui pro-capite.

A Rochefort, presso il fiume Charente, hanno quindi costruito un un impianto che depura le acque con la tecnica detta del lagunaggio: prima di raggiungere il fiume i liquami passano attraverso un sistema di bacini dove vengono ripuliti utilizzando luce solare e degradazione batterica; infine vengono fatti fermentare per produrre gas. Da ultimo acque e fanghi vengono separati.
Questo sistema ha ridotto dell’85 per cento i consumi energetici rispetto ai depuratori tradizionali; i silos per la fermentazione dei fanghi posti a valle del sistema producono infine gas per autotrazione, venduto tramite distributori allestiti presso l’impianto medesimo generando in tal modo introiti per la collettività.

Esaurita la notizia veniamo ora alla nostra realtà e, per un attimo, immaginiamo che esista una legge che consente l’utilizzo di detersivi, saponi e shampoo solo se biodegradabili al 100%. In questo modo anche i residui solidi potrebbero essere utilizzati senza nessun problema.
Non è impossibile, perché già oggi sono disponibili detersivi e prodotti per l’igiene biodegradabili completamente e il loro costo, leggermente più elevato in ragione della relativamente modesta diffusione, diminuirebbe sensibilmente e verrebbe in ogni caso compensato ampiamente dai vantaggi economici derivanti dal binomio risparmio energetico + introito di un sistema come quello in uso nella cittadina francese.

Aggiungiamo che a Rochefort l’acqua è un bene comune e tale è rimasto, in barba ai furbetti, alle società multiutility colluse con le multinazionali speculative ed ai trasformisti capaci di dire contemporaneamente No ma anche Sì.

Fiume Charente 001

E’ la dimostrazione che ha senso privatizzare il servizio idrico, facendo però in modo che tale privatizzazione sia pubblica, vale a dire che i soci della società proprietaria dell’acqua a livello di distribuzione locale siano i diretti fruitori. Non è affatto una contraddizione se tale atto, compiuto secondo le regole e le possibilità offerte dalla legge, costituisce una forma di autodetrrminazione ben più rivoluzionaria ed efficace di rivolte o blocchi stradali: rompe il sistema usando le regole stesse del sistema.

Acquistare l’acqua per salvare l’acqua non è solo uno slogan, ma la dimostrazione che è possibile. I nostri Comuni devono solo modificare il proprio statuto inserendo una volta per tutte l’acqua come bene primario della comunità, appoggiando e sostenendo le iniziative tese a preservarla da speculazioni. Contribuendo così a cancellare quel capitolo dolente che, nel nostro Paese, viene mal-inteso come sviluppo, parola usata ed abusata spesso in abbinamento a pil.

Giù le mani dalla Valle dei Ratti!

Questo lo slogan che campeggiava su manifesti e striscioni affissi ovunque in Valchiavenna e Valtellina, lungo la strada dello Spluga, nei punti cruciali del Pian di Spagna ed in tutti i comuni della provincia, per esprimere il deciso diniego della gente del luogo alla possibilità di privatizzare l’acqua del torrente Ratti e degli altri della provincia dall’assalto della speculazione per finalità idroelettriche.

Tutto partì dopo che la Regione Lombardia, nel dicembre 2007, escluse dalla procedura di valutazione d’impatto ambientale gli interventi previsti da un progetto di derivazione a scopo idroelettrico del Torrente Ratti nei Comuni di Novate e Verceia, presentato dalla SEM, Società Elettrica Morbegno.

L’Unione Pesca Sportiva di Sondrio presentò per prima un ricorso, puntualissimo ed articolato, motivando come il tratto della Valle dei Ratti interessato dalla richiesta, circa 7 km della parte alta, fosse assolutamente incontaminato e di grande e selvaggia bellezza, tanto che in esso ben due ambiti di elevata naturalità formano rispettivamente un Sito di Interesse Europeo (SIC) ed una Zona di Protezione Speciale (ZPS) appartenente a rete Natura 2000. Avverso la decisione regionale, tra l’altro contrastante con gli obiettivi perseguiti dall’Accordo sottoscritto da Ministero dell’Ambiente, Autorità di Bacino del fiume Po, Regione Lombardia e Provincia di Sondrio per la sostenibilità dell’utilizzo delle risorse idriche, si unirono immediatamente la Provincia di Sondrio e la popolazione locale, corroborati da perizie e studi effettuati da geologi ed ingegneri idraulici.

Frasnedo - Panoramica

L’obiettivo era non solo di far fronte comune per respingere l’ennesimo assalto alle acque locali ma anche di portare a conoscenza della comunità la vicenda affinché costituisse un monito rivolto alle istituzioni e alla  popolazione valtellinese perché non abbassasse la guardia, in una fase storica ben anteriore al referendum del 2011. Una inequivocabile dimostrazione che il coinvolgimento trasparente paga.

In margine alla vicenda, merita un accenno il fatto che l’AEM, Azienda Energetica Milanese ora A2A, chiese 200.000 euro di danni e la distruzione del libro Acque Misteriose scritto da Giuseppe Songini che, deceduto nel 2011, a buon diritto può essere considerato l’ispiratore del Movimento Spontaneo di Difesa delle Acque Valtellinesi.

La richiesta aveva suscitato una certa eco anche sulla stampa nazionale, in particolare ne scrissero La Repubblica e Il Riformista, poiché inconsueta e legata al ricordo di tempi in cui l’informazione subiva il vaglio della censura. Il Tribunale di Sondrio assolse con formula piena autore ed editore condannando invece AEM al pagamento delle spese legali.

Una sentenza emblematica, che riguarda peraltro l’intera comunità di Valtellina e Valchiavenna e costituisce un significativo precedente.

Per decenni è passata sotto silenzio una situazione anomala che ha permesso, per lunghi periodi, la sottrazione di quantitativi molto superiori di acqua dagli invasi rispetto a quanto stabilito nelle originarie convenzioni sottraendo una delle principali risorse della montagna lombarda, con elevatissimi costi ambientali e paesaggistici, oltre alla beffa di dover pagare l’energia elettrica come i cittadini di Torino, Como o Milano.

Il tema delle acque in provincia di Sondrio ruota intorno a diversi filoni fortemente interconnessi: le dighe e i grandi impianti, i prelievi in esubero rispetto alle concessioni, i canoni e sovraccanoni, il piano di bilancio idrico provinciale, i produttori di energia elettrica, il demanio idrico, il deflusso minimo vitale, il PTA Piano di Tutela delle Acque, il rinnovo delle concessioni di grandi e piccole derivazioni, ed infine l’acqua pubblica ne sono solo alcuni esempi.

Sembra che nel destino karmico della Valtellina vi sia questo essere costantemente terra di confine, perennemente a rischio ma sempre in grado di respingere attacchi; forse per questa ragione la gente è schiva ma quando si tratta di partecipare a temi concreti non si tira indietro, senza clamore o barricate ma con estrema determinazione.

Scelta - Tracciolino 001

Le biblioteche di Chiavenna, Morbegno, Sondrio, Tirano e Bormio si sono attrezzate per fare in modo che i cittadini desiderosi di documentarsi possano capire, formandosi un’opinione obiettiva su tematiche spesso volutamente trattate con un linguaggio tecnico esageratamente complesso, una raffinata strategia per tagliare fuori la gente dalla comprensione di cosa sta succedendo.

La storia dell’acqua in provincia di Sondrio è una storia affascinante e in molti casi ancora sconosciuta. Ed ogni volta che ci rechiamo in Valtellina abbiamo la sensazione di entrare in un ammirevole mondo di fierezza e senso di identità

Il Gioco dell’Oca dedicato alla Ecosostenibilita’

No, niente Versailles o Colorno, detta la Versailles dei Duchi di Parma. Il viaggio che proponiamo, nell’ambito della solidarietà sociale e dell’educazione al consumo responsabile, può indifferentemente svolgersi sul tavolo, per terra, nel prato, in spiaggia.

Il Gioco dell’H2Oca è una rivisitazione ecosostenibile del Gioco dell’Oca che più o meno tutti conosciamo dall’infanzia. Con una particolarità: per vincere bisogna letteralmente bagnare il naso agli avversari. Si, perché il gioco è dedicato all’Acqua, alla sua storia ed alle sue particolarità.

Elaborato da Clementoni – storica azienda produttrice di giochi educativi – con il sostegno di Banca Popolare Etica e della Fondazione Comunitaria Provincia di Lodi, si avvale dell’esperienza in materia idrica del Movimento per la Lotta contro la Fame nel Mondo, organizzazione umanitaria che dal 1964 realizza progetti  di sviluppo idrico per aiutare le popolazioni meno fortunate, dando loro acqua potabile: riabilita acquedotti, costruisce pozzi, porta acqua pulita nei villaggi operando prevalentemente in Niger, Togo, Tanzania e Haiti.

Gioco Oca ecosostenibile

Il classico percorso della pedina verso la mitica Casella 63 diventa un divertente ed avvincente viaggio di esplorazione di tutte le sfaccettature del tema idrico, ma la strada è tutt’altro che spianata: per proseguire in avanti e raggiungere il traguardo, bisogna fornire la corretta risposta a 132 divertenti domande sull’oro blu.

Un messaggio importante per grandi e piccoli inteso a costituire un progetto di sensibilizzazione sul tema idrico, finalizzato ad informare e far riflettere bambini ed adulti. MLFM ha voluto unire le sue esperienze in campo idrico ed educativo per incoraggiare, anche attraverso questo nuovo strumento, una cultura idrica responsabile e sostenibile, per combattere gli sprechi di acqua nelle pratiche quotidiane e per favorire un cambiamento consapevole e virtuoso nei consumi idrici. Ma soprattutto, per diffondere un messaggio quanto mai attuale ed urgente da comunicare: l’oro blu è un bene prezioso, limitato benché presente in quantità enormi, e per questi motivi va tutelato e utilizzato in maniera appropriata

• Sensibilizzando bambini, genitori ed insegnanti sul tema dell’accesso idrico nel Sud del Mondo.

• Diventando tutti più responsabili in tema di consumo e spreco idrico.

• Aprendo la mente ad una visione più ampia della realtà ed allargare i propri orizzonti di conoscenza.

• Stimolando la curiosità in modo piacevole e ludico allenando la mente.

 

 

Unione Europea l’Acqua stralciata dalla Direttiva Concessioni grazie alla Cittadinanza consapevole

La sua potestà è solamente consultiva e la sua esistenza non è particolarmente nota nel nostro Paese, ma il primo strumento di partecipazione diretta adottato dall’Unione Europea ha già raccolto ben oltre il milione di firme necessarie per una delle prime e più importanti iniziative, partita a febbraio ed attualmente in corso: la proposta legislativa per portare l’Acqua fuori dalla Direttiva Concessioni.

L’ICE, Iniziativa dei Cittadini Europei, è uno strumento introdotto dal Trattato di Lisbona ed entrato in vigore ad aprile del 2012 che consente alle organizzazioni della società civile nonché a singoli cittadini di formulare alla Commissione Europea proposte legislative raccogliendo un milione di firme in almeno sette paesi dell’Unione Europea nell’arco di 12 mesi.

Per ogni paese è stabilita una soglia minima di validazione parametrata alla popolazione; per l’Italia è fissata in 54.750 firme. Le proposte devono essere coerenti con i Trattati dell’Unione Europea e devono ricadere nei settori di competenza della Commissione: ambiente, agricoltura, trasporti, salute pubblica per citare solo alcuni esempi.

Essendo il primo strumento di partecipazione diretta adotatto dall’Unione Europea presenta ancora dei limiti, primo fra tutti la non obbligatorietà per la Commissione di istruire un percorso legislativo.

L’utilizzo di questo importante strumento ha però consentito di rafforzare l’azione comune del Movimento Europeo per l’Acqua, portando in Europa l’ iniziativa volta a rendere l’acqua un diritto umano e la voce dei 27 milioni di italiani che il 12 e 13 giugno 2011 votarono a favore della gestione pubblica del servizio idrico.

Grazie all’ampio consenso riscontrato il Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua prosegue la propria attività promuovendo nuove iniziative in Italia.

Ciò che è stato ottenuto, per quanto importante, non è sufficiente. Affinché l’attenzione al problema si mantenga desta al fine di centrare l’obiettivo è necessario che in almeno 7 Paesi si raggiunga la quota minima stabilita. Invitiamo perciò a partecipare all’iniziativa sottoscrivendola. E’ possibile farlo cliccando sull’immagine sottostante:

 

Clicca qui per firmare

I promotori dell’iniziativa ritengono inoltre auspicabile che:

– Chi ha firmato convinca almeno altre due persone a farlo

– Condivida sui social network la pagina di Acqua Pubblica

– Scarichi qui la cover dell’ICE esponendola sul proprio profilo Facebook

L’iniziativa dei cittadini europei per l’acqua diritto umano in pochi mesi ha superato il milione e mezzo di firme ed è riuscita già a mettere in imbarazzo la Commissione Europea. Il Commissario Europeo al Mercato Interno, Michel Barnier, ha preso atto della grande mobilitazione sul tema dichiarando che il servizio idrico verrà stralciato dalla Direttiva Concessioni, il provvedimento dedicato alla privatizzazione dei servizi pubblici.

Nell’immagine qui sotto: cascate dell’Acquafraggia, allo sbocco della Val Bregaglia, presso l’abitato di Borgonuovo di Piuro in Valchiavenna.

Il torrente che le origina nasce a 3.050 metri di altitudine e l’acqua compie un salto di 170 m formando una doppia cascata: aqua fracta significa infatti acqua spezzata.

 

Cascata Acquafraggia - Valchiavenna